perìgeion

un atto di poesia

Una specie di abisso portatile, di Luisa Pianzola

Presentazione standard1

di Nino Iacovella

                                                                                                                                                   
 
Esiste poco più che un mistero, un nonnulla

che lacera il perimetro e dilaga.

Ma senza paura di dissolversi, senza squilibri.

E così il capitolo ottavo, tutto sommato, funziona.

Così il coretto ininterrotto – la sovrumana

potenza del flusso – invade la stanza.

Un silenzio notturno ci sveste, cara notte che declini

il talento vitale dei signori di sotto.

C’ era una gran festa, questa sera.

Gli inviti sono piovuti in casella, oh, la cordialità.

Amaranto le sedie, il portone addobbato, i nastri

pioventi e dorati.

Michel, devo a te la lussuria di questa notte

le fauci dispiegate come ali di latta, e al conto del dire

esser presa da qui, da questa disfatta inattuale

che mi serve da recita, da pentagramma.

Devo a te le parole, la lingua distesa

a cercare il solvente più adatto, la risorsa più accorta.

Un inganno ottico ti avvicina all’ efferato,

all’informe. Poco più in là il frastuono martella,

il salvataggio mancato restituisce visioni.

Non sai guardare il sangue.

Non parla la tua lingua.

L’indignazione ti aiuta ad abbassare il livello,

il tuo microcosmo elabora rifiuti, lontananze.

Cerchi azzeramento morale per elevarti a vette

di assestamento. Strisci da una prima colazione

a un terminale.

Da lì è più semplice tenere il tempo.

Come il paguro metti su casa di lato,

mantieni il disastro a una distanza ragionevole.

Il meteo dice variabile, vuoto.

La tua risorsa è intatta. La valigia traballante

ti spinge a ritroso: tabaccheria, incrocio,

bar d’ angolo, cortile di casa.

 

Conosco da anni Luisa Pianzola, così come la sua poesia. Una scrittura che affronta con fiera lucidità l’attraversamento dei paesaggi del disincanto. Da qui il titolo del suo ultimo libro, tratto da una prosa di Houellebecq.

Luisa Pianzola scrive poesia evitando i percorsi più battuti dallo sguardo al femminile. Asettica, a tratti androgina, i suoi versi sono paragonabili a tagli chirurgici che, dopo una fase dialogica preparatoria, vanno diretti all’affondo annichilente.

Con una scrittura depurata da qualsiasi retaggio retorico l’autrice costruisce il suo monologo poetante. Uno stile che mette insieme soggetivismo lirico e forme dell’antilirica, attraverso una versificazione prosastica, con una lingua che presenta frequenti contaminazioni gergali. In Una specie di abisso portatile (La vita felice, 2015), non mancano espressioni del tipo “nuovo di pacca”, “sano sano”, le interiezioni come “accidenti”.

La cifra poetica dell’autrice, facendo un passo indietro nelle sue precedenti pubblicazioni, la ritroviamo limpida in un suo testo di Salva la notte libro del 2010: “Un colpo d’ascia, di netto, abbatte il frassino adulto. / Del resto non credevamo in lui, come non crediamo / in chi non resiste. / Resistere all’ascia, da piccoli si fa / si riesce. Ma l’adulto vacilla, / scricchiola, cede, vede doppio.”

In Una specie di abisso portatile si apre uno spazio per nuovi temi,  in parte già accennati nel precedente libro Il ragazzo donna. Nei primi due testi di apertura l’intento è di metterli subito in evidenza. Si parla infatti della Storia, del progresso umano che non ci libera dalla sofferenza, e successivamente del legame creativo con alcuni degli artisti di rifermento della Pianzola (già Antony Hegarty nel libro Il ragazzo donna; Michel Houellebecq, Tolstoj e Dostoevskij, invece, in Una specie di abisso portatile).

Il testo iniziale che rievoca l’eccidio di Aigues – Mortes è emblematico nel cristallizzare il tempo in una forma di violenza che lascia tuttora, nella sua sostanza, la propria scia di irrisolutezze: ” Per ogni vita un giglio bianco a formare il diagramma: / dissesti in un paese straniero a volte ospitale. / Miseria e aporie, le stesse che avanzano adesso / prima del mattino, dello scroscio di sabbia, / del tempo che lo ha fermato.”

Il secondo testo è una dedica a Tolstoj. La falciatura di Levin, nel quale incipit vediamo accostare l’orizzontalità della salma del grande (ed etico) maestro della letteratura dell’ottocento con la distesa dei possedimenti agricoli di Konstantin Dmitric Lévin, proprietario terriero e onesto idealista protagonista del romanzo Anna Karenina: “Che dolore, questa orizzontalità / questa salma allungata a parole senza scopo […] Non so dirlo, padre solitario che avanzavi / nel niente che ti inchiodava al compito, / al tarlo che predica a bassa voce. / Quanto dolore perso, quanto perduto / lo sgomento che impegna./ Uno speleologo incattivito e guardingo / pieno di cuori altrui e beato. / E mai più queste pagine care.

