perìgeion

un atto di poesia

Luci dal fondo III

Rubrica a cadenza irregolare che origina da questo articolo e ne continua idealmente senso e ricerca.

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Dove non specificato, i post sono apparsi sui profili Facebook degli autori.

PRIMA DELL’ALBA (il mercato del pesce di Tokyo)

Dall’esterno sembra un immenso parcheggio, all’interno è come trovarsi a piedi in mezzo all’autoscontro, dopo che il giostraio ha fatto partire la musica. Centinaia di carrelli a motore gialli, cavalcati da operai frenetici, sciamano dentro e fuori dai magazzini e dai centri di raccolta. Le vasche di polistirolo, svuotate del pesce, si accumulano dietro le reti, alle pendici dei grattacieli.
Non ci sono strade, né sensi unici, solo spazi da riempire e distanze da colmare, in una fretta che avvolge tutto. Non a caso i pochi turisti che riescono a pagare il biglietto – 150 a notte: e alle 4.45, quando sono arrivato, erano già esauriti – vengono muniti di una pettorina gialla e scortati lungo misteriosi corridoi di sicurezza da ausiliari frenetici e orgogliosamente prepotenti.
Se entrate da clandestini, sappiate che rischiate la vita: se non vi stira un carrello, potrebbe centrarvi un camion. Nella migliore delle ipotesi, il primo ausiliario che vi vede vi indica l’uscita.
Che poi, l’uscita: più che altro sono varchi, e vicoli, dove turisti e locali si affollano nelle locande per mangiare il pescato più fresco della città, ordinandosi in file irragionevoli, tanto più vista l’ora.
Più ci si allontana dal mercato, e più la routine è solenne: un uomo cuoce dei molluschi sulla brace, e li presenta arrostiti sopra grandi conchiglie; ragazzini infreddoliti ti invitano di fronte a banconi sgombri e cucine fumose; l’odore del pesce nuovo, accumulato in casse di legno, chiuso nel cellophane, o stretto sotto vuoto, scolora nell’aria notturna. C’è un’operosità incongrua, dentro le ore in cui tutti gli altri quartieri dormono, in questo buio profondissimo che si svolge appena finiscono le luci di bottega.
Una coppia di anziani fa la spesa – e non sono ancora le sei.
Prima di rientrare in albergo, con il cielo che azzurra appena e promette l’alba – ma c’è ancora tempo – mi fermo a mangiare.
Cerco di evitare tutte le offerte, tutte le botteghe che si sporgono sulla strada strillando in inglese. Trovo un bancone pieno di fritto, pesce e verdura, sormontato da cartelli che dicono ai turisti di girare al largo: “Niente foto”, e soprattutto, “Non si può ordinare solo tempura!”. Cioè te lo servono, sì, il fritto, ma devi mangiarlo immerso nel brodo d’anatra, con gli spaghetti.
Vedo quest’uomo che cucina un fritto perfetto e croccante, ma – non importa quanto paghi – è disposto a dartelo solo inzuppato, e te lo spiega subito, ti mostra i cartelli, non vuole discussioni. Una contraddizione per tutte le altre, di questo popolo indefinitamente bloccato fra tradizione e modernità.
E mi fermo.
La soba è buona, il fritto, anche fradicio, non così male.
“Delicious”, dico. Lui non risponde, manco mi guarda, spalma la pastella sopra altre melanzane, le passa nell’olio.
Ma quando vede che la mia scodella è semivuota, ci appoggia dentro un gambero ancora bollente, e fa segno di sì con la testa.

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Giorgio Viaro, 14 novembre 2016




Sono un elemento di scarto
inutile e differenziato
un prodotto del vostro lavoro.
Dunque mi alzo verso le sette
scarpe senza calze e trucco bianco sporco
prendo il caffè al bancone
vicino un paio di anziani e un cane.
Niente vestiti di paillettes e guanti neri
niente metafisica del pensiero postprandiale
chiusura massima al postmoderno e tardoantico
e dopo la stessa musica di ogni mattina
torno nella mia stanza come il cane di Pavlov
basta un suono ed alzo le orecchie
è pronta la mia ricompensa.

