perìgeion

un atto di poesia

“Trittici” di Annamaria Ferramosca

 

 

di Giorgio Galli

 

Con Trittici, Annamaria Ferramosca stende il suo verso, la sua scrittura teporosa e trasparente, sulle forme dell’arte visiva. Sceglie quattro artisti: Amedeo Modigliani, Frida Kahlo, Cristina Bove e Antonio Laglia, e di ciascuno prende tre opere, ma soprattutto prende un modo d’intendere l’immagine, un’inquietudine retinica che stimola l’inquietudine del dire.

Di Modigliani prende (stralciamo dall’Introduzione) “il perturbante dei visi senza sguardo, l’impossibile svelamento. Tra quei demoni che trapelano di esasperata passione intima, desiderio di vita amorosa, chiaro presentimento della fine”. Di Frida Kahlo, “quella ripetizione esasperata della propria immagine-vissuto, eppure così lontana da ogni vanitas. Le intense vibrazioni coloristiche, come ultranote di una musica non percepibile. Quel sogno di ricreazione di un universo pacificato, dove la propria realtà abbraccia tutto l’irreale”. Dall’opera luminosa di Cristina Bove attinge “quei suoi contorni evanescenti, come percezioni estatiche di un mondo che sta per svanire. Quelle intraviste scene dell’oltre. La salvezza possibile seguendo un cammino di donna”. E di Antonio Laglia la affascina “la sua ossessione per la cura formale. Quelle sue perfette psicologie femminili. La tristezza per l’indicibile che sovrasta”.

E’ un peccato che quest’opera breve, edita da Dot.com Press nel 2016, non sia stata diffusa come merita. L’unione di poesia e pittura, la compresenza del testo e dell’immagine, non danno vita a un confronto, ma a un’opera complessa e calda, percorsa da un brivido panteistico. “La tristezza per l’indicibile” è risolta attraverso i toni di una pienezza impalpabile, sottolineata dal calore misterioso dei neologismi che Ferramosca spande lungo il corso del suo dire: “fuocomistero”, “tuttotutti”, “rossoautunno”, “visoabisso: parole che tendono la mano all’Oltrelingua, a una terra di confine fra il dicibile e il visibile, tra il dicibile e il silenzio di cui è permeato e che a sua volta è pausa entro una musica cosmica troppo struggente per essere udita. “Tutte queste mie derive”, dichiara ancora l’Autrice nell’Introduzione, “nel senso di un mio trascinamento quasi ipnotico, ho voluto tra-scrivere”. Così questa poesia scorre e si dilata fra arcate di suono e di vuoto che “tuttotutti” accolgono attraverso poche, saggiamente scelte parole, che rinunciano a entrare nel mistero per osservarlo, lambirlo di lontano. Si rimane al di là e al di qua del mistero. E il mistero è quello della Forma, di come essa si crea, s’anima e prende vita.

Le poesie dedicate a Modigliani sono altissime. Nascono dalla pura commozione della Forma. Non c’è bisogno d’immaginazione per toccare l’abisso di Jeanne Hébuterne, o il brivido primigenio racchiuso nello sguardo-non sguardo della Bambina in abito azzurro. Essi sono già lì.

«Sempre ti sposo sempre
sul fondale di letto nuziale
sono da poco sveglia e ancora
non mi abbandona il sogno mi vesto
mi dispongo sazia montagna azzurra
mi lascio perlustrare
boschi sui fianchi con
chiazze di sangue

inspiro la tua vernice lunare
da narici africane
mentre tenti di de-finirmi
chioma rossa cedevole labbra chiuse
a bisbigiarmi muta
dell’assoluto che sei

mi proteggi di fasce verticali l’addome
dove trema l’embrione mi cresce in lutto
lo guardo con vuote congiuntive blu
ché nemmeno ho pupille per nutrirlo»

(Ritratto di Jeanne Hébuterne)

 

