perìgeion

un atto di poesia

Su “Ophrys” di Maria Grazia Insinga

 

 

di Marco Ercolani

 

In ragione della solennità
in quattro tempora nel piatto
In pezzi d’arte i nervi gli avanzi niente
tu niente sepoltura e nessuno
Niente olio fiori spighe a grappoli

e nessuno viene, forse in povertà
e polvere, spoglie senz’acqua
e nessuno è salvato forse mezzasalma
e nemmeno, da dove di dove va viene
il piatto è vuoto il piatto è un rogo

Un libro come Ophrys (Anterem Edizioni, 2017) non passa inosservato al lettore di poesia. Le tre sezioni che lo compongono, “Testa”, “Torso”, “Piedi”, si suddividono a loro volta in dieci sezioni, ognuna composta di due poesie, I e II, dallo stesso titolo, con un rigore musicale che fa pensare a certe composizioni della musica contemporanea, dalle Sequenze di Luciano Berio ai Madrigali di Aldo Clementi. Osserva Antonio Devicienti: «A me Ophrys sembra un perfetto spartito in cui gli strumenti sono il linguaggio-suono-concetto e la voce dà vita a quegli strumenti modulandosi attraverso la costruzione dei versi. Ma la rigorosa architettura del libro, la forma lavorata fino allo spasimo fanno emergere, vogliono fare emergere il dolore (generato dalla condizione esistenziale stessa e dalla storia) con cui Maria Grazia si confronta senza remore (qui su Via Lepsius)». La percezione più intensa che si irradia dal libro è un sentimento di apnea. Il clima di questa lingua poetica è una visione così potente e radicale da non permettere un regolare respiro. Cito proprio dalla sezione “Apnea”:

I fiato

Non ci collocavi nell’età giusta
se ne accorsero a Ferdinandea
troppo lunghe le arcate e ingovernabile
la gestione dei fiati e lei
era sempre stata lì era sempre stata
aliena ai morti tra i morti seduta
come si sta sedute da tutt’altra parte.

III fiato

A Finisterrae non si volava per andare su
ma per andare giù al centro della terra
dilazionati dove c’era la madre l’uroboro
a mangiarci la coda e non finire non sentire
Il mondo che finisce trovare l’acqua nell’acqua
respirare con le branchie non respirare
differire l’apnea unica voce al centro
e l’unica voce in quel deserto era la sete.

Insinga, siciliana di origine, cita la favolosa Isola Ferdinandea, ”l’isola che non c’è”, una piattaforma di roccia sottomarine tra Sciacca e l’isola di Pantelleria, che è la bocca di un vulcano sommerso che di tanto in tanto erutta e riemerge. Nella stessa sezione viene citata la mitica Finisterrae. Si definisce così una voce neutra e tragica, da fine del mondo, dove anche l’acqua cessa di esistere e resta solo proprio il suono della voce al centro del deserto. La sete è essere ancora vivi, alieni ai morti, ma ciò non ci sottrae dal vivere ogni giorno la morte, interiore e civile. L’organismo del libro è quello di un’orchidea, di una ophrys, apparentemente fragile, ma, come tutte le orchidacee, pianta capace di adattarsi alle condizioni più difficili con la bellezza delle sue forme. Ma è una bellezza ardua, spinosa, tagliata dal linguaggio a colpi d’ascia («una vocazione a parte / spacca al centro / e a parte mette il male / e da parte il bene / da parte a parte»; «Disponetevi in cerchio / come candele disponetevi / in cerchio come arpeggi / e inteneritevi. // Il silenzio deraglia. / Deraglia il silenzio, / il silenzio» «la rivoltosa sull’orlo / se è in tempo a ritirarsi / l’abbacinata a volgersi / qui non lo dice e dice volo / l’ostinata non dice e dice pesca». Leggendo le sequenze di Maria Grazia Insinga viene da pensare a quanto scrive Giorgio Bonacini nella postfazione: «…è strabiliante scoprire come, grazie a una poesia che possiede visione, l’autrice arrivi con un solo verso ad abbattere la falsa dicotomia fra poesia civile e poesia lirica. Perché Maria Grazia Insinga è poeta totale, di suoni e di sensi». Quando leggiamo «Non saremmo arrivate vive / non saremmo arrivate morte alla fine» ci si chiede se, oggi, nella poesia contemporanea, la vera grazia non sia questa tragedia senza oggetto, fredda e calda insieme, rigorosa e rovente («L’ordine segreto disordinava tra cigli e ciglia / e ogni legge, come di consueto, avrebbe dovuto / schiantarci in un dirupo o di sonno»).

 

 

Un commento su “Su “Ophrys” di Maria Grazia Insinga

  1. Maria Grazia Insinga
    25/09/2017

    Perìgeion è un luogo di grande bellezza. Grata a Marco Ercolani per il dono della lettura.

    Piace a 2 people

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