perìgeion

un atto di poesia

Consiglio gratuito – Poesie di Ilse Aichinger

 

di Giusi Drago

 

Da parte a parte

 

Siamo tutti

infilati qui solo per poco,

ma la cruna dell’ago

la tengono a distanza da noi,

da noi cammelli

 

Una delle prime apparizioni letterarie di Ilse Aichinger è una breve prosa su rivista, nel 1946, intitolata  Invito alla diffidenza (Aufruf zum Mißtrauen). L’autrice ha 25 anni e il suo scritto suscita polemiche nel panorama letterario austriaco: «Di noi stessi dobbiamo diffidare. Della chiarezza delle nostre intenzioni, della profondità dei nostri pensieri, della bontà delle nostre azioni! Diffidare della nostra stessa sincerità!». La giovane Aichinger leva il proprio appello alla diffidenza come «un rimedio omeopatico: il singolo deve mettere in questione se stesso, per evitare di essere indotto in errore  da problemi più complessi» (così scrive Marko Pajević nel saggio a lei dedicato in German and European Poetics after the Holocaust: Crisis and Creativity).

Un anno prima, nel 1945, aveva esordito con un breve racconto Il quarto cancello (Das vierte Tor) – si tratta del quarto ingresso del cimitero centrale di Vienna, attraverso il quale si accede al cimitero ebraico. È il primo testo della letteratura austriaca in cui si parla di campo di concentramento.

Le sue prose e le sue poesie sono quindi, e innanzitutto, uno stimolo a pensare, a diffidare della propria passività e acquiescenza. Si tratta di un’azione di  vigilanza che la letteratura può svolgere nei confronti della storia:  la  Aichinger lavora a intensificare la lingua affinché le persone non accettino passivamente quel che  si offre o si impone loro, ma mettano in questione qualsiasi simbolo, qualsiasi immagine, qualsiasi topos della tradizione. L’autrice è sovversiva sia nel dubitare della tradizione sia nella critica ad essa: la letteratura dell’immediato dopoguerra (Trümmerliteratur o Kahlschlagliteratur) non le apparteneva e la Aichinger stessa  – anche quando diverrà  una scrittrice  “di culto” – sembra  non appartenere ad alcuna tendenza, tanto è  difficile da classificare. Nel 1995, in una lettera aperta all’autorità statale austriaca, respinge l’invito a partecipare alla Fiera del libro di Francoforte, sottolineando «la faciloneria con la quale i suoi conterranei speravano di poter liquidare il proprio passato nazista», come osserva Gabriella Rovagnati nel volume del 1996 di Studia austriaca dedicato alla Aichinger. In quell’occasione la scrittrice  si esprime con la consueta asciuttezza e ironia: «Ma in questo paese e soprattutto a Vienna non si è mai voluto perdersi nulla. Né una prima all’opera o a teatro, né alcuna attività di giuria, né alcun intrigo. Non ci si volle perdere neppure Hitler e lo si perse ancor meno di tutto il resto. La Gestapo viennese fu una delle più efficienti e crudeli e servì ad altre da modello. Questo paese ha superato senza troppi danni peste, vaiolo, guerre e, soprattutto, la sua stessa brutalità e mancanza di tatto, uscendo per di più da tutto ciò carico di gloria e addirittura come “vittima”».

Con la Gestapo viennese la Aichinger – nata a Vienna nel 1921 insieme alla sorella gemella Helga da una madre ebrea di professione medico e da un padre ariano di professione insegnante – ebbe contatti ravvicinati: la stanza che le era stata assegnata  in quanto “semiariana” era vicina al quartier generale della Gestapo in Morzinplatz.  Dopo l’Anschluss, la sorella era riuscita a rifugiarsi in Inghilterra con uno degli ultimi Kindertransporte da Vienna – decisione presa dalla madre anche in seguito ad una visita in casa del dottor Mengele, ricercatore di gemelli e poi spietato medico del lager. Ilse, la madre e la nonna avrebbero dovuto raggiungere Helga, ma nel ’39 lo scoppio della guerra lo impedì. La madre, dopo aver perso il lavoro e la casa, fu protetta dalla deportazione proprio dal fatto di avere una figlia minorenne e per metà ariana. Nel ’42 l’amata nonna e la sorella più giovane della madre vennero deportate e uccise  a Minsk. Sua madre sopravvisse alla Shoah nascondendosi nella stanza di Ilse a Vienna.

Consiglio Gratuito, pubblicata nel ’78, è l’unica raccolta di poesie della Aichinger, e raccoglie testi scritti a partire dal ’55: più di due decenni di versi che l’autrice decide di ordinare non in modo cronologico, ma in base a interne corrispondenze e rimandi formali o tematici. La critica tedesca ha sottolineato con una certa sorpresa l’unitarietà e la compattezza della voce che qui parla nel tempo: è il peso della sua storia che mette in questione tutto, è da lì che deriva la grande forza del suo linguaggio e l’attitudine a analizzare criticamente i significati comuni e convenzionali. Si tratta infatti di una poesia breve, con una lingua che sembra a tratti quotidiana, a tratti estraniante, perché la poetessa da una parte si confronta con la sua esperienza della barbarie nazista e dall’altra riflette sulla natura del linguaggio. Secondo Rosa Marta Gómez Pato, che ha tradotto Verschenkter Rat in spagnolo dialogando con l’autrice stessa,  la Aichinger rinnova la lingua tedesca ricorrendo a figure come l’ironia e il paradosso e presentando una sintassi frantumata: è questa disintegrazione del discorso logico a creare un nuovo linguaggio, una maniera particolare di avvicinarsi alla realtà. Una certa riflessione filosofica, un certo atteggiamento di sospetto è presente in tutta la sua opera: il linguaggio è un tema di riflessione poetica silenziosa, che definisce  la sua intera fisionomia di scrittrice.

Lo scetticismo nei confronti del linguaggio che caratterizza il clima letterario del dopoguerra diventa in lei, come nota  H. F. Schafroth,  «scetticismo contro i nomi e l’atto del nominare». In Parole brutte, un testo esemplare del suo percorso datato 1973, scrive: «Adesso non cerco più le parole migliori… Potrei facilmente mettermi sulle tracce del meglio, anziché del menopeggio, ma non lo faccio; non voglio distinguermi, preferisco confondermi nell’indistinzione della mischia. Io resto a guardare. Resto a guardare come tutto e tutti ricevano una definizione sbrigativa, senza riscontro, da poco ho persino cominciato a dare il mio contributo. Ma con una differenza: io so quel che faccio. So che il mondo è più brutto del suo nome e che quindi anche il suo nome è brutto». Quali sono dunque le parole da scegliere?  Sono quelle che «contrappongono alla chiacchiera quotidiana lo stile ribelle del mal dire. Ma soprattutto vi oppongono la familiarità con il silenzio» scrive Amelia Valtolina, curatrice e traduttrice di Kleist, il muschio e i fagiani.

Il confronto con il silenzio e la messa in questione delle certezze costituiscono l’origine dell’opera letteraria e della poetica della Aichinger.  «Contemplazione, davvero una bella parola: come se fra noi e l’oggetto calasse il silenzio, e tace il frastuono infernale, quel silenzioso frastuono che è di regola quaggiù» scrive in un appunto del 1951. E ancora, nel 1954: «Vorrei arrivare al silenzio. Soltanto con la gioia lo si può fare». Nello scritto Guardare soltanto senza alcun suono del 1978 l’autrice afferma che le parole per ritrovare la loro necessità «devono riconquistare il silenzio, dal quale sono necessariamente nate. Ciò che definiscono cade in frantumi, se non lo definiscono nel silenzio, ciò che comunicano diviene menzogna, se il loro silenzio non lo custodisce […] Questo non significa restare fuori dal gioco, bensì giocare lasciando se stessi fuori dal gioco. Significa, nel gioco con le parole, trasferire il proprio silenzio nel loro. Significa, in questo tempo in cui si racconta tutto e non si ascolta nulla, ribaltare tutto. Esigere dal racconto il silenzio, dal mondo, da se stessi, dalle parole, dai rumori».

