perìgeion

un atto di poesia

L’odore dei leoni di Cecilia Resio

 

di Amara

 
 
Mi sono imbattuta nella scrittura di Cecilia Resio su di un social, per caso e sono rimasta subito colpita da quel modo fresco, ma accurato e originale di raccontare le cose. Un modo che mi ha reso simpatica l’autrice e creato molto interesse per la sua scrittura.

Sono così approdata a ‘L’odore dei leoni’, il libro che Resio ha autopubblicato con Yucanprint e che lei definisce “una raccolta di quasi poesie, d’amore e non d’amore, scritte fra l’Italia e Parigi, in tempi bui e luminosi.”

Traggo dalla prefazione di Aldo Nove, con le cui parole concordo pienamente:
“La letteratura di Cecilia Resio è anomala.
Come anomalo è tutto ciò che è di rilievo. […] Per me è una boccata d’aria fresca, leggerla. Non c’è inquinamento d’ego e di genere. Non ci sono strizzate d’occhio compiaciute al lettore. Non ci sono calcoli.
C’è solo necessità.”

È per questo che nel libro troverete molti modi di fare poesia, da quella che contiene rime alla prosa poetica, da pensieri appuntati su foglietti a poesie elencative dove, ogni punto, è una storia intera che si apre e si lascia guardare, così come l’autrice ha saputo vedere e dire. Perché Cecilia narra di sé, o partendo da sé, ma sa estendersi a un grembo universale.
Una capacità di usare la parola che apprezzo molto, perché sa essere seria, serissima, giocosa, o tutto insieme, con una leggerezza delicata, ma che non si astrae dal sangue e dalla terra, mai noiosa e, a mio avviso, non comune. Una maniera di comporre che mi fa spesso stupire, come mi accadeva da bambina, della precisa bellezza di certe costruzioni.

Questo è, per me, un libro da leggere e non archiviare, ma da tenere lì per ricordarci di viaggiare leggeri, quando ne sentiamo il bisogno.
 
 

§

 
 
Gli infedeli e la spettronomia di massa

La chiesa era bella, tutta colma di peccati.
Sul sagrato, resti di risa.
Avevo, nella borsa, un lampadario acceso.
Era fatto di lacrime solide,
piccole gocce che sembravano di cristallo.
La spettronomia di massa ci rivelava, al loro interno,
minuscole api fossili, ricordo d’intenzioni operaie.
Quante volte, le avevo sentite lavorare,
col loro ronzare infinitesimamente piccolo,
intorno ai miei occhi, poco prima del pianto.
La chiesa era bella, tutta colma di fedeli.
Sul soffitto, sciami di preghiere.
fammi guarire, fammi morire, fammi dormire,
fammi ricco, fammi innamorare,
fallo tornare, fallo scappare, fallo guarire,
fallo morire, fallo per la Juve,
ti prego, mio Signore.
Avevo, nella borsa, anche un dromedario
e qualche spicciolo di luna.
Tu avevi gli occhi luminosi e ti hanno chiesto di spegnerli,
adombravi Dio.
Hai riso così forte, che il riso, per gli sposi,
non è bastato più.
Allora abbiamo spento, occhi e lampadario e, quieti,
siamo andati all’altro mondo.
Il nostro preferito.

 
Argentina

Non tengo niente del passato,
quel che è andato è andato
e quel che serve che rimanga
mi seguirà per sempre
prendendo piede
nelle mie nuove orme

Oggi mi sono svegliata con addosso
la malinconia, una sorta di vestaglia
rosa, di quelle esauste e appese
dietro alle porte dei bagni delle zie

Verso l’ora del pranzo
me la sono levata e ho indossato
un formidabile gonnellino di banane

Così è la vita,
un piede nella fossa dei serpenti
ed uno nel tango,
che porta il nome della mia risata
 

Fire walk with me

Gli amanti, il desiderio di una buona cattiveria,
quasi l’urgenza di una mano che chiudesse gli occhi,
l’estrema unzione dell’amplesso,
il gran finale dei fuochi d’artificio al Redentore, dopo l’amore.
Ammortizzare la cupidigia dell’insonnia,
spaventarsi e rinunciare a un altro cuore di passaggio,
rosso, poi nero, poi fegato, frattaglia.
Fire walk with me, fuoco di paglia.
È già mattino e il buio è sparito in un boato,
guardandomi in cagnesco, alla francese.
Fuori dalle finestre accese, ignorando il tempo non passato,
un altro giorno parassita, nuovo di zecca, è cominciato.
 

Dossi di seppia
Tienimi forte i polsi
così che le mani
impallidiscano
come sa fare al viso
lo scandalo
quando s’imbatte in gente
senza fantasia
 

Epitaffio

C’era una cosa, quando ero in vita,
che mi spaventava più dell’uomo nero,
degli armadi e dei paragoni.
Era, dopo il rullo dei tamburi, dopo l’orchestra,
l’odore dei leoni.

§

 
 

Cecilia Resio è nata a Livorno e ha vissuto a Parigi
per sedici anni. Oggi vive a Bologna dove continua
il suo lavoro di copywriter e traduttrice

 

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Informazioni su amara

Il dubbio è uno dei nomi dell'intelligenza (J. L. Borges)

6 commenti su “L’odore dei leoni di Cecilia Resio

  1. anna salvini
    08/04/2017

    Una gran bella lettura e tanta voglia di leggerne ancora.
    Dove è possibile trovare altro di questa autrice?
    Grazie!

    Liked by 3 people

  2. guidoq
    10/04/2017

    Che scoperta! Grazie!

    Liked by 1 persona

  3. Marilena
    10/04/2017

    bellissima scoperta davvero, entusiasta di Cecilia .

    Liked by 1 persona

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Questa voce è stata pubblicata il 08/04/2017 da in poesia, poesia italiana, recensioni con tag , .
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