perìgeion

un atto di poesia

L’imponderabile che sfugge al sistema: PELI di Francesco Forlani

 

                                                                                                                                        di Giusi Drago

 

Misura di tutte le cose, madre di tutte le battaglie

 

L’ultimo pamphlet filosofico e poetico di Forlani, pubblicato nella collana diretta dal filosofo Lucio Saviani per Fefé editore, si cimenta nella ricognizione e valorizzazione di un oggetto – i peli – in apparenza insignificante, effimero, imperfetto, che in queste pagine si rivela invece “misura di tutte le cose”. Il riferimento al relativismo di Protagora è calzante in quanto i peli forlaniani sono un luogo “trasgressivo” di intrecci in cui si annodano molteplici figure storiche:  «Dal primo pelo dei paides di Socrate e della sua femmina rossa di pel, Santippe, a quello misterioso della Vittoria di Samotracia, dall’umida origine del mondo secondo Courbet e Lacan al folto ciuffo delle ascelle di Silvana Mangano che danza in Riso Amaro, da Sade, il marchese, a Leonardo Sciascia, il maestro, dai celebri “baffoni” che addà venì alla misteriosa scritta situazionista, di vernice rossa apparsa su un muro della mia città: “w la baffuta”». Il piacere che il testo vuole suscitare nasce senz’altro dal disordine, dalla frammentazione, e si intensifica «nello sfumato, nello sfilacciato, nel disperso, nell’impuro, negli abbozzi di descrizioni di particolarità che si rifiutano di venire generalizzate» (secondo i dettami di un’estetica della dispersione teorizzata da G. Lascault in Ecrits timides sur les visible).

L’autore dichiara di aver trattato l’argomento “senza peli sulla lingua” e indirizza il proprio engagement intellettuale contro «l’estinzione forzata» del vello in tutte le sue forme, contro quella smania di «depilazione assoluta e radicale» perseguita da «una modernità che si desidera e desidera glabra, infantilizzata. Più della magrezza di Barbie poté la sua liscezza».

La prosa di Forlani è scandita da un felice nomadismo: mescola generi, informazioni, paesi, linguaggi. Proprio in forza della dispersione, rivendicata come strumento di conoscenza, in questa scrittura mi sembra sopravvivere un’attitudine di fiducia nella forza della letteratura come spazio in cui non esiste in realtà nulla di insignificante, nulla di arbitrario: deriva da qui l’ostinazione con la quale Forlani si lancia all’inseguimento di ogni traccia pilifera, in uno spericolato gioco di libere associazioni che irride al bisogno di un’approfondita spiegazione logico-causale. L’imponderabile affascina l’autore perché è ciò che sfugge al sistema: il pelo e il contropelo  sono i protagonisti di questo saggio,  proprio in quanto oggetti del desiderio e proprio perché la filosofia e il pensiero ne hanno finora sottaciuto la presenza.

Forlani non si pone il problema di come disciplinare sulla pagina un materiale così eterogeneo e proliferante, che rimanda a una corporeità spesso vissuta in modo patogeno e sintomatico, nonché oggetto di censure  sociali. Sembra perciò riuscire a catturare l’insignificante per eccellenza – il pelo nell’uovo – senza eccessivo sforzo e vane interrogazioni, lasciandosi andare a flussi linguistici che gli vengono naturali. E questa spontaneità non può non conferire al metodo illogico, combinatorio e meticcio di Forlani un fascino particolare. Del resto, egli ha già da tempo scelto – quale forma d’esistenza – la vita estetica kiekergaardiana, prestandole una nuova maschera postmoderna, quella del comunista dandy. Nel suo Manifesto del comunista dandy  dichiara infatti che «il comunista dandy, antenato di Socrate ed erede di Carmelo Bene, vive nella certezza apodittica che, se è vero che si sa poco – in generale – di tutto, è altresì vero che si può sapere male anche quello che non si sa».

