perìgeion

un atto di poesia

Amerigo Verardi, S.I.N.–Scherzi. Improvvisi. Notturni.

 

 

sin

 

 

di Francesco Tomada

 

Qualche mese fa, in occasione dell’uscita dello splendido Hippie Dixit, avevamo promesso che saremmo presto ritornati a parlare di Amerigo Verardi, che in quella occasione era stato disponibilissimo nel concederci una lunga ed interessante intervista. Il motivo per farlo è che, quasi in contemporanea con Hippie Dixit, è stato pubblicato da Brundisium.net S.I.N. – Scherzi. Improvvisi. Notturni., il primo volume di scritti del poliedrico artista brindisino.

Addentrarsi in S.I.N., per chi come me ha amato il coraggio e la libertà di Hippie Dixit, è come completare una ricognizione a 360 gradi sulla figura e sulla personalità di Verardi. S.I.N. non è propriamente un libro di poesie: è piuttosto, come lo definisce lo stesso autore, una raccolta di scritti in forma di (scritti e raccolti prima di non volerne più sapere, fra il 1999 e il). Verardi, infatti, sembra deciso nel non voler dare una vera e propria struttura organica alla raccolta, nel rifiutare anche qui, come aveva già fatto su disco, ogni limite alla libertà di espressione: ecco allora succedersi testi ironici, assurdi, surreali, ma anche passaggi dolcissimi e di grande umanità, in un andirivieni emotivo e lessicale che, superando l’apparente frammentarietà, contribuisce invece a costruire un quadro organico e stratificato, scavando nelle profondità dell’animo umano, delle sue debolezze e delle sue contraddizioni, vissute sia dal punto di vista personale, sia da quello pubblico e sociale.

La molteplicità delle influenze di Verardi contribuisce a costruire un linguaggio spurio e ibrido, in cui è facile incontrare rime ed assonanze come versi liberi, riferimenti ritmici e tematici alla musica e alla letteratura più classica, fino a sfiorare l’etica e l’estetica beat nelle due lunghe ed emozionanti composizioni (Volantini e 6/9/9/9/6) che chiudono il libro, quasi due confessioni in cui il verso si mescola con il dialogo e la prosa, assumendo le sembianze di uno spoken word che sembra davvero recitato sulla carta. Allo stesso modo è bello e illuminante incontrare, all’interno di S.I.N., alcuni frammenti che l’autore ha ripreso nei testi dei suoi brani musicali (uno per tutti: la “fettina di cancro” dello splendido primo singolo estratto da Hippie Dixit), ed è come ritrovare lo stesso amico che avevi già conosciuto in un luogo diverso in precedenza, e ricostruire con naturalezza il medesimo rapporto di vicinanza.

Come già in qualche modo avevamo sottolineato a proposito del disco, se cercate in S.I.N. la perfezione della forma in poesia, allora è meglio starne lontani; se invece siete animati da curiosità e disponibilità profonde, e avete voglia di avvicinarvi ad un lavoro che – lontano dagli sperimentalismi di facciata di molta scrittura contemporanea – prova a raccontare un’esperienza di vita costruendo per quell’esperienza una lingua libera e adatta, questo è un libro che racchiude molte sorprese ed altrettanti passaggi da esplorare.

 

***

 

RIDI PAGLIACCIO

 

Non è per messinscena

è la morte dei cigni

l’autoreverse di un salmone

proseguimento infantile crudele

di mezze seghe

di mezze verità

dove si calano teste da placcare

cuori da plasmare

dove a tutti è concesso di fare i conti

con la propria inestetica bruttezza

dove a chiunque è consigliato

di confondersi nell’abbondanza

di truccarsi e di truccare

dove un vigliacco come me

ha tutte le fortune

e può assumere ogni forma

tranne quella

di chi si è preso cura di suo padre

e non serve al camaleonte pregare

galleggiare come un rospo su una ninfea

se non avete mai sentito il fornaio

parlare col suo pane

se non avete mai visto il fioraio

con la faccia da funerale

se non lo avete mai visto davanti alla corona

indifferente

infilzare il collo di un’orchidea fiera e carnosa

sfugge il senso?

non pensare in grande

il diavolo sta nei dettagli

nelle corsie d’ospedale

nelle allucinazioni soggettive

in un’idea vischiosa

fatti ridere dietro

il pagliaccio ha preso i calci

il genio non ha capito un accidente

il folle non guarda lo specchio

venderebbero l’universo per quello che a te

pare una sciocchezza

illuditi e ridammi il mio mondo

un filo d’erba

uno sgorbio nel quale riconoscermi

un cigno infangato

il disegno di un bambino

hai capito? HAI CAPITO?

non voglio le tue paranoie

voglio il tuo amore

farti arrossire di infantile rossore

non voglio indistinta comprensione

mi fa piangere di disperazione

non puoi capire, maschera

sei troppo intelligente, carogna

hai capito? HAI CAPITO?

