perìgeion

un atto di poesia

Il blu che vedi è mare

 

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foto di Carmelo Fasolo

 

di Francesco Tomada

 

Scrivo queste righe di getto, sapendo già che non saranno politicamente corrette: sono i miei pensieri su Pierluigi e non un articolo di commemorazione, quelli usciranno su altre riviste e giornali e saranno tutti dovuti e meritati per quello che Pierluigi è stato, ha scritto e ha rappresentato. Dunque le scrivo per me, perché mi sono necessarie per affrontare la perdita di una persona – prima che un poeta – a cui mi sentivo in qualche modo legato, anche se non posso dire che fossimo amici, piuttosto conoscenti, forse discreti, buoni conoscenti, uniti da un qualche cosa di mai dichiarato.

Ho conosciuto Pierluigi Cappello una ventina di anni fa, ai tempi de La misura dell’erba, più o meno; anzi inizialmente ho conosciuto la sua poesia, quella scrittura limpida, regolare e straordinaria, quei versi che per fortuna non sono impressi soltanto nella mia memoria ma in quella di molti:

 

E c’è che vorrei il cielo elementare

azzurro come i mari degli atlanti

la tersità di un indice che dica

questa è la terra, il blu che vedi è mare.

 

Per me, che iniziavo ad affacciarmi alla scrittura, in quel momento Pierluigi Cappello è diventato una sorta di maestro, colui che mi dimostrava dove si poteva arrivare con la poesia, cosa e come si poteva dire, anche se mi rendevo conto che non avrei mai potuto arrivare alla sua cura formale, a quella conoscenza della lingua che lo caratterizzava e che lui sapeva piegare come un origami.

Poi, nel corso degli anni, ci siamo ritrovati diverse volte, ho seguito il suo percorso e letto le sue raccolte. Ho promesso di essere sincero e dunque non voglio unirmi al coro unanime di lodi incondizionate: alcune le ho apprezzate e altre meno. Per quanto si trattasse sempre di poesie di altissimo livello, per quanto niente debba essere tralasciato, non ho amato moltissimo alcuni passaggi, quelli di Il me Donzel, di Dentro Gerico, perché mi lasciavano l’impressione di una scrittura sempre eccelsa, ma in qualche modo costretta dentro a un vincolo stilistico o formale troppo rigido, mentre sentivo che con scelte diverse avrebbe potuto arrivare più in alto, in un luogo mai raggiunto prima. In quel periodo mi è capitato di incontrare Pierluigi, però poche volte, solo occasionalmente, di sfuggita.

Per me il vero cambiamento è stato ai tempi di Assetto di volo, una decina di anni fa. Ed è accaduto prima di tutto perché quel libro, soprattutto nella sua ultima parte, è straordinario: lì davvero il poeta Cappello ha lasciato spazio alla parola, ed è arrivato dove altri non potevano.

 

A Gino Lorio, in memoria

 

Con lui venivano una determinazione feroce
dalla camera alla palestra
i cento metri percorsi in cinque minuti,
con una tensione di motore imballato
tutta la forza del suo corpo spastico
ribellata alla forza di gravità.

Sant’Agostino diceva che perfezione
è la carne che si fa spirito, lo spirito che si fa carne
ma non è vero: ogni mattina i puntali delle stampelle
scivolano metro a metro per guadagnarne cento
ogni mattina lo spirito è tagliato via da quel corpo,
dalle suole strascicanti e dalle nocche strette,
bianche sulle impugnature,
ogni mattina dal dorso di lottatore
si stacca un collo di tendini tesi e redini allentate
un urlo chiuso nella sua profondità,
perfetto nella sua separazione.

E io vi vedo una bellezza di cimieri abbattuti
e dentro la parola andare la parola compimento
e sono sicuro che lui sogna baci pieni di vento
mentre la volontà conquista le giornate a morsi,
schiaffo dopo schiaffo perché venga la sera
schiaffo dopo schiaffo, chiglia in piena bufera.

Ci vuole un’estate piena e un padre calmo,
un dio non assiso in mezzo agli sconfitti
ma cosí in tutta bellezza lo posso immaginare
come un bambino alle prime pedalate,
reggilo, eccolo, tienilo cosí – adesso tiene
uniti la terra e il cielo dell’estate
non sbanda piú, vince, è in equilibrio,
vola via.

 

La stessa cosa accadrà qualche anno più tardi, alla pubblicazione di Mandate a dire all’imperatore: la prima sezione di quella raccolta, I vostri nomi, andrebbe letta nelle scuole (e spero lo sarà) senza alcuna spiegazione, è già tutto lì, perfetto, incredibile. Assetto di volo e Mandate a dire all’imperatore non hanno bisogno di biblioteche nella mia casa, il loro posto è sul comodino, dove rimangono gli oggetti più cari.