Non solo: sin da bambino il rivoluzionario rivela la propria saggezza nel preferire l’esclamazione all’interrogazione: «Il bambino comunista dandy non scassa la minchia, ovvero pur essendo un bambino vivace sa quando è il momento di smetterla, cosa che tanti adulti non sanno o fingono di non sapere, il che è lo stesso. Il bambino comunista dandy a differenza degli altri non martellerà il suo entourage domestico di perché (“e perché il Pci ha cambiato nome? perché abbiamo perso la guerra di Spagna? Perché gli aerei volano basso e i treni non volano?), ma lo falcerà di come (“com’è possibile!”, “ma come!”), e dunque possiamo dire che la sua indole è più esclamativa che interrogativa».

L’indole esclamativa è forse la più portata alle rêveries, a quelle «passeggiate e sogni ad occhi aperti attraverso il tempo» che costituiscono i vari capitoli dei Peli di Forlani.

Vi presento qui la quarta rêverie.

A ciascuno il suo, di pelo

 Tout change autour de nous.

Nous changeons nous-mêmes,

 & nul ne peut s’assurer qu’il aimera demain ce

 qu’il aime aujourd’hui.

 

 

Un giovane antropologo francese, Fabien Loszach ha scritto un illuminante articolo in due parti sul sito P45; s’intitola Le corps et ses lieux: l’aisselle. Il corpo e i suoi luoghi, l’ascella. Vi sono delle intuizioni assai originali e riguardano essenzialmente due linee di fuga: la prima è il ricorso al significato di coin, angolo e l’altro a quello di foresta\silva. Dopo avere ripreso la felice formula del “corpo come tessuto di corrispondenze – del resto cosa ci è di più proprio e più proprio al corpo, dell’abitudine, abito, che ne organizza e copre l’intero ciclo vitale dei giorni, lavarsi, mangiare, dormire, sostanzialmente Loszach s’interroga sul fatto che l’epilazione dell’ascella si debba essenzialmente al controllo sociale che ne certifica, all’esibizione della stessa, il fatto di non nascondere più nulla.

Facendo fede alle bellissime incursioni di Bachelard nel suo La poétique de l’espace, Loszach concentra la propria attenzione sulla doppia natura dell’ascella, d’essere esterna\interna, estroversa\introversa, paragonando il bisogno d’esibizione ovviamente depilata alla pratica del piercing all’ombelico. Ovvero un fissare all’esteriorità la piccola parcella di pelle altrimenti interiore. Del resto in botanica la parola ascella indica l’angolo compreso tra il picciolo della foglia e il ramo a cui esso si attacca. Restando alla questione dello scoprire come non nascondimento, Sabina Loriga – che insegna storia all’École des hautes études di Parigi – raccontava di una moda che negli anni novanta s’era fatta presso le donne di mettere la collana dal lato del fermaglio, della fermesa. Una sua zia jeune fille, che sta per zitella, sentiva questa cosa come un tradimento dal momento che il gancetto, generalmente apposto sulla nuca e dolcemente nascosto dalla peluria all’attacco dei capelli, si rivelava, doveva rivelarsi solo agli eletti del proprio circolo affettivo.

Così la relazione del pelo alla nuova filosofia del fuori tutto, via tutto, non può che farsi e disfarsi nel dolore. Persecutore e vittima si scambiano i ruoli come quando al graffio del rasoio che non potrà mai cantare vittoria definitivamente, il pelo risponde “incarnandosi” ovvero facendosi esploratore interno di cavità e provocando reazioni sottocutanee dolorose. Incarnito è il pelo arricciato su se stesso, in direzione ostinata e contraria.

Probabilmente affascinato da sempre, come tanti italiani, dalla rubrica Forse non tutti sanno che della Settimana Enigmistica, una domanda da anni mi rovistava dentro, associandosi a volte a immagini inconfessabili, da visioni di primo pelo e fissate alla retina dell’anima senza che niente e nessuno potesse cancellarne la traccia. Non m’interessava sapere la semplice data – purché esatta – anniversaria della messa al bando dei peli sotto le ascelle né tantomeno il semplice aneddoto che l’aveva generata. No. Quello che cercavo era quanto Deleuze definiva «anecdote philosophique», l’unico in grado di cogliere quel misterioso punto “segreto” in cui “la même chose est anecdote de la vie et aphorisme de la pensée”. E quella data l’ho trovata, insieme terribile e indimenticabile: maggio 1915.