Per comprendere questa inflessibile ricerca del silenzio – «forse scrivo semplicemente perché non trovo modo migliore per tacere» recita un altro aforisma – è utile seguire Samuel Moser che, interpretando le poesie della Aichinger,  afferma: «in esse irrompono non figure, bensì parole con il loro contesto e con il loro significato, e le parole si affrancano da ciò che dicono». Per questo Moser definisce l’autrice un’anarchica semantica:  «Il fatto che la fine sia dietro di noi e l’inizio sia davanti a noi, che il vincere sia un perdere, il trovare un cercare e  il tenere un rinunciare  sono alcuni dei paradossi che agitano e scompigliano le poesie della Aichinger  sciogliendosi in voci che tradiscono in duplice modo i  loro portatori:  si staccano da ciò a cui nel distacco rimandano».

Il distacco riguarda innanzitutto il rapporto con la realtà: la voce singolare di Ilse mette in guardia contro il mondo dato e cerca sempre di attingere a un concetto più profondo di realtà.  I versi finali della prima parte della poesia che dà il titolo al libro invitano il lettore a una “verifica”:

Ascolta bene, piccolo,

c’è la lamiera, dicono,

c’è il mondo,

verifica se non mentono.

Sin dalla prima poesia della raccolta  – Margine di monte – scritta nel 1958, si avverte il tono fondamentale della sua scrittura e la poetessa si confronta – per usare le parole di Eberhardt Horst – con una «realtà irreale, radicata nella terra di nessuno tra il sapere del giorno e l’esperienza del sogno, tra luce del mattino e ombra».

Che mai farei

se non ci fossero i cacciatori,

                              i miei sogni,

che al mattino

sul crinale opposto dei monti

scendono, in ombra.

Con perfetta circolarità anche l’ultima poesia del libro In uno, scritta nel 1975, risponde alla domanda formulata dalla prima poesia; in entrambe il tema del sogno si rivela costitutivo dell’identità dell’Io poetico.

Potrei non aver sogni,

e non sarei un altro

sarei lo stesso anche senza sogni,

chi mi richiamerebbe a casa?

«I sogni appaiono caratterizzati come identità indipendenti in cui hanno luogo processi di immaginazione visiva» commenta la traduttrice spagnola, sono   indispensabili ma, in quanto cacciatori,  minacciosi: i sogni ci incalzano e ci danno la caccia. Nell’identità del soggetto poetante confluiscono in uno sia le immagini oniriche inconsce che quelle della coscienza. Se è qui possibile leggere una certa sfumatura surrealista, non è certo perché la scrittura si snodi automaticamente, anzi il linguaggio è molto elaborato.

«Non riesco proprio a comprendere come si sia potuto far derivare questa poesia dal surrealismo e fraintenderla come ermetica, nessun ermetismo – ossia oscurità affettata la caratterizza – bensì il rifiuto di un’illuminazione affettata. E se c’è in essa qualcosa di enigmatico,  allora è la grande distanza da cui provengono la sua laconica saggezza e il suo senso del paradosso: la si potrebbe associare a un Angelus Silesius femminile del nostro secolo […] la sua concentrata capacità di compenetrazione con il mondo ha lo stesso fondamento mistico di quella del viandante cherubico» scrive Peter  Hamm.

Di natura etica e conoscitiva sono i moniti della Aichinger, i consigli che dispensa “gratuitamente” nelle sue poesie, dettati da un’esigenza indomabile di superare la menzogna e insieme ad essa  il generale dolore del mondo.  Da qui deriva la “silente sovversione” della sua poesia.

 

 

Ilse Aichinger

Consiglio gratuito

 

 Gebirgsrand

 

Denn was täte ich,

wenn die Jäger nicht wären,

                        meine Träume,

die am Morgen

auf der Rückseite der Gebirge

niedersteigen, im Schatten.

 

Margine di Monte

 

Che mai farei

se non ci fossero i cacciatori,

i miei sogni,

che al mattino

sul crinale opposto dei monti

scendono, in ombra.

