perìgeion

un atto di poesia

Un intervento di Marco Ercolani su Francesco Marotta

 

dalla serie “Ashes and snow” di Gregory Colbert.

 

 

Disordine di sguardi, artefice
Disordine di sguardi, artefice
il fuoco che altrove
spinge l’occhio a una
vicenda di transiti, al
l’ombra che avvalla e
rovina nell’erba
umida di scintille, e tu
che crolli per l’aria
nel segreto coltivi vertigini
di perdute tenerezze, la
passione che ci perseguita di
anni dementi, e forse
solo la cenere ormai
continua ad albeggiare
in superficie, mentre
i figli, ignari
giocano un sogno
tra gesti raccolti qui
a terra, la tua bocca
in un angolo, la
veste nuda
che mi somiglia come un
grido, come un
addio

dal gioco
dispiega un cammino, un
vuoto di
alberi, acrobati
di luce tra
casupole di paglia e
macchie di
polvere sospese sul
la carta a un
crocevia di
piogge, alla fine
basta l’eco di un passo
a strapiombo e
la soglia sul
lavacro del risveglio è il tuo
corpo disteso nel
la fuga, il lessico
strozzato da un male
leggibile anche
senza
occhi

Da Impronte sull’acqua di Francesco Marotta (Le Voci della Luna, 2008)

Un vortice immobile. Per Francesco Marotta

I versi di Francesco Marotta sembrano arrivare da uno slittamento continuo del senso, da una metamorfosi del linguaggio, e pur sognando se stesse continuano a cambiare direzione, come le colate laviche di un vulcano silenzioso ma mai spento. Un universo frammentato, indefinito, metamorfico, ma pullulante di parole che si intrecciano ad altre parole in un dire ininterrotto che traversa dolorosamente tutti i silenzi, come in una melopea che tenta di ricucire ogni lutto con l’esorcismo ostinato della parola, sublimato in melodia. La parola di Marotta sostanzialmente non ha mai nulla da dire, da aggiungere al mondo delle cose evocate. Esiste come parola che genera e rigenera parole, frase ipnotica e infinita, fatta di sillabe spezzate che tentano di ricucire il filo perduto. L’io non esiste di fronte al dolore del mondo. Ma si può ancora cantare negli interstizi, nelle pieghe della ferita. «Il poeta non trattiene a sé ciò che scopre. Non appena lo trascrive, subito lo perde. In ciò risiede la sua novità, il suo infinito, il suo pericolo». Marotta, sulla scia di René Char, non trattiene mai del tutto la sua materia e la lascia scorrere, cercando solo di fissare fragili ponti linguistici, clusters verbali, macchie informali di parole: “solo la cenere ormai / continua ad albeggiare / in superficie, mentre / i figli, ignari / giocano un sogno / tra gesti raccolti qui / a terra, la tua bocca / in un angolo, la / veste nuda / che mi somiglia come un / grido, come un / addio”.
Disordine di sguardi, artefice è una poesia interrogante, innodica, rapinosa, con ampie volute e veloci precipizi, è l’infinito “esorcismo” con cui si esprimono i poeti “feriti”, svenati dal loro dolore: è poesia inattuale e sempre dolente, si sottrae a qualsiasi griglia interpretativa, si fa intima e sovversiva, carnale e surreale, ma anche politica.
Il litblog di Francesco Marotta «La dimora del tempo sospeso», tuttora attivo e operante, ne è la concreta dimostrazione. Gli autori ospitati nella sua “Dimora del tempo sospeso”, italiani o stranieri, viventi e non, eretici o classici, lavorano dentro la percezione di un “tempo sospeso”, di una inattualità eretica e feconda, che ricorda, molto da vicino, grandi riviste italiane degli anni Ottanta e Novanta, da «Il Gallo silvestre» a «In forma di parole». Accogliendo nella sua “Dimora” poeti, traduttori, critici, narratori, con passione e dedizione continue, il poeta costruisce attraverso di loro la sua vera autobiografia, la sostanza stessa del suo canto. Protagonista assoluta della pagina web di Marotta è la libertà e la qualità del testo, comunque e dovunque si mostri – segno di «un’arte beffarda, leggera, divinamente imperturbata, divinamente artificiosa, che avvampa come una fiamma chiara» (Nietzsche).
Monacale scriba del suo poema ininterrotto, il poeta è travolto da gridi e domande che non appartengono a un solo io biografico ma a un vasto io plurale e anonimo che, nel pulsare della parola, coniuga trasferisce il basso e l’alto in una sintassi ellittica e sempre metaforica, che ricorda i poemi di Lucio Piccolo, Lorenzo Calogero, Saint-John Perse. Viene alla memoria l’analogia con il mottetto Spem in alium dell’elisabettiano Thomas Tallis, in cui quaranta voci ripetono in ossessionato crescendo lo stesso tema; o il John Coltrane di A Love supreme.
Marotta ripete, nel suo ininterrotto poema, le metafore rituali della visione poetica. La sua “interezza di vita” è la sostanza stessa della sua materia verbale, da lui lavorata e modellata con brevi tocchi dove possibile e impossibile si intrecciano in un tale coagulo da non consentire alla poesia di diventare monumento, epitaffio, stele isolata, ma trasformandola in una melopea tenebrosa e antica – aggrovigliato cercare la propria ombra/luce in mille echi, risonanze, accenti, come i “ciechi giunchi” da cui nasce “l’estasi”. Marotta è poeta di un vortice immobile del linguaggio: i suoi versi sono specchi ustori che riflettono la tensione incandescente della parola, all’occhio e all’orecchio del lettore, in una sola poesia rifranta in tanti riflessi. Il poeta continua a scrivere e a parlare ma la sensazione è quella di un ardente e rigoroso autodafé, come un rito sacrificale in cui suono e senso ardono e si cancellano, mescolati insieme. Le immagini e le parole che ama ripetere sono sottratte alla loro liricità surrealista, “arredo” barocco di una alta lingua poetica e vengono “sporcate”, sprofondate in un cortocircuito tragico tra dire e non-dire, assumendo nuova potenza. Mai, leggendo questi versi, assistiamo a quei riti consolatori che i poeti formulano con tecnica raffinata per crearsi i loro finti paradisi.
Leggendo Marotta, non si ha mai la sensazione che l’autore sia il regista assoluto del testo che scrive; non impone al lettore cosa leggere e come leggere, ma piuttosto è un umile e appassionato coordinatore di materiali – acqua, aria, terra e fuoco – che sfuggono sempre al controllo razionale. Il poeta lancia una sfida inattuale di una poesia ermetica «a palpebre sbarrate / nell’esilio di voce», rigorosa e tradizionale, che svelle i codici stessi della tradizione. Un poeta, se si allontana troppo dalla natura della lingua per inseguire giochi verbali e acrobazie stilistiche, rischia di diventare pittore “astratto” che non graffia più la sostanza delle cose. Marotta, pur non essendo poeta “figurativo”, usa le parole dentro il loro senso e il loro suono abituali per farle vibrare di e per significati ulteriori, decostruendo la sintassi, inventando un’architettura neutra composta spesso di anacoluti e sospensioni tonali, trasformando la pagina più in una superficie pittorica e musicale che in un luogo soltanto verbale.
Questa poesia vertiginosa canta e ricanta l’imminenza del suo sgretolarsi. La ferita dell’io nel mondo ripete se stessa cercando impossibili guarigioni, restando sempre ferita aperta e feconda, espressa dai versi ipnotici di questa come di altre sue, innumerevoli, poesie.