Maggio 1915, ovvero:

comincia l’offensiva delle truppe tedesche contro la Russia;

• tra il 9 e il 15 offensiva francese in Artois;

• tensioni diplomatiche tra Germania e Stati Uniti per l’affondamento del transatlantico Lusitania;

• il 23 maggio il Regno d’Italia dichiara guerra all’Impero Austro-ungarico;

• il sei maggio nasce Orson Welles, il più peloso dei registi americani.

Ma soprattutto nel maggio 1915 l’America dichiara guerra ai peli sotto le ascelle, con un’offensiva che durerà ben sessant’anni prima di radere al suolo tutti i ciuffi sotto le ascelle delle donne occidentali.

E come quasi ogni cosa che ci giunga dall’oltreoceano è con una pubblicità, una doppia pubblicità, quella di un vestitino senza maniche in vendita presso l’Harper’s Bazaar e la réclame della crema depilatoria, che viene dichiarata guerra. Questa volta il Trico bezoar\Bazaar, l’amuleto sacro, nulla poté e come avrebbe potuto del resto adempiere al proprio dovere d’antidoto alla stupidità; ma nulla poteva lasciare immaginare che il disertore si sarebbe venduto al nemico, al Capitale, abbracciando la parola d’ordine che recitava alla lettera: “I vestiti impongono alle donne di sbarazzarsi dei peli indesiderabili”. Il mercato, la moda, decretava attraverso la lunghezza dei propri tagli il bando dei peli alle ascelle e a seguire delle gambe. Harper ovvero come tarpare le ali al femminile. Bisognerebbe infatti ricordare a questo punto come etimologicamente la parola si determini attraverso la sua natura angelica: Ascella, dal latino axilla (m), dim. di ala ‘ala’. Quann’ ’a furmicula mette ’e scelle, vo’ murì, recita un proverbio napoletano che meglio di ogni altra formulazione denuncia l’operosità glabra e igienista che impedisce il volo e relega il femminile al terra terra. L’assalto alla baionetta, al rasoio, è durato si diceva decenni. Per rendercene conto basta ripercorrere cronologicamente l’iconografia novecentesca, essenzialmente cinematografica per stabilire le diverse tappe.

Come un canto del cigno in innumerevoli atti, li abbiamo scorti nella magnifica danza di Silvana Mangano in Riso Amaro; la selvaggia foresta negli angoli s’apriva e insieme nascondeva allo sguardo dello spettatore il mistero mostrato dalle braccia tese verso l’alto come per spiccare il volo. O ancora facevano bella mostra di sé, del sé nascosto, in Sofia Loren che in mille pose languide lo mostrava con fierezza, il pelo, come la madre della Tammurriata nera il pargolo di colore frutto di una notte con un black marine della liberazione degli alleati. Spariva invece da quelle di Brigitte Bardot nel Disprezzo di Godard, lei, la divina, che pure avrebbe definito anni dopo e nel suo slancio animalista, cani e gatti come cuori rivestiti di peli. Eppure strana cosa questa del Pelo che, sempre per restare a Napoli, si ispira a Giambattista Vico e alla sua teoria dei cicli della storia, dei corsi e ricorsi: la storia è il suo incessante farsi e disfarsi in un tempo circolare, distante anni luce da quello lineare della fisica e del progresso. Ecco perché la sua riapparizione con Julia Roberts alla première di Notting Hill nel 1999 non deve stupirci più di tanto. Come quando probabilmente nessuno dei più fini analisti o direttori marketing avrebbe immaginato l’insuccesso o almeno il non insperato boom della tecnologica invenzione del Col. Jacob Schick nel 1928, del suo rasoio elettrico. Non soltanto questi non avrebbe sostituito quello usa e getta, ma avrebbe visto nel tempo il ritorno del rasoio a mano libera, il “culter tonsorius” dei romani, e della sua fedele accompagnatrice pennellessa. Dove il corpo a corpo è deciso non dal pelo contropelo caratterizzato dal doppio movimento nel senso e nel contro senso del “nostro” ma del pelo, della barba, contro il pelo, generalmente setola, pittorico e carezzevole al contatto, del pennello. Su questo aspetto anti-capitalista, squisitamente reazionario, anarchico-conservatore della storia della rasatura ci ritorneremo su, ma torniamo alle ascelle.

