perìgeion

un atto di poesia

Marco Ercolani su Alfonso Guida

 

 

 

 

Di Alfonso Guida Marco Munaro scrive che “è più simile a poeti immaginari che a qualunque poeta italiano”. Il suo mondo interiore è esposto con visionaria e sconcertante nudità in Poesie per Tiziana (Rovigo, Il ponte del sale, 2015), un poema di oltre ottomila versi, un romanzo in endecasillabi indirizzato a Tiziana, la sua psichiatra, diario-confessione di un periodo di oltre otto anni trascorso in un ospedale psichiatrico a Policoro, ribattezzato dal poeta Torremozza. Ancora una volta la poesia si dichiara mostruosa, imprudente, oscena, interminabile. Non accetta né classifiche né classificazioni. È fluire leggero e greve che ruota in un gorgo senza fine né inizio, dentro un maellstrom personale che non rinuncia a esprimersi in tutta la sua perturbata potenza. Nessun lettore può dominare o spiegare questo poema-romanzo: deve farsi catturare dai suoi ritmi barbari, dal tempo del suo snodarsi, dove alla bellezza barocca delle immagini (“un rumore di zoccoli / bianchi e gli oggetti dei pazzi che quasi / limpidamente sgranchiavano al tronco / guerresco e comico del vento”) si affiancano riflessioni sonnamboliche sull’oltranza della poesia (”Benedetta la matrice poematica / di ogni tua consapevolezza”). Lo scrittore ascolta il suo mondo inconciliato e tumultuoso, ma è anche osservatore poetico dell’umanità desolata e sofferente che lo circonda. (“Sono seduto. Vorrei che ascoltassi / lo Jonio, Tiziana, vorrei la mia testa / maciullata dai cani. Ne ho dolore. / Ne ho insonnia. E cammino guardando le ombre / giocare sul muro. E’ il pensiero che mi / fa vedere: uno specchio incenerito. / Vorrei sapere di Rosa. Diranno / che è morta. E invece io so che siede accanto al / fuoco ruttante della sua stamberga / di neve. Lì si nascondono i morti”). Inutile trovare poeti simili ad Alfonso Guida. Vengono in mente alcuni nomi, Lorenzo Calogero e Edoardo Cacciatore fra gli altri, per la infinità della loro poetica, ma l’analogia finisce qui o si rischiano accostamenti banali. Guida non si sottomette a niente. Registra salmodie. La sua voce, sempre eccessiva nel frastuono delle immagini, ripara il silenzio della sua mente. Il poeta usa la lingua italiana per cesellare personali e tempestose polifonie dove sapienza, dannazione, santità, follia, innescano una poesia alchemica e totale che, come osserva ancora Munaro, “sembra abbracciare nel suo lampo tutto e tutti, persino se stessa, nel rovescio di se stessa”. Occorre che il lettore, per essere travolto nel modo giusto dalla dissennatezza organizzata del poema, non si faccia deviare da nessun orientamento critico ma trascinare dal flusso frastornante del poema, come accade al lettore di Moby Dick quando viene coinvolto nel vortice allegorico ed eccessivo della narrazione e non sa più cosa gli stia succedendo; non sa se quanto legge è una storia di baleniere e di naufragi, o non piuttosto un poema apocalittico, una infinita invettiva sul male, una preghiera senza dèi che ricapitola le miserie del mondo, “leviatano / che troneggia, foriero e tempestoso, / ladro mesto di tutto il mio destino”. La violenza forte e chiara di questo libro indecifrabile è restituita da una lingua mai sperimentale, ricchissima lessicalmente, abbagliata dalle sue stesse immagini, sempre in subbuglio nel continuo, tortuoso, allucinato monologare di un io nomade della sua mente. (“Tu passi, / cantando un’arietta barocca, e passi / di nuovo avendo scordato le chiavi / sul cruscotto. Io, pitoccante uomo d’acqua, / lascio al nulla l’anguiforme tresca che / vivo in mezzo ai fiori, immodesto vivere / nemico, inorgoglioso, tra le chicchere / di rame su al nosocomio”).

 

Da Poesie per Tiziana
 
La mimesi nasconde lo stupore
languoroso del primo trattato: una
luce sognante, luce a serpentello
che spezza il viaggio effimero dentro
l’abisso. Oggi le grida, il muro infesto,
le facce barbute, un linguaggio chiuso,
devoto, incomprensibile. Stavamo
parlando quando una pazza è giunta nel
tuo studio, affamata. “Tra poco avrete il
pranzo”. Ma la donna arruffata e spenta
si è catapultata sul tuo rosario
di legno. Lo ha stretto forte nel pugno:
Posso avere anche quella melagrana?”
Ti sei commossa. E quando se n’è andata
mi hai detto: “E’ una fortuna che lei non stia
dentro, in questo periodo. Glielo dico
per certo. Qui è l’inferno. Non c’è scampo”.
 