Sonia Lambertini,  17 novembre 2017




“Quando suonavo per dieci persone ero contento che ci fossero e non attribuivo loro meno valore delle tremila che vengono a sentirmi adesso.” Philip Glass, dall’intervista “La forza della verità” fatta da Carlo Boccadoro al compositore americano e contenuta nel libro “Musica Coelestis”, prima Stile Libero, e ripubblicato da Il Saggiatore nel 2015. Ora, se c’è una cosa che detesto negli artisti è proprio questa: pretendere e non stare nel momento, con chi c’è. Mi è capitato qualche tempo fa, in un teatro (non dirò dove e quale) di assistere a uno spettacolo aperto dal lamento dell’organizzatore della rassegna “perché il teatro non era pieno, perché le recensioni le ottieni solo se hai “le amicizie giuste” eccetera eccetera. Il lamento è durato parecchio, davanti a un ignaro, fragile pubblico di mamme, papà, nonni e bambini che volevano solo godersi lo spettacolo, che erano usciti di casa, avevano pagato il biglietto e non se la meritavano, questa giaculatoria. Ogni volta che vado a presentare un libro, a fare una lettura, ci siano dieci persone o ce ne siano cento, per me è uguale. Chi c’è è uscito di casa, magari sotto la pioggia, magari col mal di pancia, magari saltando un altro impegno, per venire a sentire ME e merita il mio rispetto e la mia completa presenza. Il “luogo” deputato al lamento e al rancore verso l’ingiusto mondo che snobba gli artisti veri a favore dei “raccomandati” non è una sala da musica, un palco, una biblioteca, una libreria. Davanti a un pubblico, fosse anche una sola persona, bisogna sorridere e dare tutto ciò che si può. E basta.

Simona Vinci, 19 novembre




Quando ho iniziato a scrivere di nuovo musica, nel 2014, questo e’ stato il primo brano che ho tirato giu’. “Time to go home” e’ il primo brano del mio album di debutto come cantautore e le sue radici risalgono ad almeno quattro anni prima, quando scrissi un semplice giro armonico in 6/8 con un tema abbozzato…

…Ma quattro anni dopo il mio animo era cambiato e soprattutto volevo cantare una canzone anziche’ suonare uno strumentale. Nel frattempo avevo avevo in mente un’idea di chorus per il testo. La frase “I’m standing here, cold as a stone, I’m standing here, time to go home” continuava a girarmi in testa da tempo. Durante la primavera del 2014 mi erano successe alcune cose che avevano acceso delle strane lampadine nella mia testa. Cose che avevano riportato alla mente un certo mio passato risalente al tempo in cui vivevo a Londra. Sensazioni legate a quel fortissimo senso di frustrazione che ti prende quando per un motivo o per l’altro ti senti all’improvviso fottuto all’interno di una specie di prigione che alla fine ti sei costruito tu stesso a causa di infiniti e reiterati condizionamenti mentali di cui non sei responsabile ma che ti portano a pensare la vita in un certo modo che ti sembra quello “giusto”. Alla fine questo modo “giusto” e’ una gran puttanata, secondo me. Comunque, volevo cantare cio’ che si prova quando si ha chiara la sensazione di dover dare una scrollata alla propria vita per “tornare” ad essere quello che il nostro istinto ci comunica che siamo senza alcun dubbio. Avevo voglia di cantare il mio “tornare a casa”, ovvero a me stesso. La prima volta che mi sono cimentato con un testo in inglese e’ stata quando scrissi nel lontano 1990 il testo di un brano per la mia prima band (i Velvet). Dopo di allora non ho mai piu’ scritto testi (ne’ tanto meno canzoni!!!). Indi avevo una specie di timore reverenziale per la lingua, che pur padroneggio senza problemi di sorta, e dunque mi sono rivolto al songwriter inglese Paul Eveleigh, mio carissimo amico con cui mi era gia’ capitato di lavorare a Londra. Paul ha scritto il resto del testo ed ha interpretato esattamente il mio mood, sottolineando ogni dettaglio dei miei processi mentali. Il resto poi va da se’…
Di seguito la traduzione del testo in Italiano.
Buon ascolto…

TIME TO GO HOME (È tempo di andare a casa)
Music by Marco Schnabl
Lyrics by Paul Eveleigh & Marco Schnabl, 2014

Per troppo tempo ho avuto paura
Per troppo tempo sono stato solo
Per troppo tempo ho avuto paura di osare
Terrorizzato dall’ignoto

Il giudizio degli altri sempre lì vicino
Lo vedo in occhi immaginari
La paura interiore non mi permette di esistere
Raccontandomi bugie

Sono qua in piedi
Freddo come una pietra
Sono fermo qua
È tempo di lasciarmi andare

Mai saputo il motivo
Per cui il perdermi non mi interessasse
Congelato in questo stato mentale
Cogli l’attimo e sogna di osare