 

***

 

VOCE DI JARA, TESTO DI ALLENDE

 

Nessuna festa nazionale

tra le belve sangue innocente

sangue di borgo

potere di santissimo altare

fascia protetta presidenziale

villaggi benedetti da preti in letargo

come millepiedi di campagna

e ratti militari da fogna

e il resto del mondo

fece finta o non li vide davvero

quei ragazzi scalzi e infreddoliti volare

ma li vide poi quei martiri non tornare

o tornare con le mani tagliate

vuoti di memoria

una colpa da vergogna

un tempo lungo come un’era

per cancellare un passato

per non rivedere la faccia della paura

per rivedere un amico

per esorcizzare la nera dittatura

risparmiategli almeno l’ironia di una legge morale

abusata la figlia

strappata lingua al fratello

onorati e intervistati la madre e il padre

coi loro pianti da disoccupati e la violenza subìta

capivano e non capivano

alla povera gente a volte

la divisa cambia la prospettiva

vivere con la chitarra, pizzicando il nylon delle corde

cantare sulla soglia

sfogarsi lottando

contro il professionista della morte

discepolo di razza dannato

ministro della sicurezza

apostolo di guerra

non è stato uno scherzo da niente

per ogni dio che osserva

ce n’è uno che si arrende

davanti a un povero giuda che per paura spara

in faccia a un cristo curvo

con la voce di Jara

sopra un testo di Allende.

 

***

 

JET SET REVISITED

 

Ingordi? Forse.

La frivola anemia del jet set

irriverente copia di una promessa lontana

morbida come un culo di seta

adagiato sul fondo oleoso di una mandorla del Beato Angelico.

 