 

NOTA: è possibile leggere il presente intervento di Marco Ercolani nel volume collettivo Passione Poesia, CFR, 2016.

 

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6 commenti su “Un intervento di Marco Ercolani su Francesco Marotta

  1. Alessandro Ghignoli
    04/04/2017

    Marco Ercolani e Francesco Marotta, due belle presenze della poesia e della scrittura in Italia, quando la parola si incontra, il risultato o meglio il suo processo è davvero serenamente esaltante.
    mi permetto di consigliare questo libro:

    http://www.carteggiletterari.it/shop/categoria-1/marco-ercolani-il-poema-ininterrotto-di-francesco-marotta-antologia-poetica-e-critica/

    un abbraccio

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  2. ninoiacovella
    05/04/2017

    Sempre grati (per noi un privilegio) di avere un contributo di Marco Ercolani.
    Qui su Marotta dall’antologia Passione Poesia.

    La visione poetica, magmatica, di Francesco Marotta è capace di tracciare attraverso il linguaggio l’esistenza di un mondo descritto per “soglie d’increato” (citando il titolo di una delle sue raccolte).
    Poesia dotata di una purezza ostinata che poggia tutto il proprio peso sulla parola. Per questo si denota una complessità profonda: nella mancanza di una vera e propria strutturazione verbale di azione, di movimento fisico, perché il linguaggio è come un flusso elettrico appartenente all’emozione e al sentimento.
    Nino

    Liked by 2 people

  3. marco ercolani
    06/04/2017

    Grazie, Alessandro. Grazie, Nino. Il 28 aprile, alla Stanza della Poesia, presento il “Poema ininterrotto di Francesco Marotta”, il libro a mia cura uscito per Carteggi letterari. Siete idealmente accanto a me. “Il linguaggio è un flusso elettrico appartenente all’emozione, al sentimento”, ma la ragione compositiva è come un basso ostinato della mente che pensa/sente poesia.

    Liked by 2 people

  4. marco ercolani
    06/04/2017

    La Stanza della Poesia, a Genova, accanto al Palazzo Ducale, dove Nino Iacovella, Antonio Devicienti e Christian Tito costruirono un bellissimo pomeriggio per “Perigeion”.

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  5. francescotomada
    06/04/2017

    Grazie A Marco per questo intervento, e ad Antonio per la copertina.
    Sulla mia stima per Francesco Marotta come poeta e la mia riconoscenza dal punto di vista umano e personale non aggiungo altro.
    Grazie davvero a voi.
    Francesco

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  6. Viviane Ciampi
    19/04/2017

    Rinnovo la mia stima per il poeta Francesco Marotta la cui scrittura rigeneratrice abita ogni battito inquieto dell’universo. A Marco Ercolani – che dire – ogni volta si rinnova lo spessore del nutrimento.

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