Sto fermo qui
Freddo come una pietra
Fermo qui
Ad aspettare qualcosa
Bloccato
Freddo come una pietra
Ora sono pronto
È tempo di andare a casa

Per troppi anni mi sono trattenuto
E le nuvole hanno coperto il sole
Volevo di più e mi trattenevo
Ma l’aria sta cambiando
Per troppo tempo ho avuto paura
Per troppo tempo sono stato da solo
Per troppo tempo ho avuto paura di osare
Tempo di andare a casa…

Marco Schnabl, 20 novembre 2017




Dormire di notte è come mangiare alla mensa aziendale, un fatto pavloviano, un dovere che si trasforma in incubo ogni 24 ore. Io tiro in lungo la veglia notturna, anche perché detesto la mattina, fuorché l’alba, che è un mondo a se’, o meglio un preciso momento nel quale il mondo è veramente altro, si trova in una piena trasfigurazione che lo consegna al sogno universale. Cosa resta? Ore sempre più corte, stringenti, affannate. La corsa per le strade, come in Zombi di Romero, la corsa di creature insanguinate nel petto e al cuore, che tentano di guadagnarsi un posto nella tomba. Io non voglio essere mattiniero per arrivare tra i primi al mio cimitero. Io odio la morte quasi quanto odio il mattino, mentre il primo pomeriggio ci conforta col suo odore di caffè e i piedi già’ stanchi che cominciano a lasciarsi andare sulla scrivania. I più fortunati schiacciano un pisolino ristoratore. Verso la prima sera, mi raggiungono finalmente le energie vitali. Essendo un diagnosticato serotino, scorro insieme alle ore sempre più addentro al buio con una sorta di sottile felicita’.

Franz Krauspenhaar, 22 novembre 2016




Vorrei solo dire ad alcuni amici che il cambiamento non è un valore in sé, ma qualcosa che va (anche) verificato. Qualche volta devo dare ragione a mio nonno che, molto più drasticamente, diceva che “ogni muta è una caduta”. Nella prassi molte delle soluzioni politiche che abbiamo visto in questi ultimi tempi si sono rivelate un effettivo peggioramento. Basta chiederlo a tutti quelli che hanno avuto a che fare di recente con i voucher, tanto per fare un esempio, o con la terminazione del tempo indeterminato. Il fatto è che il trend dei “cambiamenti” di questi ultimi tempi non mi pare esattamente positivo e questo, se visto in termini di proiezione, crea non poche preoccupazioni verso i “cambiamenti” che ci aspettano tra pochi giorni, che non mi sembra contengano certo elementi di “evoluzione”. Sono anni ormai che per molti, me compreso, il termine stesso di “riforma”, esemplare della manipolazione del linguaggio, ha assunto connotati minacciosi, e altrettanto minaccioso, per i più esposti, è il termine di “nuovo” così come lo intende – cioè in senso manipolatorio e produttivistico – un certo liberismo. Io credo che anche dal linguaggio, da una scelta di campo anche linguistica debba partire una rigenerazione della politica di sinistra. Ci sono “cose”, bisogni, necessità, istanze che hanno bisogno di essere “rinominate”, identificate di nuovo, assegnate a una missione. E’ possibile farlo senza rincorrere valori di altri o solleticare la pancia di nessuno.

Giacomo Cerrai,  24 novembre 2016




In San Giorgio

Dentro le chiese vuote
l’aria è così ferma e la luce,
anche la fiamma che trema,
sembra prigioniera.
In belle terrecotte ammiro
la passione di Cristo
ma la mia piccola passione
mi fa perdere il filo.
Non credo in niente
ma accendo una candela
e per poterti ritrovare qui
dico perfino una preghiera.

Francesca Del Moro, 2 gennaio 2017




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Capannoni doganali dismessi dietro la stazione di Belgrado.

Fotografie di Ennio Brilli  apparse sul suo profilo nella prima metà di febbraio 2017.