«forse non è ancora mattina
forse è un sogno scuro che ancora morde
o è voce destinata che cade sul mio capo
maman mi sveglia
mi stringe i capelli col nastrino rosso
mi fa indossare l’abito azzurro-calmo
oggi andiamo da Amedeo
ma tu vedi come dentro scalpito
come resisto e stringo le labbra
(lupi dal futuro già s’avventano)

mi hai sistemato in posa -bambola-nell’angolo-
raccomandato resta così ferma
mi stringo le mani una sull’altra come
mi stessi da sola dicendo addio

non so se intera e vera
sto trasmigrando sulla tela
sento gli occhi staccarsi dal loro cielo
così a lungo ho fissato una fronte inquieta
dita febbrili cosa mi vuoi strappare?
ho solo questo mio blu spaurito
e tutta l’incertezza del mondo

dal tuo respiro una pena segreta
continua ad alitare m’incendia il viso
tu dipingimi ti prego le pupille
fammi occhi chiari ben fissi nei tuoi
dovranno dire a infiniti occhi in stupore
di te di me
nel lunghissimo tempo»

(Bambina in abito azzurro)

 

Anche la tagliente pietà delle poesie da Frida Kahlo è fatta di parole parche e precise, non contiene divagazioni o fantasie, ma è dedotta dalle linee, dai colori, come in Autoritratto con scimmie (dove le scimmie forse simboleggiano i suoi allievi):

«capitano son capitano
in bianca livrea una dea
e la ciurma è
ipnotizzata invaghita
mi assorbe mi brancica
occhi carbone all’unisono persi
sul mio profilo irriducibile

non si replica un visoabisso
labbra serrate sul non detto
nell’umore di foresta nel
fogliame largo che mi sfolgora
la bella carne e il pensiero dell’effimero
che vela di lontananza le pupille

negra corona sul capo intrecciata
in forma d’infinito schiavo amore
negro tetto di ciglia sovrappensiero
occhiuragano impenetrabili»

Occhiuragano impenetrabili, labbra chiuse sul non detto: il mistero è rovente, straripante, ma non si osa toccarlo: può essere solo rappresentato. Come può essere solo rappresentato il destino, l’effigie di Diego Rivera impressa sulla fronte della pittrice nell’Autoritratto come Tehuana:

«…in fronte inciso un viso
incarnato destino»

o il borborigma della natura-madre ne L’amoroso abbraccio dell’universo:

«in mano ha la fiamma
che ancora mi divora piango
un destino incendiario
ma seggo ritta d’orgoglio
sulla madre che accoglie
generosa di frutti…»

Dalla luce delle opere di Cristina Bove -opere pittoriche e di computer art– Ferramosca estrae la commozione di colori e forme che rimandano a un mondo oltreumano, a paesaggi catastrofici o fiabeschi sempre però inondati da un chiarore musicale. Va ricordato che Cristina Bove, nonché artista visiva, è anche poetessa, e il suo immaginario è intriso di femminilità, sogno ed infanzia. Ferramosca sgancia, lascia cadere da sé la sua parola lattea, meterna, vibrante di esatte trepidazioni, la modella e la modula sul visibile, su grotte senza misura, cieli crollati e origini che seguono il crollo, sul durare in volo di una bambina o bambola -le figure bambine, in Cristina Bove, generano viali di luce, mentre il mondo adulto è un contagocce d’assenza, riempito solo dalla visione, bambina, dell’artista. E allora eccola la commozione dell’opera intitolata Il volo:

«aveva deciso
nell’ora di nebbia e nullo amore
già turbinava grano di grandine
in mascherina disadorna
un vestituccio chiaro a lapilli vulcanico
per far ritorno nel cratere calmare il magma
laddove si fa vistoso vortice
e madre e padre si sbracciano d’amore

vorrebbe planare sul mondo
a occhi chiusi lasciarsi fondere
nella consistenza mutevole dei boschi
verdi vitali corpi le parole
in canto segreto a sostenerla

e così cade dai raggi dietro le nuvole
inconsapevoli di irradiare amore
lei sospesa nell’ascolto battente
-la pioggia scandisce sillabe sul tetto-
intreccia la tua collana destinata

nessuna resa
al fondaco scuro della nascita
nessuna resa se ancora
di padre una scia tabacco d’harar
chiede indulgenza se ancora
tutte le madri hanno occhi
per vedere piccole volpi sull’armadio
prima di morire e dopo
accendono un segnale-lampada
nessuna resa
alla spietata distanza dagli abbracci
solo una ferma anima-luce
mi stringo
a questa una-per mille- voci
accesa»

Il duplice omaggio al lavoro letterario di Cristina Bove possiamo individuarlo sia nella citazione del titolo di un suo romanzo, Una per mille, sia nell’incredibile bellezza dell’intreccio poetico-visivo di quella pioggia che scandisce sillabe sul tetto.

