perìgeion

un atto di poesia

Lucetta Frisa su di un testo di Nanni Cagnone

 

 

 

Accidentalmente

Accidentalmente,
mentre geme
una cosa, si sfigura.
Senza cagioneche non sia
quello spasimo
stanco nei decenni.
Sminuire l’aurora,
aver in confidenza
il crepuscolo,
e quante voci accanto,
nel restìo. Ecco,
uno di noi, tra cose
di lunga ombra.

Duole pure lo sfiorare,
se alta nel presente
antichità, e un mormorìo
che vorrebbe schernire,
ridere sommesso
oltre le quinte
mentre ti spingono
al proscenio delle luci,
innanzi al buio dei volti.
Quando lontanamente
si studiano ferite,
incomprensione
soltanto, che addolora.

Ne l’aperto ora,
nel folto, nel diramarsi
dell’inestricabile,
ovunque ebbe principio
un atto di luce. È il tempo
in cui si ascolta e divora,
non si tace, è il vocabolario
dell’estate, la solidarietà
del mondo conosciuto.
So che nostalgia
vorrà le lucciole,
miniatura d’amicizia
delle stelle. Guarda
il pendìo dietro di te,
per tramandare.

Da Tacere fra gli alberi di Nanni Cagnone (Coup d’idée, Edizioni d’arte Enrica Dorna, Torino 2014)