Per chi vuole approfondire:

View story at Medium.com




L’epoca di FB è anche questo. Collegarsi un giorno qualunque, come sempre dare uno sguardo veloce alle notizie in home page e scoprire che una persona cara all’improvviso non c’è più. Mi è già capitato una volta, un amico più grande di me, che stava bene e di colpo è mancato, venirne a conoscenza in questo modo, leggendo FB. Oggi ho saputo della scomparsa di una donna che per me è stata molto importante diversi anni fa, è stata la mia psicologa e poi, dopo, un’amica. Da tempo stava combattendo contro il cancro, ci eravamo sentite qualche volta, e lei era sempre positiva e la sua voce luminosa non aveva subito nessuna incrinatura, nonostante la malattia. La sua voce mi ha accompagnata per un anno intero quando stavo male io, e molte delle sue parole hanno contribuito a guarirmi. Mi dispiace così tanto non averla salutata. Mi chiedo spesso se sono capace di esercitare la gratitudine, di dire grazie abbastanza alle persone che mi hanno accolta, accettata, e che mi hanno dimostrato affetto. Se sono in grado di restituire quella stessa benevolenza. Perché poi un giorno non c’è più tempo e modo di farlo, e si resta così, nel silenzio, di fronte a uno schermo addobbato a lutto. Forse coltivare quelle parole e quella luce che le persone scomparse prematuramente hanno lasciato in dono è un modo per non dimenticarle. La consapevolezza del mio corpo è passata anche attraverso la voce di Claudia, che ha saputo posare una carezza sulle mie ferite più profonde. Aveva una voce di velluto e lo sguardo trasparente del mare amniotico. Le madri e i padri vanno via sempre più numerosi, e questo mi dice anche del mio tempo, che non è più esteso all’orizzonte a perdita d’occhi. Lasciano una consegna, un compito. Prendere il loro posto ed essere per qualcun altro un piccolo rifugio, una casa accogliente, una voce gentile nel frastuono di tanti suoni indistinti, essere d’aiuto e lasciarsi raggiungere per un abbraccio anche fugace, che però abbia la forza di durare per sempre.

Silvia Rosa, 5 marzo 2017




qui è falso forse
e forse tutto cade o cadrà
e forse non sarà piu previsto tornare
– e chissà se basterà
esistere pigramente che la
guerra è guerra ma senza armi
la città è indifendibile e turbolenta –
tu amore mio tienici
dentro il tuo petto che
la nostra poesia
non potrà più bastare

Roberto Ceccarini, 25 marzo 2017




 

SILVIA

Tamara era un nome di spezie, ambra
il colore della pelle e il corpo sodo
che non ho avuto mai, così me lo immaginavo
portando a spasso tutti gli spigoli delle mie
vocali – Silvia invece è un nome domestico,
pensavo, di quelli che un uomo non si azzarderebbe
a sospirare di piacere, al limite silvestre
di un verde da piantina coltivata dietro una tenda
di cotone liso, chissà come sarebbe, mi dicevo
all’improvviso, avere il nome dell’amica immaginaria
che nei giochi dell’infanzia mi teneva compagnia,
– Ronca un volo di immaginazione
che tra le labbra di sicuro avrebbe un punto
di domanda – ma che nome buffo, da dove viene?
Silvia compare poco nelle canzoni e di poesie
ce n’è ingombrante una, che lei alla fine muore giovane,
insomma, tutta un’attesa che sa di primavere e rose
e crinolina e danze di farfalle, anche loro poverine
destinate a scomparire presto.
Io volevo un nome esotico che mi facesse il seno bello
e l’andatura da valchiria, ma mi è capitato in sorte
d’essere due occhi troppi grandi e l’insistente vocazione
al sì con tanto d’eco verso il cielo, due pini sulla via
dello stupore dove mi arrampico con questa mia paura
di cadere intera sull’ultima lettera aperta
come una bocca d’aria piena, prima dello schianto.

Silvia Rosa, 17 maggio 2017




 

 

Il libro è una creatura timida, concepita al buio, cresciuta nell’ombra.
Tollera il sole filtrato, il fuoco di un camino.
Non celebra carnevali, né salotti di cartapesta.

Gabriella Montanari, 19 maggio 2017



 

POETA , DOVE VAI ?

Poeta , dove vai ?
Come un asse da stiro
non sai mai dove metterti
dove ti metti impicci
nei secoli dei secoli
la tua ubicazione domestica
è una ipotesi che non si addomestica mai
è un vitalizio di precarietà
un destino di provvisorietà
di inadeguatezza nomade , zingaresca
quando infesti casa con i tuoi libretti
con i tuoi foglietti
con la tua poetry à porter
e nel turbine collezioni rimbrotti
mugugni , qualche volta anatemi
quando va bene teoremi di fulgidi sfottò …

Ma i tuoi angiomi cartacei immedicabili
marcano il territorio e non ne vogliono sapere .
Sono squilli teneri di neve
in un falò

 

 

 Leopoldo Attolico, 21 maggio 2015

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Questa voce è stata pubblicata il 25/05/2017 da in Senza categoria.
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