A contatto con la pittura di Antonio Laglia, Ferramosca scrive liriche più impregnate di psicologia, meno centrate sull’emozione sublime della forma. Più umani, questi versi non scendono dall’immagine come un suo naturale corollario, ma vanno oltre, la analizzano: non descrivono splendidamente cosa vi accade, ma provano a immaginare il rovello che le sta dietro. Pure, risulta difficile, in questo poemetto di musiche taciute, sotrarsi alla suggestione del passo di danza dei versi ispirati a Il camerino di Lindsay Kemp:

«è appena l’inizio della musica
tra poco si offriranno
movenze inaudite sul palco
e silenzi
il mimo ha una parola perfetta
capovolge ogni allarme
disegna rivelazioni

ma a noi non importa il sussulto
dei convenuti (a volte levita Lindsay)
a noi importa che presto esploda l’estate
la sua protezione dall’ombra
l’urto rovente che dissolve i miraggi

noi amiche nella luce di Antonio
terra e luna allo specchio oscillanti
la danza imminente ci farà ruotare
sfolgoranti d’arancio e grigiazzurro

bastano minimi moti
a fare in pezzi lo specchio beffardo
perforare il passato
scrollare il destino dalle promesse
abbiamo fiori ai piedi
-uguale l’indaco sul tappeto sulla tenda
per un continuum di cielo-
una luna bionda si compiace
del cappello di paglia sospeso
sul pianeta rossoautunno
eternamente ingenuo
sulle solite domande irrisposte
la solita sfida

qui si danza una perfezione
si festeggia che cosa?
che cosa si vela nel fondo
degli occhi? o tra i capelli?

tra poco sulla scena
si scioglieranno i capelli vorticando»

 

 

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8 commenti su ““Trittici” di Annamaria Ferramosca

  1. iole
    01/06/2017

    intensa scolpita poesia capace di assecondare il gesto famelico del pittore e trascriverlo in forma di sangue.
    Sempre brava Annamaria Ferramosca!

    Liked by 1 persona

    • Indescrivibile questo sentirsi profondamente compresa, una contentezza che fa quasi male. ma di questo male gioioso, che vorrei si ripeta per ogni mia futura pagina scritta, ringrazio Giorgio Galli, la sua acuminata sensibilità, la sua capacità di guardare e leggere “oltre ogni cornice”.
      Grazie anche a Iole generosa,
      Annamaria Ferramosca

      Liked by 2 people

      • Cristina, senza di te questo libro forse non sarebbe nato. Sai quanto sono vicina al tuo pensiero e alla tua arte.
        A presto rivederci!

        Liked by 1 persona

      • Giorgio Galli
        06/06/2017

        Indescrivibile sapere di essere entrato così a fondo in un mondo poetico e visivo così compiuto nella sua trasparenza da sembrare inscalfibile. Grazie Annamaria e Cristina. E grazie a Perìgeion.

        Mi piace

  2. cristina bove
    01/06/2017

    sempre più felice di vedere questa tua opera apprezzata come merita!
    e grazie ancora di aver compreso così profondamente la mia arte e la mia vita tanto da farle tue.
    cristina

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  3. cristina bove
    01/06/2017

    “inquietudine retinica che stimola l’inquietudine del dire.”
    è stupendo!
    e tutta la recensione rende intensamente la vividezza poetica di Annamaria.
    grazie per i graditi riferimenti.
    cb

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  4. lementelettriche
    03/06/2017

    L’ha ribloggato su lementelettriche.

    Liked by 1 persona

  5. Giorgio Galli
    19/06/2017

    L’ha ribloggato su La lanterna del pescatore.

    Liked by 1 persona

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Questa voce è stata pubblicata il 01/06/2017 da in ospiti, poesia, poesia italiana, saggi con tag , , , .
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