Per avere un’idea dell’osceno ciuffo appena intravisto basterebbe citare un episodio della nostra letteratura e del nostro cinema più rappresentativo, quello neorealista, per misurarne lo scandalo. Me ne sono accorto lavorando ad un saggio scritto in occasione del dossier speciale consacrato a Leonardo Sciascia da parte della rivista francese l’Atelier du Roman.

Pochi anni separano la pubblicazione del romanzo A ciascuno il suo di Sciascia dalla sua riduzione cinematografica, a cura di Elio Petri nel 1967. Laurana, l’inetto professore, si interessa al caso d’omicidio appena consumato di suoi due amici – un farmacista noto per il suo libertinaggio e il dottor Ruscio – uccisi durante una partita di caccia. Quando fa visita a Luisa, alla ricerca di documenti che potrebbero offrirgli la chiave in grado di aprire ogni mistero dell’affaire, accade quanto superbamente descritto da Sciascia:

«Hai ragione» disse la signora, e si alzò. Alta, il busto erompente, le braccia nude fino al folto ciuffo delle ascelle, alata di un profumo in cui un naso più esperto (e una natura meno ardente) avrebbe distinto il Balenciaga dal sudore, per un momento sovrastò il professore come la Vittoria di Samotracia chi sale le scale del Louvre.

Nella sua versione cinematografica Elio Petri fa compiere alla camera come una sorta di scivolamento, riposizionamento narrativo non tanto per fini estetici, quanto, sicuramente dettato dalla censura dell’epoca. Invece di mostrarci Diotìma, pardon Luisa, la vedova interpretata da Irene Papas, nel gesto sublime di sollevare il braccio e trascinare il professore, Gian Maria Volonté, nel volo che quel battere d’ali poteva far scaturire, l’inquadratura si fissa sul ginocchio della magnifica attrice greca, intenta sì a cercare i faldoni ma nel cassettone in basso. Se c’è una parte del corpo che non ospita peli è il ginocchio e pur mantenendo una sua forte matrice erotica nulla aveva a che vedere con la dimensione mitica così superbamente descritta da Sciascia.

Confesserò a questo punto che è stato proprio il brano dello scrittore di Racalmuto a farmi sentire la necessità di dedicarmi a questo pamphlet. Un’analoga esperienza, anche se dettata soltanto dalla visione, aveva fatto breccia molti anni prima, nella mia prima adolescenza, al primo pelo, scoperto nel parco giochi di Scauri. Un’amica di Lusy\Luisa che era venuta a trovarla aveva trascorso con me un petit moment, alle altalene. Aveva il viso ovale, lunghe gambe e braccia, occhietti vispi e neri, capelli corti e neri, e una canottiera di cotone, leggermente colorato, tinta pastello. Quando mi chiese di aiutarla a salire in piedi sulla tavoletta le avevo cinto i fianchi, io più piccolo di lei di un paio d’anni, e pur provando, in quella nuova virilità maldestra seppure ferma nel proposito, una vibrazione, un tentennamento, per quanto forte nulla di simile al colpo di fulmine, al pelo di luce distorto del lampo che squarciava il cielo azzurro sopra di lei, quando, imbracciando le due catene dell’altalena, mi aveva mostrato non uno ma i due ciuffi appena sovrastati da gocce di sudore della stessa brillantezza che al mattino prima di andare in spiaggia scorgevamo sul prato del giardino di fronte a casa. Che a far riaffiorare il ricordo potesse soltanto uno scrittore dalla sensibilità libertina e femminile come Sciascia non v’erano dubbi. Però che tale visione potesse arricchirsi della sua dimensione olfattiva dimostrava come bisognava mettere in gioco una sensorialità a tutto campo, totale e allo stesso tempo atavica, primitiva.