Due centrocampisti dell’Inter varcarono con un’occhiata la soglia di una sottana ciclamino, mentre un d.j. presenzialista affetto da nanismo nascondeva il suo naso grottesco tenendolo a bagno in una coppa colma di ancheggiante sangria allo spumante. “Ancora del prosecco, Signore?” “Ci puoi scommettere, fratello”. La cantante Sagra Paesana apparve come una giovane debuttante messicana all’ingombrante ricevimento per lei organizzato, scortata da un manager microcefalo (il suo amante? Il suo fidanzato? Comunque un mostro di Dino Risi) e dal suo fiero discografico in giacca di renna viva. Sorrise, illa, comprimendo la coltre di fard che le copriva una selva di brufoli. Poi tolse finalmente le mani dalle tasche di una redingote Versace nero naftolo, inequivocabilmente votata a coprirle l’enorme culo. Presentarono immagini di una finta Islanda, che imbrattarono il megaschermo, e quasi tutti si voltarono per vedere con i propri occhi effettati la fine di un cumulo di milioni inceneriti dal Mostro Scaricatore delle Tasse. Ubi Major, minor cessat *** Qualcuno azzardò un commento sottovoce, un altro smise di fumare per sempre, una donna di mezza età dal fascino scaduto ammonì con una secca gomitata il suo rampollo/amante che rideva come un idiota baciato dall’alcool e dalla fortuna. Su tutti, un assessore filoleghista simpatico come un’amputazione impalmava e imbalsamava Lui, The King, il Supremo Erede Faraone: Cheope. Nel mentre, i due camerieri più giovani ne approfittarono per alcoolizzarsi e comporre nelle loro menti ologrammi di scene di sesso estremo dentro frattali sconnessi di carni umane. Epperò poi, insieme agli anziani e ai pochi fortunatissimi bambini, si ritrovarono tutti quanti arenati come scorie alla foce di cervelli criptati, partoriti e sincronizzati in elegante unisono dalla parola “fine”, comparsa come una liberazione in fondo al videoclip: tutti uniti dal lungo applauso nichelato che rimbalzò più volte sui marmi dei tavoli da giardino, prima di terminare la sua parabola viziosa nei parcheggi privati del retropalco, dove due autisti facevano da guardia al gregge di berline tedesche scambiandosi confidenze ed un po’ di cocaina. Da una cinquantina di giacche ipergriffate dipartì un secondo applauso privo di sensazione. Le donne emanarono tiepide nuvolette di aromi speziati in un misto agrodolce di traspirazioni varie e alito di rossetto in salsa cocktail. Io avevo trovato da parlare a vanvera di musica leggera con una presentatrice fintocomunista di secondo piano. Aveva grandi tette dentro la scollatura, e ben distribuiti piccolissimi nei su tutto il collo; ma le vene che si gonfiavano a regolare intermittenza ne imbastardivano la grazia corallina, scoprendole un sottile solco di isteria purissima. Dalla sua bocca mi arrivava la fragranza inconfondibile di una dentatura perfetta, e mi parve felice di sentire il cellulare nella borsetta di pitone verde che le suonava una versione catechistica di “Per Elisa”, un Van Beethoven da carillon. “Pronto!”, disse col tono di una professionista dell’incubo. Fu così che le vidi le unghie rovinate dai morsi, ma abilmente restaurate e laccate di smalto rouge-et-noir. E per un attimo trasalii. A parte l’agghiacciante lavoro del suo chirurgo alle labbra, la rividi com’era, in quella notte alberghiera quadristellare, molti anni orsono, come una fata blu e un po’ lesbica disposta a girarmi un assegno di cinquecentomila lire per una libido aldilà del bene e del male. Io proprio io, la puttana per una notte. Bei tempi, diciamo, almeno da certi punti di vista. Se ne ricordava o no? Lei proprio lei, mise in attesa la prima chiamata e rispose a una seconda. Benone, era il momento che aspettavo per andarmene a pisciare chic. Nei cessi piastrellati e lindi come un presepe di Murano, mi trovai faccia a faccia con il nano dj, il giocoliere manipolatore di vinili. Accennò qualcosa riguardo al fatto che avrebbe dovuto “suonare” quella sera. Indossava una redingote (pure lui!) 0-12 color fumo di Londra, fieramente trapuntata di spillette cazzute bastarde: l’Union Jack (fallito!), Che Guevaaara (porco!), l’Uomo Ragno (nano del cazzo!). Il suo nasone-one completava l’affresco, grondando goccioline di basso humour sopra un sorriso pericolosamente anale, unito a un fastidioso e continuo accenno d’intesa che mi irrigidì come un cadavere… “Ma dai, che cagata di video… tutti ‘sti soldi buttati… bla bla… hai visto quel pezzo di figa con l’assessore… buffet della madonna però… bla…musicadimmerda” mi pare dicesse, e intanto si strofinava un kleenex sul tubero deforme. “Giornalista?” mi interrogò, mentre tornava a lavarsi le mani come un coleottero. Senza riflettere, gli feci segno di si, mentre già sognavo di centrare a zampilli il buco della tazza Ginori.

Per un attimo sbirciai la mia faccia allo specchio. E all’improvviso ci fu un lampo accecante. In pochi secondi si sviluppò la polaroid gigante di un ritratto alla Picasso del periodo pastello che, dopo essere scivolata nel lavabo sottostante, fece tre/quattro evoluzioni concentriche prima di sparire definitivamente nel foro di scolo con un rutto osceno, interminabile.

 

***

 

FELIX CIVITATE MALEDICTIS

 

Albergomotel rigurgitat exit backstage

iperaperitiva megalopolis at the end of golden age

mirabilis atque spes maxima versus soccer age

disimpiegati advocati creator multiplex servants

non sine homine politicus meretrix advance

pi-erre-pass polsonante impasticcato Cupido

stupor mundi elementary beat acid under cinico

incollatosi addosso ancor caldo bestiame spellato

tranci di coppa poliunta in bocca al frizor

ergo infinitae compiuther solitudo tristeza

spalmato s’inchina ad uterum ut pecora montato

risotto per occhio di bragia supra coscia saltata

in pasticcio di valium, in conato di opium

sed, in vero veritas, antiqua Rosa-etiam

perspex rolex non olet ad homo lupus libidum

aeternit in oppido cum danari flamis acribus

ut aeternae corruptio in cave catering

ad cupidigiam atque indolentia addictis

dulcior melmae promisquarunt.

 

***

 

 

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 20/06/2017 da in musica, ospiti, poesia, scritture con tag , , , .
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: