perìgeion

un atto di poesia

Francis Catalano: “Schizzi di Milano”

 

 

 

di Antonio Devicienti

 

Carteggi Letterari le edizioni pubblicano, nella ormai ben riconoscibile ed elegantissima veste grafica che le caratterizza, questi Schizzi di Milano, autore il poeta del Québec Francis Catalano: si tratta di 12 testi in lingua francese tradotti da Italo Testa e corredati da due disegni di Francesco Balsamo.
Come per ognuno dei volumi delle Edizioni anche questo libro è il notevole risultato che scaturisce da testi di valore, accurata scelta della carta, limpida impostazione grafica, eventuale corredo biobibliografico e critico; nel caso in questione, dietro il titolo mutuato dalle arti visive, si cela un percorso attraverso la Milano degli ultimi anni solo in apparenza turistico (Duomo, Navigli, Castello Sforzesco, Galleria potrebbero essere scambiati per i luoghi tipicamente visitati dal turista), ma, in realtà, questo “taccuino” poetico è una riflessione intorno alla scrittura e intorno al suo rapporto e con lo sguardo e con i luoghi visti; il poeta canadese giunge a Milano in aereo, varcando le Alpi:

Contrefort des Alpes, secousses en altitude l’équipage
tiendra-t-il le coup –
sommets, blancheur des lames
les affreux accidents géologiques
cent mille pics géométriques
un milan au bout de la piste, il y a l’oiseau
le nibbio, la chair fraîche
le bec dedans tirant
des lambeaux
(Cent mille pics géométriques)

Contrafforte delle Alpi, scosse in quota
l’equipaggio reggerà il colpo? –
sommità, biancore delle lame
le paurose asperità geologiche
centomila picchi geometrici
milano alla fine della pista, c’è l’uccello
il nibbio, la carne fresca
il becco che ne strappa
brandelli
(Centomila picchi geometrici)
(pagg. 8 e 9)

e il milan, il nibbio che, a un parlante francese, sempre verrà in mente quando avrà udito o letto il nome francese di Milano (Milan), sembra quasi un dio eponimo il quale dà il benvenuto al viaggiatore che ha appena varcato i “centomila picchi geometrici”: prefigurazione delle “centomila” guglie del Duomo? Immagine della frontiera e delle asperità da superare per avere accesso alla scrittura? Hölderliniane Alpi (“Ihr sichergebaueten Alpen” di un tardo, incompiuto inno, verso ripreso poi da Zanzotto)? Argine pauroso e aspro oltre il quale giace, già, Milano? – ché alla fine della pista, inseme con il nibbio-predatore, è facile immaginarsi la città verso la quale il poeta s’incammina.
Ma intanto, nel testo seguente, l’aereo s’avvicina alla propria ombra proiettata sullo strato di nubi e

(…)

coincide con la sua ombra
entra in collisione con essa
nell’istante della nostra penetrazione di noi stessi
in quell’istante
di fusione tra esterno/interno
chiaro/oscuro, prossimità/distanza
usciamo bruscamente dalle nuvole
e appariamo
alla luce,

Le impronte di zampe di piccione nella neve
la forma di tanti aerei
una traversata dello specchio
(La pigrizia di apparire)
(pag. 11)

Penso sia qui trasparente la metafora della scrittura, probabilmente una sorta di dichiarazione di poetica da parte di Catalano, “une traversée du miroir” non simile a quello di Alice che torna nel Paese delle meraviglie, ma effettuata da un avvertito e colto poeta che, dotato di tutti gli strumenti culturali e di conoscenza della psiche, s’appresta a compiere una Wanderung, una flânerie, un’andanza traverso i territori dell’interiorità personale e dello spazio urbano milanese, del buio psichico e della chiarezza/chiarificazione razionale, della propria storia e della storia dei luoghi attraversati.
Ed ecco Rosemary (credo, e penso di non sbagliarmi, si tratti di Rosemary Liedl, vedova di Antonio Porta) mostrare a Francis il Duomo, spiegargli che ha la forma di due mani congiunte in verticale in posizione di preghiera; ma, soprattutto, Catalano annota un’altra dichiarazione di poetica:

(…)

je pense que chaque mot dans un poème, chaque
détail du poème est drainé par le courant, de même
qu’ont été drainés les blocs de marbre et les pierres
taillées pour la construction de la cathédrale grâce au
système de navigation mis au point par Léonard de Vinci,
appelé navigli, système qui entoure la ville,

Chaque poème est une pierre transportée où converge
une cathédrale. Et chaque poète, transporté par son
poème, construit un fragment de l’oeuvre universelle avec
tous les autres poèmes accumulés dans l’univers,
des mots venus en flottaison,
(Les Navigli)

(…)

Piuttosto, penso che ogni parola in una poesia, ogni
dettaglio della poesia è trascinato dalla corrente, così
come sono stati trascinati i blocchi di marmo e le pietre
tagliate per la costruzione della cattedrale grazie al
sistema di navigazione messo a punto da Leonardo da
Vinci, chiamato navigli, sistema che circonda la città,

Ogni poesia è una pietra trasportata dove converge una
cattedrale. E ogni poeta, trasportato dalla sua poesia,
costruisce un frammento dell’opera universale con tutte
le altre poesie accumulate nell’universo,
parole che galleggiano,
(I Navigli)
(pagg. 12 e 13)

Ecco: l’apparente individualismo fatalmente connesso al singolo testo poetico (e al nome del suo autore, il je tanto ingombrante e fagocitante) viene superato e annullato da questa visione dell’opera universale (“oeuvre universelle” – bella e rara espressione in tempi di isolazionismo e narcisismo parossistico), il singolo testo poetico appare come un mattone o un blocco di marmo trasportato, lungo quell’ingegnoso sistema leonardesco dei Navigli, verso l’edificazione dell’opera comune: trovo commovente e intelligente che proprio la città incarnazione anche dell’individualismo arrivista e carrieristico abbia restituita da un poeta d’oltreoceano la sua più antica e vera identità di comunità d’intenti e di pensieri, di convergenza di progetti e di aspirazioni – la Milano di Sinisgalli, di Quasimodo, di Montale, di Antonio Porta appunto, di Raboni, di Sereni, di Tessa, di Menicanti, di Pagliarani, di Franco Loi e d’innumerevoli altri è anche la Milano-parola-della-poesia, la Milano-pietra-trasportata di Francis Catalano. E la Milano luogo-simbolo del sistema capitalistico: il Gran Caffè Savini in Galleria, per esempio:

(…)

Nella toilette le tazze conferiscono un particolare rilievo
agli escrementi. La tecnologia associata all’estetica, il
pragmatico allo scatologico. Mai merda d’artista sarà
stata meglio imballata, fagocitata dal sistema

Seduto all’elegante caffè Savini, di fronte il McDonald
pieno di dorature fa la figura del parente povero. Misuro
gli scarti tra ieri e oggi, 2009 e 1986, quasi un quarto di
secolo trangugiato come un caffè ristretto in un salto di
millennio, gli stessi bar colmi di stuzzichini, aperitivi e
vino per mandar giù tutto. Sciacquare abbondantemente
l’esofago, fare piazza pulita,
(…) (pag. 15)

Non schizzi da turista, dunque, ma testi nati da uno sguardo penetrante di poeta che possiede consapevolezza piena del tempo storico entro cui gli è dato di vivere e di scrivere, per cui nodale risulta il testo a seguire:

Je lis Antonio Porta. Prodotto nuovo, linguaggio nuovo. Je
lis, je traduis. J’écris, je traduis. Dans le passage je passe
et je est une nouveauté, un nouveau produit. Je lis Porta
dans le texte. Le texte me transporte vers le seuil. Qu’est-ce
qu’il y a à la limite, de l’autre côté de la frontière? Que
reste-t-il après la fine fin? De l’ironie?