***

In tutta la poesia di Nanni Cagnone, si respira un’aura di sacralità, di “svuotamento” dell’umano, di sospensione oltre i confini dell’uomo e del mondo (“grande uccello traversante il mare / è appunto la terrestrità”, What’s Hecuba to Him or He to Hecuba?, OOLP, New York 1975). La radice antichissima della poesia, che nasce da una forma di continua e indiretta interrogazione al mistero esistenziale, sottende occultamente tutta la sua scrittura.: Cagnone è rimasto fedele a questa andatura di classicità, andatura di re che cavalca con fierezza tra i suoi guerrieri non per eccitarli alla inutile battaglia ma per persuaderli a non vedere neppure il nemico, a non degnarlo di uno sguardo – sguardo da iniziato o da grande saggio-dichiarando così uno stato di inappartenenza al mondo e al presente. Chi sia il nemico per un uomo, e a maggior ragione per un re, è forse indicibile. Comunque, il re sa di perdere in battaglia; sa di ferirsi e cadere, ma non giacerà in nessuna polvere. Lui è re sempre, non può dismettere né rinnegare la sua regalità: può solo “dire” l’inevitabile sconfitta ontologica. In Discorde (La Finestra editrice, Trento 2015) scrive: “Il mondo esteriore – per noi, una superficie solamente utile a invogliare pensieri. Porre nel non-visibile il valore del visibile, fa credere superficiale l’apparenza, e al vero assegna qualità d’abisso”.
La poesia che ho scelto per questa breve nota costituisce le prime tre strofe di uno dei suoi ultimi volumi, Tacere tra gli alberi, Coup d’idée, Torino 2014 (nel presente testo tutte le citazioni di cui non si riporta la fonte sono tratte da questo libro) ed è particolarmente suggestiva perché entra in confidenza con il congedo dissolvendo ogni armatura retorica del dire, anche quella – estrema – che difende i riverberi del nulla: forse l’immagine guerriera che mi balza alla mente parlando di questo poeta nasce in buona parte da due dei suoi libri fondamentali, Andatura (Società di Poesia, Milano 1979) e Armi senza insegne (Coliseum, Milano 1988).
La cadenza “Ne l’aperto ora, / nel folto, nel diramarsi / dell’inestricabile, / ovunque ebbe principio / un atto di luce” è quella del poema filosofico; il lungo respiro “Accidentalmente, / mentre geme / una cosa, si sfigura. / Senza cagione / che non sia / quello spasimo / stanco nei decenni. / Sminuire l’aurora, / aver in confidenza / il crepuscolo, / e quante voci accanto,/ nel restìo” ci racconta la prossimità con il dolore dell’invecchiamento ma anche la certezza di una parola che resiste, nuda e bisognosa, regina nella sua inguaribile lacuna, dentro l’inguaribile vita. Dopo più di quarant’anni di tenace “veglia” poetica, Cagnone non si sente più il giovane inflessibile e insofferente che intona il dire arcaico di Andatura (“le vie si oppongono porte sottili”; “onda sorprendente ritornata, / nelle pieghe pazientissima spina”), ma l’uomo che vuole conservare il regno dell’invisibile non più su un illusorio trono di astratti pensieri ma ben vivo e sensibile tra “cose di lunga ombra”, ridendo sommesso sul palcoscenico della vita che continua a disfarsi. È finito “il vocabolario dell’estate, la solidarietà / del mondo conosciuto” e Cagnone sa che “per giovarsi della poesia, basteranno intuito, sensualità, istinto associativo – virtù che meno d’altre tendono a inaridire” (Discorde). Sa di raccogliere una eredità classica e arcaica insieme, “petrosa”, fedele all’asprezza discorsiva di un Gerard Manley Hopkins e alla meditazione mai lirica di un Novalis. Sa conservare con ostinazione le sue lacrimae rerum: lacrime ormai raffreddate sul ciglio asciutto ma pur sempre quelle di un guerriero (Nunzio? Testimone?) che ha visto ciò che non doveva vedere e versa i suoi preziosi ricordi di un lontano strazio nell’orecchio di chi, solo, è degno di ascoltarli: “Guarda/ il pendio dietro di te/ per tramandare”.
Mai espressionista e mai autobiografico, Cagnone è amaramente riflessivo, padrone di una lingua austera e trasfigurante, artefatta e nitida insieme, che acconsente al Mistero, che non si fa definire né tecnicamente né tematicamente. “Quando lontanamente / si studiano ferite, / incomprensione / soltanto, che addolora”. Questa lontananza tiene sempre il lettore di Cagnone in bilico: chi legge la sua poesia non sa se e come accoglierla, perché senso e suono sono inestricabili (la poesia greca dei classici insegna) nella loro risentita mescolanza. “C’è chi preferisce il pieno e chi il vuoto – io tengo per me il cagionevole sentimento del vuoto” (Discorde).
Il testo poetico da me prescelto, -“cagionevole” e interiore, lontanissimo dal ridurre i sogni umani a una “sommersa biblioteca personale”- ci racconta di come oggi il poeta sogni il suo congedo con silenziosa fierezza, continuando a tramare interminabilmente il suo lungo poema, il suo “tacere fra gli alberi”. Ricordo certi film di Kurosawa e di Kitano sospesi felicemente nella vana attesa di un evento che forse non accadrà o che forse è già accaduto: “Una delle virtù di Kitano Takeschi è il suo darsi tempo: stare fermo-zitto ad aspettare, quasi dovesse completarsi da sé, l’inquadratura” (Discorde). E Cagnone si dà tempo. Continua a scrivere una poesia sibillina e chiara insieme, potente come un oracolo e leggera come una piuma, incurante delle mode e dei suoi contemporanei, libera perché opera di un uomo libero, che ha traversato l’esistenza non facendosi imbrigliare dalle convenzioni, umane e letterarie. Come scriveva in Armi senza insegne: “Se queste parole chiedono / egli non ha risposta, poiché / il viandante respira come uno / che dorme quietamente.” Cagnone, wanderer solitario della sua avventura poetica, non spera né intende ritrovare se stesso. “Non volevo / venire, non volevo / che un vento, / una resurrezione”. La domanda – precisa e ineluttabile, per Nanni e per ogni poeta – resta: “ E ora /, con me, dove vado?”.

 

NOTA: è possibile leggere il presente intervento di Lucetta Frisa nel volume collettivo Passione Poesia, CFR, 2016.

 

 

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2 commenti su “Lucetta Frisa su di un testo di Nanni Cagnone

  1. “DARSI TEMPO”. Il tempo dovuto alla poesia. Nanni Cagnone l’ha fatto da re per una vita intera, teorizzando nei suoi aforismi e nei suoi poemi un amore tenace per la fragilità. Un “talismano”, direbbe montale. Grazie a Lucetta Frisa per il suo sensibile commento.

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  2. Viviane Ciampi
    19/04/2017

    Profondo il commento di Lucetta Frisa per questo poeta raro, di forte spessore etico, di temperamento lucido, “acceso” e che accende risorse di luce in chi legge.

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