Tra le sezioni spiccano i testi de I mercati risuonano di echi gioviali e l’eponima Una specie di abisso portatile. Nella prima sezione citata siamo al tempo di un vivere che cede alle “soluzioni di mercato”, al “fideismo mercantile” e all’edonismo. In una Una specie di abisso portatile invece è significativo il dialogo poetico di apertura con Michel Houllebecq: ” Michel, devo a te la lussuria di questa notte / le fauci dispiegate come ali di latta, e al conto del dire / esser presa da qui, da questa disfatta inattuale / che mi serve da recita, da pentagramma. / Devo a te le parole, la lingua distesa / a cercare il solvente più adatto, la risorsa più accorta.”

In Archeologia del mio sangue è la figura di Fëdor Dostoevskij a ispirare la sezione, in un originale accostamento di immagini riferite allo scrittore russo e alla realtà di oggi: “Trattieni il tempo porgendo il salvacondotto / un po’ sfatto al controllore. / Si entra a branchi, a brani, voi fuggiti da foreste / illiberali, noi assiepati in trincee moderne. […] / Ripresa delle attività, moderato aumento di richieste, / merci offuscate dal tormento di innovazione. / Si avanza a spintoni e pigrizia intellettuale, / un tragitto ininterrorto se non da soste per bere / e riallacciare i cavi delle batterie, / moloch da mordere avanzando nella calca.

Concludendo possiamo dire che, con questo ultimo libro, Luisa Pianzola ci conferma la sua consolidata cifra poetica che è oggigiorno sicuramente tra le più riconoscibili e originali.

Una specie di abisso portatile, La vita felice, Milano, 2015

 

 

 

Eppure è tra i rovi legnosi, il groviglio

di radici, il poco spazio che guadagno a denti stretti

imprecando che nascono parole liquide, pensieri

tutto sommato sereni. Deve rompersi il naso

ogni giorno con le comodità e la poca grazia

la mia cara amica, fingersi monella e attrice

protestare a braccia levate, battersi tra difficoltà

e mezze risposte.

Questo è il tirocinio, il latte dolcissimo che richiede.

 

***

 

Ma poi non è nemmeno questo, è il vuoto

la vacanza il segno meno del diagramma

a parlare la lingua dell’incontro.

Quando la conoscenza irrompe non voluta

e gli impulsi alterni cedono alla tensione

il carico normale si offre come un paniere

onesto da decifrare.

E il corpo smemorato non si attrezza.

 

***

 

Ho sempre scritto bene della fine.

Quando si giocava e i polpacci dolevano la sera

le squadre muscolari inauguravano la stagione,

il corpo di noi scolari si tendeva

al furore del tempo. Non scrivevo nulla.

Rischiavo di perdermi il finale anche di questo

imperfetto, nel tempo, che darà conto

di tanti futuri alla prima persona singolare.

 

***

 

Il congedo inizia con una corsetta

di prima mattina. Prosegue con il controllo

della posta per sapere se il mondo si prepara,

e il rantolino degli amici che apparecchiano

la festa dispone di sufficienti informazioni.

Poi, toccare un essere vivente

precipitarsi a un abbraccio reale che dica

più di quanto il dolore non direbbe

e l’insana domanda: sapremo riordinare

il diario tenuto così di fretta.

 

 

 

Luisa Pianzola (Tortona 1960) è poeta e giornalista. Dopo studi di pittura e architettura, si è laureata in Storia dell’arte contemporanea (Lettere moderne) a Genova e ha studiato visual design a Milano. Autrice di due saggi sull’architetto Alberto Sartoris, ha pubblicato i libri di poesia Salva la notte (La Vita Felice 2010, note critiche di Gabriela Fantato e Mario Santagostini), La scena era questa (LietoColle 2006, prefazione di Gianni Turchetta), Corpo di G. (LietoColle 2003, prefazione di Maurizio Cucchi), Sul Caramba (Sapiens 1992), Il ragazzo donna (La Vita Felice 2012, prefazione di Piera Mattei), Una specie di abisso portatile (La Vita Felice 2015).
Coautrice del video poetico Bíos (2007) e cocuratrice dell’edizione 2006 de Il Segreto delle Fragole (LietoColle), suoi lavori sono apparsi su riviste, siti web e sono presenti o recensiti nei volumi Blanc de ta nuque. Uno sguardo (dalla rete) sulla poesia italiana contemporanea 2006-2011 (Stefano Guglielmin, Le Voci della Luna 2011); Leggére variazioni di rotta (AA.VV., Le Voci della Luna 2008); Antologia della Poesia Piemontese (Puntoacapo Editrice 2013). Alcune sezioni di Salva la notte sono state tradotte in inglese da Anthony Robbins e in francese da Angèle Paoli.
Il suo sito internet è http://www.luisapianzola.it.

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