 

Winterantwort

 

Die Welt ist aus dem Stoff,

der Betrachtung verlangt:

kein Auge mehr,

um die weißen Wiesen zu sehen,

keine Ohren, um im Geäst

das Schwirren der Vögel zu hören.

Großmutter, wo sind deine Lippen hin,

um die Gräser zu schmecken,

und wer riecht uns den Himmel zu Ende,

wessen Wangen reiben sich heute

noch wund an den Mauern im Dorf?

Ist es nicht ein finsterer Wald,

in den wir gerieten?

Nein, Großmutter, er ist nicht finster,

Ich weiss es, ich wohnte lang

bei den Kindern am Rande,

und es ist auch kein Wald.

 

Risposta invernale

 

Il mondo è fatto di materia

che esige considerazione:

niente più occhi

per vedere i prati bianchi

né orecchie per sentire

l’agitarsi degli uccelli fra i rami.

Nonna, dove sono sparite le tue labbra

per assaggiare le erbe

e chi fiuterà per noi la fine del cielo?

Quali guance oggi restano graffiate

contro i muri del paese?

Non è più buio il bosco

in cui siamo entrati?

No, nonna, non è buio,

io lo so,  ho abitato a lungo

con i bambini al margine,

e non è neanche un bosco.

 

Marianne

 

Es tröstet mich,

daß in den goldenen Nächten

ein Kind schläft.

Daß sein Atem neben der Schmiede geht

und seine Sonne

schon früh

mit Hahn und Hennen

über das nasse Gras steigt.

 

Marianne

 

Mi consola

che nelle notti d’oro

una bambina dorma.

Che il suo respiro passi accanto alla fucina

e il suo sole

già di buonora

si levi con il gallo e le galline

sull’erba umida.

 

Briefwechsel

 

Wenn die Post nachts käme

und der Mond

schöbe die Kränkungen

unter die Tür:

Sie erschienen wie Engel

in ihren weißen Gewändern

und stünden still im Flur.

 

 

Corrispondenza

 

Arrivasse la posta di notte

e la luna

spingesse le offese

sotto la porta:

sembrerebbero angeli

nelle loro vesti bianche

e nell’atrio resterebbero

in silenzio.

 

Ortsanfang

 

Ich traue dem Frieden nicht,

den Nachbarn, den Rosenhecken,

dem geflüsterten Wort.

Ich hörte,

daß sie die Haüte an die Schlinge legen,

daß sie die Bänke kippen vor dem Winter,

ihre Jauchzer flogen

zum Schlaf gerüstet

durch Schul- und Kirchenhaüser

auf und fort.

Wer erwartet noch die Vögel,

die bleiben,

den Rauch übers kurze Gras ?

 

Inizio del luogo

 

Non mi fido della pace

dei vicini, dei cespugli di rose,

della parola sussurrata.

Ho sentito

che appendono le pelli a un cappio,

che rovesciano i banchi prima dell’inverno,

le loro grida di gioia

si sono alzate in volo

armate per il sonno

attraverso collegi e chiese

e sono svanite.

Chi aspetta ancora gli uccelli

che restano,

il fumo sull’erba rasa?

 

Ortsende

 

Das Dorf streicht weg,

gebt ihm den Abschied,

ermattet und zergraben

laßt es liegen,

so, bleischwer,

die Traufen offen, trocken,

von der Sonne festgerammt,

nichts hoch am Himmel,

die letztze Schabe,

die vor der Sintflut

ohne Noah Rettung fand,

kriecht in den Trümpel,

der neue Zöllner lacht.

 

Fine del luogo

 

Il paese si cancella,

ditegli addio,

esausto e minato da scavi

lasciatelo stare

così, pesante come piombo,

le grondaie aperte, secche

crocifisse dal sole,

niente nell’alto dei cieli,

l’ultima blatta

che si salvò dal diluvio

senza Noè

striscia nello stagno,

il nuovo doganiere ride.

 

Wunsch

 

Von den verkürzten Aufenthalten

das Schweigen zu erlernen,

von den dunklen Hölzern,

den ungenützten Zwischenräumen,

von den Mädchen in ihren weißen

                                         Kleidern,

Säulen aus Staub, die Tempel trägen,

den Türen im zitternden Spiegel

 

 Augurio

 

Dalle permanenze abbreviate

imparare il silenzio,

dai rami scuri,

dagli intervalli sprecati,

dalle ragazze nei loro abiti

bianchi,

colonne di polvere che reggono templi,

dalle porte in uno specchio che trema.

 

Mittlerer Wahrspruch

 

Und wenn man in die Türkei fährt,

sagt meine Großmutter,

und dort stirbt, wird man also

auf einem türkischen Friedhof  begraben

 

Verdetto intermedio

 

E se si va  in Turchia,

dice mia nonna,

e lì si muore,

ecco che si è sepolti

in un cimitero turco.

 

Durch und Durch

 

Wir sind alle

nur für kurz hier eingefädelt,

aber das Öhr

hält man uns seither fern,

uns Kamelen.

 

Da parte a parte

 

Siamo tutti

infilati qui solo per poco,

ma la cruna dell’ago

la tengono a distanza da noi,

da noi cammelli

 

Zeitrechnen

 

Es ist zwölf geworden,
zwölf mit dem Bild des Bildes an der Wand,
mit den vereisten Sprüngen.
Es wird noch mehr werden als zwölf,
wenn es auch mehr als zwölf
so nicht mehr werden kann.
Es wird dann eins.

 

Computo del tempo

 

Si sono fatte le dodici,

le dodici con l’immagine del quadro

alla parete,

con le fenditure ghiacciate.

Si faranno ben più delle dodici,

anche se più dodici di così

non si potrà.

Poi sarà l’una.

 

Nachruf

 

Gib mir den Mantel, Martin,

aber geh erst vom Sattel

und laß dein Schwert, wo es ist,

gib mir den ganzen.

 

Necrologio

 

Dammi il mantello, Martino,

ma scendi prima di sella

e lascia la tua spada dov’è,

dammelo intero.

 

 

 Zeitlicher Rat

 

Zum ersten

mußt du glauben,

daß es Tag wird,

wenn die Sonne steigt.

Wenn du es aber nicht glaubst,

sage ja.

Zum zweiten

mußt du glauben

und mit allen deinen Kräften,

daß es Nacht wird,

wenn der Mond aufgeht.

Wenn du es aber nicht glaubst,

sage ja

oder nicke willfährig mit dem Kopf,

das nehmen sie auch.

 

Consiglio cronologico

 

Innanzitutto

devi credere

che si faccia giorno

quando sorge il sole.

Anche se non ci credi

di’ sì.

Dopodiché

devi credere,

e con tutte le tue forze,

che si faccia notte

quando si alza la luna.

Anche se non ci credi

di’ sì

o approva compiacente con la testa,

lo accettano comunque.

 

Verschenkter Rat

I

Dein erstes Schachbuch,

Ibsens Briefe,

nimms hin,

wenn du kannst,

da, nimm schon

oder willst du lieber

die Blattkehrer

von deiner Wiese treiben

und Ibsens Ziegen

darauf,

gleich weiß, gleich glänzend?

Es gibt Ziegen und es gibt Ibsens Ziegen,

es gibt den Himmel und es gibt eine

spanische Eröffnung.

Hör gut hin, Kleiner,

es gibt Weißblech, sagen sie,

es gibt die Welt,

prüfe, ob sie nicht lügen.

 

II

Und frag sie,

was der fremde Thorax

im Garten soll,

schon versteinert,

der erste in diesem Frühling

zwischen den Brombeerhecken,

Mäusen

und der Mauer,

an die das Wasser

für uns schlägt,

was er dem Garten nützt.

Ob er ihn nötig hätte,

unseren Garten,

oder der Garten ihn.

 

III

Und

dass uns etwas zugetragen wurde

von Laufzeiten.

Ob die mit Lauf, mit Läufen zu tun hätten,

mit Läuften, mit den Zeiten

oder mit nichts davon.

 

Consiglio gratuito

 

I

Il tuo primo libro di scacchi,

le lettere di Ibsen,

accettalo

se puoi,

forza, prendilo

oppure preferisci

cacciar via dal tuo prato

gli spazzafoglie

e insieme a loro

le capre di Ibsen

tanto bianche quanto nitide?

Ci sono le capre e ci sono le capre di Ibsen,

c’è il cielo e c’è

un varco spagnolo.

Ascolta bene, piccolo,

c’è la lamiera, dicono,

c’è il mondo,

verifica se non mentono.

 

II

E chiedilo a loro

che ci fa in giardino

quel torace estraneo

già pietrificato,

il primo in questa primavera,

fra le siepi di more

i topi

e il muro

dove l’acqua

batte per noi,

chiedi se è utile al giardino.

Se è lui ad averne bisogno,

del nostro giardino,

o il giardino di lui.

 

III

E che

ci fu riferito qualcosa

dei decorsi.

Se abbiano attinenza con la corsa,

con lo scorrere,

con le ere, con i secoli

o con niente di tutto ciò.

 

In einem

 

Und hätte ich keine Träume,

so wär ich doch kein anderer,

ich wär derselbe ohne Träume,

wer rief mich heim?

 

In uno

 

Potrei non aver sogni

e non sarei un altro,

sarei lo stesso anche senza sogni,

chi mi richiamerebbe a casa?

 

 

 

Le poesie qui proposte sono state tradotte da me. Consiglio gratuito è di prossima pubblicazione  presso le edizioni Effigie, nella collana di poesia “Le Meteore”, diretta da Domenico Brancale e Anna Ruchat.

 

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7 commenti su “Consiglio gratuito – Poesie di Ilse Aichinger

  1. Massimiliano
    10/09/2017

    Che regalo! Mi piace molto. Bello pure il tuo testo di presentazione. Grazie, Giusi.

    Piace a 2 people

  2. Paola Nasti
    11/09/2017

    Grazie per il dono – della poesia, della traduzione; del bellissimo saggio che le introduce. La diffidenza è un altro nome della differenza con cui la parola poetica tratta le cose, quelle a cui troppo facilmente l’abitudine altera i tratti; è dunque un altro nome dello stupore

    Piace a 2 people

  3. ninoiacovella
    11/09/2017

    “E chiedilo a loro / che ci fa in giardino / quel torace estraneo / già pietrificato, / il primo in questa primavera, / fra le siepi di more / i topi / e il muro / dove l’acqua / batte per noi, / chiedi se è utile al giardino. / Se è lui ad averne bisogno, / del nostro giardino, / o il giardino di lui.”

    Grande autrice. Ogni poesia una carezza leggera per lenire il profondo dolore del dramma. Grazie Giusi per questo tuo post, bellissimo.
    Nino

    Piace a 1 persona

  4. francescotomada
    12/09/2017

    Un post davvero prezioso.

    Francesco

    Piace a 1 persona

  5. grisdrago
    18/09/2017

    Cari amici, vi ringrazio per la vostra attenzione. Credo davvero che la Aichinger sia una grande e coraggiosa autrice che merita di essere letta e studiata anche in Italia. Ne abbiamo bisogno, di voci così poco accomodanti.

    Piace a 1 persona

  6. Matteo
    06/11/2018

    Cara Giusi,
    grazie per questo bellissimo contributo, che ho trovato diverso tempo fa curiosando su internet e che ho riscoperto negli ultimi giorni. Attendo impaziente la traduzione di Consiglio gratuito. Il mio progetto di dottorato è su Ilse Aichinger, mi rendo conto sempre più che una voce come la sua manca molto nel panorama editoriale italiano.

    Matteo Iacovella

    Mi piace

  7. Matteo
    07/11/2018

    Grazie di questo bellissimo contributo. Mi sto occupando di Ilse Aichinger nell’ambito del mio progetto di dottorato e sono convinto che una voce come la sua sia indispensabile nel panorama editoriale italiano. Attendo impaziente la traduzione di “Consiglio gratuito”!
    Matteo Iacovella

    Mi piace

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