perìgeion

un atto di poesia

Wunderkammer 5

 

 

Joseph Cornell: “Medici Slot-Machine: Object, 1942”.

 

 

di Antonio Devicienti

 

Camillo Pennati (da Paesaggi del silenzio con figura, Interlinea, Novara, 2012, pagg. 104 e 105).

Biagio Cepollaro afferma a chiare lettere che “lo stile è giudizio, lo stile è pensiero”: se allora l’ékphrasis non imita, ma costruisce un ponte tra l’opera di riferimento e il testo poetico, quest’ultimo, se riuscito e vivente di una propria, compiuta autonomia, conduce al più alto grado di espressività le capacità stilistiche del suo autore. Riconosciamo così subito i versi lunghi di Pennati, la loro sintassi elaboratissima e complessa, vicina al movimento ampio e articolato della sinfonia, il lessico straordinariamente ricco e la capacità di far risplendere la bellezza della lingua italiana. Il testo che segue è intessuto attorno alla pala d’altare d’una chiesa sul mare, simile alle molte che si possono ammirare lungo tutta la costa italiana eppure resa singolare dall’attenzione che il poeta vi presta:

 

Pala d’altare a Bogliasco

In un radioso azzurro nel circondante buiore
di gromme o in quel blu a sfondo risaltante
tanto d’un tratto di cielo quanto d’un meno
incrostato braccio di mare fors’anche procelloso
ecco due bianche vele a triangolo alato
con gli alberi indietro inclinati a reggerle
l’istante di un veleggiamento ancora sospeso
su appena scernibili onde: il fascinoso
squarcio in una crosta soffocante di assembrate
figure che ne coronano da sotto quello scafo
a poppa divampante l’appalesarsi d’un miracoloso
intervento melensamente in devozione corredato
nei volumi esaltanti di esaltate espressioni
in primo piano a estollere la sovrastante
raffigurazione dell’evento nel dipinto riportato.
E più mi ha preso e di stupore impressionato
quest’incantato episodio come d’azzurro squarcio
d’una maliosità riverberante entro il racconto
che quello relegava nel turgido contesto
d’incielamento figurato tra santi e una madonna
mentre l’azzurro e i nembi in fulgido contrasto
eccolo il vero portento di lassù a incombere
dall’immanenza di un cielo cosmicamente spassionato
su quel grumo alienato di volti.

Così ti folgori l’esistere profondamente a scuoterti
nel corpo inebetito e snaturato sino a svelarti
quel sorgivo impulso come in ognuno in te
connaturato.

Quindi confida in quella singolare coincidenza
di fortuna che appalesandosi sorvola e sfiora
ancor più arrischiandosi tra perigliosi fortunali
cui chi valendosi di sua istintiva e coraggiosa
bravura scampa è scampato sapendola nell’istantaneo
riconoscerla afferrare.
 

La lingua di Pennati sembra davvero gareggiare col dipinto, il primo, vasto e unico movimento sembra radicalizzare il senso dell’ékphrasis, tendendo fino al limite le possibilità espressive e descrittive della lingua. Qui vorrei isolare i termini peculiari del lessico pennatiano, gli stessi che ricorrono di frequente in tutta la sua originalissima opera poetica: azzurro / blu, buiore, appalesarsi/ appalesandosi. Sono proprio i campi semantici catalizzati da questi termini quelli attorno ai quali ruota la composizione che, in ultima analisi, sembra voler essere una metafora dell’esistere umano. Quanto il blu sia determinante nella poesia di Pennati lo dice il fatto stesso che una delle sue raccolte più compiute si chiama proprio Sotteso blu e che tale colore, in tutte le sue possibili sfumature, ricorre molto spesso quale appalesamento di luce e di bellezza, di capacità conoscitiva e di energia vitale. La contrapposizione col buiore veicola allora la metafora dell’opposizione vita/morte, salvezza/naufragio, luce/buio e, nell’ambito devozionale della pala d’altare, miracolo/morte per naufragio in un contrasto e in una declinazione dei colori e delle forme di altissima fattura. Ma attenzione: da molti anni Pennati va riaffermando la sua convinzione che la natura abbia un’esistenza propria e indifferente alle vicende umane e la sua poesia è spesso un’ammirata rappresentazione della natura stessa in questa sua maestosa indifferenza osservata con sguardo antiromantico e antispiritualistico. E infatti, dopo l’ékphrasis al contempo classica e potente, emerge il pensiero dell’io lirico: “E più mi ha preso e di stupore impressionato / quest’incantato episodio come d’azzurro squarcio” e poco oltre “mentre l’azzurro e i nembi in fulgido contrasto / eccolo il vero portento di lassù a incombere / dall’immanenza di un cielo cosmicamente spassionato / su quel grumo alienato di volti”: è la folgorazione che provenendo dall’esistere scuote e sveglia la coscienza, l’azzurra chiarità che spezza il velo buio dell’inconsapevolezza; miracolo è, nella laica poesia di Pennati, non ciò che viene celebrato “melensamente in devozione”, ma esattamente quello che committenti esecutori e devoti neanche lontanamente avrebbero sospettato: l’istinto vitale connaturato in ogni essere vivente e l’intelligenza, la “sua istintiva e coraggiosa / bravura” con la quale, nel turbine della tempesta, il marinaio-uomo sa vedere il momento ed il modo di mettersi in salvo. Colgo una grande vicinanza con René Char qui, col poeta provenzale che spesso ha cantato la folgore in quanto illuminazione e liberazione d’energia potentissima, squarcio nel mezzo delle tenebre, rapidissima intuizione, accensione possente dell’intelligenza. L’ékphrasis pennatiana conosce così un inatteso scarto dall’impostazione iniziale, avendo preso apparentemente avvio come descrizione della pala d’altare di Bogliasco per rivelarsi affermazione dell’etica dell’attenzione e dell’intelligenza. Il popolare motivo della pala devozionale viene rovesciato nella celebrazione non dell’intervento divino, ma del saper “quella singolare coincidenza / di fortuna (…..) nell’istantaneo / riconoscerla afferrare”.

 

 

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