Soprattutto in quel periodo mi è capitato di frequentare di più Pierluigi, e anche se non posso dire che fossimo amici, mi sembra che si fosse instaurato un rapporto di stima a distanza, da me dichiarata apertamente, da lui almeno in parte (ma le parole private oggi più che mai le tengo per me). Gli volevo bene anche se ci si incontrava poco, se lo chiamavo una volta ogni tanto e lui invece mai, come era un po’ nel suo carattere.

In quel tempo ho provato anche una certa rabbia, sicuramente mista a invidia, verso Pierluigi, perché mi sembrava molto, troppo concentrato su se stesso, sulla sua scrittura, sui riconoscimenti da raggiungere. Mi chiedevo anche perché, visto lo spazio che aveva a disposizione su giornali e riviste – c’è stato un momento in cui in Friuli bastava che muovesse un dito e venivano pubblicate pagine intere sui quotidiani – non spendesse almeno un minimo della sua autorevolezza per promuovere quegli autori che lui stesso diceva apertamente di stimare.

Poi mi torna in mente un episodio. Lo avevo invitato ad una lettura a Gorizia, in un pomeriggio di luglio del 2008, credo. Una giornata terribilmente calda, vicina ai quaranta gradi. Quando mi presentai al suo prefabbricato a Tricesimo, a una cinquantina di chilometri da casa mia, Pierluigi mi disse: “Scusami, non posso venire”.

“Perché?”

“ Nelle condizioni in cui sono io posso reggere al massimo due o tre ore senza una stanza. Ma ho perso la capacità di regolare il corpo al calore, e dunque con questa temperatura non riesco a fare nulla”.

Io insistetti, e alla fine venne. Lo ricordo leggere all’aperto, sudato, in canottiera. Asciugarsi di continuo con il fazzoletto. Non ce la faceva più. Quando lo riaccompagnai fu gentilissimo con me, ma si vedeva che era allo stremo delle forze. “Sono venuto per te e perché so di essere un personaggio pubblico, sento il dovere della testimonianza anche quando faccio fatica e credimi ne faccio davvero tanta “ disse, “so anche che il mio tempo è poco”.

Quel giorno compresi davvero di avere sbagliato, di essere un adolescente invidioso anche se avevo già quarant’anni. Non era possibile giudicare Pierluigi con gli stessi criteri utilizzati per gli altri poeti, spesso mossi più dal desiderio di riconoscimento personale che da un vero desiderio di ascolto. Lui aveva una vita difficile, una prospettiva limitata, era costretto su una sedia a rotelle e tormentato da mille altre difficoltà. La sua unica via di realizzazione era la poesia, non aveva – come me – una moglie, dei figli, la gioia di muoversi, un lavoro. Non aveva scelto di essere un poeta, ma ci era stato costretto dal momento dell’incidente. Eppure, nonostante tutto, non aveva mai lavorato per costruirsi il personaggio del “poeta sulla sedia a rotelle”, anzi diceva apertamente che senza quel dramma avrebbe scritto lo stesso, forse meglio, sicuramente meglio. Ma sull’argomento era sempre stato limpidamente schivo e riservato, come io non avevo capito prima. Semmai erano stati altri a lavorare in questo senso, certamente non lui; semmai è triste che anche ad un grandissimo poeta debba essere costruita attorno una figura in modo da poterlo riconoscere e gratificare pubblicamente come merita. Ma oggi non è giorno di rimostranze, e in questo Pierluigi non c’entra nulla, lui è stato ciò che è stato, ha scritto ciò che ha scritto e basta. E io, che non ho fatto in tempo a chiedergli scusa, lo faccio ora che non può più ascoltare.

Negli ultimi tempi ci siamo sentiti alcune volte al telefono, in modo sporadico e occasionale. Lui stesso diceva di volersi regalare un periodo di solitudine e silenzio dopo tanta esposizione; dunque ci siamo limitati a qualche chiamata, finché ha potuto rispondere. E poi si sapeva delle sue condizioni, e che – come aveva previsto – il suo tempo sarebbe stato breve. Così oggi è arrivato il tempo del saluto senza repliche; ci restano le sue parole, e l’idea che le poesie migliori sono quelle ancora da scrivere e dunque c’è un mondo da scoprire, cercando di portare avanti quel credo, Pierluigi, che è stato anche il tuo.

 

***

 

 

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5 commenti su “Il blu che vedi è mare

  1. tramedipensieri
    02/10/2017

    Grazie.

    Mi piace

  2. Roberto R. Corsi
    02/10/2017

    L’ha ribloggato su Roberto R. Corsie ha commentato:

    Francesco Tomada, uno dei più valenti redattori di Perìgeion e soprattutto ottimo poeta, ricorda Pierluigi Cappello.

    Liked by 1 persona

  3. Giorgio Galli
    03/10/2017

    L’ha ribloggato su La lanterna del pescatore.

    Mi piace

  4. oplapiu
    03/10/2017

    Grazie Francesco

    Mi piace

  5. Pingback: Il blu che vedi è mare — perìgeion – Finziʘni

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Questa voce è stata pubblicata il 02/10/2017 da in eventi, poesia con tag , .
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