Ironisons dans le fer du poème
Appuyons la porte contre le cadre
Entrer ou sortir?
(Traduire, induire)

Leggo Antonio Porta. Prodotto nuovo, linguaggio nuovo.
Leggo, traduco. Scrivo, traduco. Nel passaggio io passo
e io è una novità, un nuovo prodotto. Leggo Porta nel
testo. Il testo mi trasporta verso la soglia. Che cosa c’è sul
limite, dall’altro lato della frontiera? Che cosa resta dopo
la fine? Dell’ironia?

Ironizziamo sul fare poesia
Appoggiamo la porta allo stipite
Entrare o uscire?
(Tradurre, indurre)
(pagg. 16 e 17)

MA quello che potrebbe apparire un “giuoco di parole” o “ironia” è, invece, serissima questione posta dal poeta a sé stesso e ai propri lettori: Milano è, allora, anche il luogo del tradurre un autore amato (Francis Catalano che traduce dall’italiano in francese Antonio Porta), soglia/seuil, luogo del transito (dentro/fuori e viceversa, ieri/oggi, scrittura/realtà) – e quest’apparentemente esile libro svela tutta la sua complessità stratificata, evidenzia come tradurre sia un “condurre attraverso e oltre (la soglia, la P/porta)” (traverso uno specchio, come leggevamo già all’inizio, attraverso l’ammasso delle nubi verso la luce, oltre l’io, quindi oltre il soggettivismo impressionistico) non banalmente e non soltanto da una lingua a un’altra, ma da un sistema di pensiero a un altro, da un luogo a un altro, da un codice di segni a un altro – “due rive ci vogliono” diceva Char tradotto da Sereni, “l’una per l’andata l’altra per il ritorno” – ecco perché questo libro non è una sorta di macchina fotografica compulsivamente usata dal turista, né un diario di viaggio, né un calepino ricolmo d’impressioni più o meno epidermiche: esso è una tappa meditativa importante nella ricerca di Catalano ed è uno sdoppiarsi della sua voce in quella di Italo Testa (perfette le traduzioni per scelte lessicali e ritmiche) – la versione di Testa sta di fronte agli originali di Catalano, quasi a specchio, appunto, o, meglio ancora, a continuazione e in assonanza-consonanza in altra lingua e in un luogo  che è “un po’ più in là”, negli “immediati dintorni” sempre per citare Sereni.
Un giorno di pioggia e nebbia e uno di sole sfolgorante, una folla di persone eccellenti ognuna nella propria professione ma ignare della città o a essa aliene (“Milano è fatta a cerchi“, scrive con folgorante espressione Catalano a pagina 27), una manifestazione antiberlusconiana, il rapporto tra Leonardo e la città: lo sguardo di Francis Catalano penetra dentro una Milano che non è quella delle cartoline, né quella degli slogan politico-pubblicitari, talvolta essa è, per il poeta, un’impasse (“Forse ci tornerò, forse, in una nota a piè di pagina, ammettendo il mio scacco di fronte a un’impasse. Una sorta di ultima occasione,” – pag. 19), sempre una sorta di testo da interpretare e tradurre, spazio-e-testo già scritti e architettati, ma in continuo moto e divenire, per cui la scrittura conquista a sé stessa quest’affascinante capacità esegetica del testo-città ed ermeneutica dei segni-città; modernissima mi appare, allora, l’attitudine del poeta del Québec nel legare indissolubilmente lo spazio alla scrittura, nel far respirare la scrittura dentro lo spazio (e non mi meraviglio se Leonardo sia stato in qualche modo eletto a nume tutelare data la sua capacità di pensare tutta la propria opera in termini spaziali e di progettazione dello spazio); il sigillo a questo mio argomentare è posto da uno dei testi conclusivi degli Esquisses de Milan e che invito a leggere e rileggere e il lettore capirà agevolmente da sé perché:

En regard du monde
(demi-cercle en mouvement)
il est un rapporteur d’angle
étalé à la surface du paysage
mesurant l’ouverture des rapports entre les choses
et comment elles sont vues,

ouverture des rapports entre le visible et le non visible
entre ce qui est, qui est peu de chose
et le reste (le tout, ou presque)
qui est ce qui n’est pas
qui n’a pas été
qui ne sera jamais,

Dans un même mouvement, le poète rapporte cela –
à travers une seule ligne, un seul degré de conscience
où qu’il soit, par l’apposition
d’un langage gradué
sur la transparence,
(Designer de poèmes)

Di fronte al mondo
(semicerchio in movimento)
è un goniometro appoggiato
sulla superficie del paesaggio
che misura l’apertura dei rapporti tra le cose
e come sono viste,

apertura dei rapporti tra il visibile e il non-visibile
tra ciò che è, che è poca cosa
e il resto (il tutto, o quasi)
che è ciò che non è
che non è stato
che non sarà mai,

In uno stesso movimento, il poeta ne rende conto –
attraverso una sola linea, un solo grado di coscienza
ovunque sia, per l’apposizione
di una lingua graduata
sulla trasparenza,
(Designer di poesie)
(pagg. 28 e 29).

Italo Testa riflette, tra le molte cose, proprio su questi versi nel suo articolato, perfetto e illuminante saggio in chiusa del volume (Lapsus oculi. Sulla poesia di Francis Catalano), saggio nel quale illustra in modo stringato, ma esaustivo l’intiera opera di Catalano e ne evidenzia lo stretto legame con lo sguardo e, più in generale, con le differenti percezioni sensoriali, cosicché quella del poeta-goniometro viene a essere originale ed efficace immagine del rapporto tra scrittura e spazio-paesaggio – da parte mia scorgo nel termine “conscience” il discrimine, evidentemente fondante per Catalano, tra un modo di scrivere impressionistico e psicologizzante (non il suo, è certo) e un modo di scrittura perfettamente consapevole e dosata (“langage gradué“, lingua costituita di “gradus/passi” che sono, contemporaneamente, “tacche” di una scala graduata, appunto), capace di atti conoscitivi, antiromantica e antisentimentale; e incrociando i passanti che escono dal Castello Sforzesco Catalano scrive:

(…)
Différents dans la forme, non sur le fond. Nous
sommes des solides aux faces invisibles
des solides où s’appuient les espaces –
au coeur des esquisses

(…)
Differenti nella forma, non nella sostanza. Noi
siamo solidi dalle facce invisibili
solidi dove si appoggiano gli spazi –
nel cuore degli schizzi
(pagg. 30 e 31)

e conclude:

Cela me surprend de voir les gens me regarder
comme si j’étais avant tout un poème

Les passants ont raison. Ils ne me voient pas
Ils voient un poème incomplet effacé sous
d’autres versions,

Mi sorprende vedere la gente guardarmi
come se io fossi prima di tutto una poesia

I passanti hanno ragione. Non vedono me
Vedono una poesia incompleta cancellata
da altre versioni,
(pagg. 32 e 33): una sorta di geometria della visione s’associa in tal modo alla percezione sia del corpo che dello spazio quali “testi” in perpetua evoluzione, addirittura palinsesti che confermano l’interpretazione che fornivo già al debutto del presente articolo, che Schizzi di Milano sia cioè una stratificazione di azioni e di esperienze, di memoria e di pensiero, esattamente come stratificata è la città-testo lombarda, contemplata e misurata nella sua profondità storica e culturale dal poeta-goniometro.

 

 

 

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Un commento su “Francis Catalano: “Schizzi di Milano”

  1. Pingback: Schizzi di Milano su Le parole e le cose – Gianluca D'Andrea

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