Entrare come la spina del gelo
nei tuoi occhi. Vedermi dai tuoi occhi visti
come da lontano, da lontananze
travolgenti, immense. E il cerchio del sole
s’infiamma nella vecchia cornice umida,
più che declamatoria, di una luce
da sporco cinematografo oppure
luce di vigna o di salotto. Queste
compresenze colate dall’abisso
tremano, Tiziana, più facilmente
che non la mano sul vivo braciere
di Scevola, Oppure lamentiamo una
sola parvenza: quella che distingue
rosario da catena, neve o fiala
col braccio sistemato come una linea
continuata dell’altro braccio, croce
ferma e zitta a letto dove m’impauro
per le gocce di salnitro che sento
cadere dalle aperte mucose del
vento, fuori, dove c’è solo ferro
di lampioni e abeti sciolti nei loro
quattro nidi e marciapiedi lunghissimi.
 
Tutto il bene che ti voglio è nel sangue
che non scende a nutrire il cuore, e il cuore
vive solo, abbandonato, non da te,
ma dall’amicizia inferma e dalla
fortuita temperanza che raggiungo
quando passo sul cavalcavia e vedo
l’indicazione per Torremozza. Qui,
nel deliquiale raggio di un sole acre,
stupido, m’innamoro del mio stesso
tormento e ne faccio casa e rifugio
d’agrimensore il cui metro dispiega
ritmici soffi di zefiro e tutta
la nervosa letargia del favonio.
Salto fuori nei miei anni. E tu sorprendi
per troppa benedetta, inarrivabile
poesia. I rioni del paese sono bianchi.
C’è mare e luce. Infine mi riperdo
dove morte può salvare e non credere
che sotto le foglie ci siano ancora
vermi e formiche e sotto le pietre del
mare il blu e i rematori e il leviatano
che troneggia, foriero e tempestoso
ladro mesto di tutto il mio destino
.

 

 

 

 

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6 commenti su “Marco Ercolani su Alfonso Guida

  1. marco ercolani
    25/04/2017

    Lieto che Perigeion ospiti questa mia nota di lettura su Alfonso Guida, uno dei poeti più reali e più visionari della sua generazione.

    Liked by 3 people

  2. Roberto R. Corsi
    25/04/2017

    a me viene parecchio in mente anche Ottiero Ottieri nella sua fase dei “poemetti delle degenze” (L’infermiera di Pisa, La corda corta etc.). Dovevamo farci anche un pezzo, Perigei 🙂 ma sono rimasto indietro. Mi procurerò il libro e lo leggerò con piacere, grazie Marco.

    Liked by 2 people

  3. ninoiacovella
    25/04/2017

    “La violenza forte e chiara di questo libro indecifrabile è restituita da una lingua mai sperimentale, ricchissima lessicalmente, abbagliata dalle sue stesse immagini, sempre in subbuglio nel continuo, tortuoso, allucinato monologare di un io nomade della sua mente.”

    Caro Marco, possiedo questo libro e non l’ho ancora letto. La tua introduzione al testo è una perla. In casa sono assediato felicemente dai libri che continuo ad acquistare compulsivamente. Dalla mia pila di prossime letture (sul comodino) ora affiora un libro di poesia color vinaccia. Grazie. Nino

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  4. Avevo letto tempo fa sull’antologia Passione Poesia la presentazione di Marco Munaro di queste Poesie per Tiziana e avevo annotato l’acquisto del libro di Guida. Ora tu, altro Marco, me lo ricordi e me lo fai non più improrogabile bisogno. tu mirabilmente dici che “la sua voce ripara il silenzio della sua mente”. e io mi sorprendo a pensare: quanto vorrei che la mia voce, come quella- irraggiungibile – di Alfonso Guida, riuscisse a riparare il silenzio della mia mente.
    Così, come tu consigli al lettore, mi lascerò trascinare dalla sua apocalisse in parole, che rispecchia tutta la luce e pure l’oscura deriva del mondo. sì, mi lascerò abbagliare-oscurare da questa misteriosa potenza del suo poema. te ne dirò ancora. grazie, per intanto, salutando tutta Perìgeion
    annamaria

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  5. marco ercolani
    26/04/2017

    Bellissime parole, le vostre. Ed è proprio vera, Annamaria. “L’apocalisse in parole” di Alfonso. Non so se il lettore potrà resistere alla lettura integrale di questo libro ustionante, che acceca e abbaglia: io stesso non sono riuscito a leggerlo nella sua interezza. Ma sapere che un poeta osi fare questo, e sentire dentro di sé il suo gesto, è qualcosa che non so se ci salvi, ma ci fa del bene, perché illumina la dissonanza e rende feconda la follia.

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  6. Giorgio Galli
    27/04/2017

    Bellissima nota, intimamente vicina al lavoro di Ercolani sulle “Galassie parallele”. Non ho letto il volume e, colpevolmente, non lo conoscevo. Illuminanti anche le parole con cui è accostato a Melville. Grazie.

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