perìgeion

un atto di poesia

Katia Colica, inediti

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a cura di Roberto R. Corsi

Questi cinque inediti di Katia Colica, anticipazione di un’imminente raccolta, rappresentano bene la cifra poetica della scrittrice reggina. Sintesi morbida e mirabile tra altezza e concretezza, tra sé e umanità, mediante un linguaggio narrativo e un andamento di ballata che non cela gli spigoli. In una cornice aforistica di disincanto data dalle poesie “esterne”, ecco storie di violenza rituale sulla donna (Fibula) o di follia nazista, ossia il Canto di Sergio De Simone. Canto che, con altre due poesie, ha raggiunto il secondo posto al premio Babuk 2016: in quel trittico (che potete leggere a p. 38 ss. di questo pdf) conobbi per la prima volta in Katia il binomio di musicalità e attenzione agli altri di cui parlavo sopra.
Qui, in più, il mito di Teseo e Arianna, plasmato a canovaccio di una narrazione presente e personale. Questa operazione mi riporta ovviamente alla contaminazione dei Dialoghi con Leucò (“Ci vogliono miti, universali fantastici, per esprimere a fondo e indimenticabilmente quest’esperienza che è il mio posto nel mondo” scrive Pavese a Pivano nel giugno 1942), nonché al pluridecennale percorso intorno al Mito e all’Archetipo di una mia maestra, la fiorentina Liliana Ugolini (sulla cui ricerca ho scritto un decennio fa nella Rivista di studi italiani, qui il pdf). In poche parole, nella poesia di Katia Colica, “mio” e “mondo” conservano un equilibrio dinamico pregevole, senza egemonia dell’io lirico né della sua fortiniana “uccisione”. 

***
Baratti

Io piaccio alla solitudine
perché non le faccio mai domande
e ci divido il mio vino rosso.
Lei in cambio mi insegna
a non aspettarmi granché.

*
Lo spago e il labirinto

Forse ho ucciso Arianna alla finestra
o soltanto le ho urlato di andarsene.
Di notte è tutto confuso, incerto,
e io, intanto, ho imparato a tradire.
Mi ha lasciato lo spago rosso di sangue
avvolto stretto, attorno al mio collo,
ma non ho una patria da raggiungere
o un uomo da carezzare, lambire.
L’uomo-toro applaude, da lì,
al centro esatto del labirinto;
non si meraviglia a vedermi sola:
sa che le lacrime scolorano il trucco
che il rigo nero degli occhi si scrosta
che la cipria la soffia via il vento
e Teseo, distratto, mi vede appena.
Così resta immobile ad aspettare
che qualcuno lo uccida o lo curi:
pare di gesso, pare di carne,
pare di torba, pare di sangue.
Resta immobile e l’aurora lo rischiara;
e lo spago si spezza, e il labirinto si serra
e il percorso è un bosco di rovi e di spine,
e il selciato non rivedrà il mio ritorno.

*
Baracca 11 (o Canto di Sergio De Simone)

Oggi mia madre mi aspetta, e io saprò esserci.
Non avrò paura di cercarla dietro il filo spinato
in mezzo alle pozzanghere di fango e piscio
tra le ossa parlanti al campo di lavoro
e non le preferirò questa baracca stantia
o lo spavento di muovermi, la paralisi,
l’incredulità bambina che ci immobilizza.
Sarò quello che, invece, indosserà il cappotto di crine
e scarpe senza lacci ai piedi; le calze, invece,
quelle no, quelle le ho perdute sul treno assieme a Dio.
E quando la vedrò metterò le mani in tasca
coprendo il mio tatuaggio per non farle altro male.
Appena la vedrò – da lontano – mi toccherò il cuore
ché le punte di questa stella sul petto buchino solo me.
E, infine, le dirò di questo istante eterno, infinito,
in cui ho fatto un passo avanti per averla.
Ho fatto un passo avanti per riaverla.

*

Fibula

Mia madre mi narrò le lacrime di una colomba
dalla carne falciata con un coccio di bottiglia
e ricucita ad arte con sette spine d’acacia.

Mi narrò, mentre mi teneva ferma,
l’equivoco dell’amore, i suoi spiragli stretti.

Suturai con giallo d’uovo e acqua sacra
camminai a passi piccoli, marcia e dolore,
diventai un pacco chiuso da scartare per il mio sposo
che mi ha scucito con l’amore feroce dei maschi.

Ora difendo la mia anima, anch’essa imbastita;
non più nido ospitale, ricovero di vecchi stanchi,
seggiola di paglia per appoggiarci giacche sulla spalliera.
Lanterna colma d’olio, ghiaccio sulle piaghe,
non più sguardo clemente; non potrebbe, ormai.

Nessuno le bussi alla porta, se passa da qui,
nessuno le chieda di più che un canto di lutto.

*

Abilità

Se l’amore potesse fare promesse di felicità
le cucirebbe a vivo sulla carne degli amanti
perché questo sa fare.

__
Immagine gentilmente fornitaci dall’A.

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Informazioni su Roberto R. Corsi

Homo sum, humani nihil a me alienum puto. Scrivo per lo più [di] poesia e di musica classica, arte, cultura. I mostly write [about] poetry and about classical music, art, culture.

Un commento su “Katia Colica, inediti

  1. almerighi
    14/03/2017

    i tre brani centrali sono di notevole spessore. Il primo e l’ultimo efficaci aforismi

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Questa voce è stata pubblicata il 10/03/2017 da in poesia, poesia italiana con tag .
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