Philippe Sollers, autore tra l’altro di Casanova l’admirable (Plon) e soprattutto curatore della nuova edizione del memoir del seduttore, aveva già rivelato l’arcano annotando come tra le prime edizioni dell’Histoire de ma vie e la prima, ristabilita nella sua integralità, solo nel 1962, un corps et son langage pris en otage et mis au placard de la pruderie prussienne. Tutta la potenza di fuoco fisiologica era stata edulcorata dal testo, ogni termine che richiamasse la fluidità organica, il respiro, la saliva, il sudore, il secreto, secretato per sempre o almeno fino agli anni sessanta. “C’est un être de sécrétions (sang, sperme, larmes, odeurs), la sécrétion des sécrétions étant d’ailleurs la parole” aggiunge sapientemente il fondatore di Tel Quel.

Ecco allora che per capire e carpire la matrice libertina della frase di Sciascia vale la pena ricorrere a un’immagine forte (si raccomanda ai deboli di spirito ma soprattutto di corpo di astenersi dal proseguire la lettura del capitolo) che non poteva che venire dal Marchese dei piaceri per eccellenza. È quando Sade descrive nella quinta delle sue 120 giornate di Sodoma, quella che come patologia è chiamata axilisme, ma che qui è raccontata e descritta come una vera e propria esperienza mistica, un’iniziazione.

A peine furent-ils dans la même chambre que la fille se mit toute nue et nous montra un corps fort blanc et très potelé. “Allons, saute, saute! lui dit le financier, échauffe-toi, tu sais très bien que je veux qu’on sue. Et voilà la rousse à cabrioler, à courir par la chambre, à sauter comme une jeune chèvre”.

Il testimone non comprende perché siano date alla giovane donna quelle indicazioni, di correre e saltare come una capretta, senza veli per la stanza; lo capisce solo quando la vede avvicinarsi al libertino col fiato rotto dallo sforzo, tutta sudata e offrirgli, sollevando il braccio, la peluria imperlata di sudore sotto l’ascella perché lui possa affondarvi il naso.

Ah! c’est cela, c’est cela! dit notre homme en flairant avec ardeur ce bras tout gluant sous son nez, quelle odeur, comme elle me ravit!” La furia del Marchese, che nelle parole trasuda di piacere, vale a memoria del fatto che comunque vada e dovunque vada ci si ritroverà pur sempre al punto di partenza. Ecco perché come omaggio a quella follia e alla grazia libertina dell’isola Trinakria, vorrei riportare l’eccellente traslazione dell’Opera dei Pupi – e delle pupe aggiungiamo noi – che il drammaturgo Nino Martoglio fece per raccontare le gesta di Orlando e Rinaldo. L’incipit, segnalatomi dal giovane poeta siciliano Adriano Padua, vale da solo la pena:

Vidìti quantu po’ ‘n pilu di fimmina!

Dui palatini, ca su’ du’ pileri,

per causanza di la bella Angelica

su’ addivintati du’ nimici fêri.

 

 

Francesco Forlani, nato a Caserta nel 1967, vive a Parigi e a Torino.

Creatore e collaboratore di varie riviste internazionali, ha pubblicato MétromorphosesAutoreverseIl peso del CiaoParigi senza passare dal viaIl Manifesto del comunista dandy. Traduttore, poeta, performer, è redattore del noto blog letterario italiano Nazione Indiana, gioca nella Nazionale Scrittori Osvaldo Soriano Football Club con la maglia numero 16 e conduce insieme a Marco Fedele Cocina Clandestina, programma su Radio GRP.

 

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Un commento su “L’imponderabile che sfugge al sistema: PELI di Francesco Forlani

  1. poesiadafare
    10/06/2017

    L’ha ribloggato su poesiadafare.

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Questa voce è stata pubblicata il 10/06/2017 da in saggi con tag , , , , .
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