perìgeion

un atto di poesia

Caillois e la scelta di Pilato

 

 

di Giuseppe Zuccarino

 

È ben nota dai Vangeli la figura di Ponzio Pilato, il procuratore romano della Giudea che svolge il ruolo di giudice nel processo a Gesù, decidendone la flagellazione e la crocifissione. Dal punto di vista cristiano, si tratta di un personaggio negativo perché, pur essendo restio ad emettere la sentenza di morte, su pressione dei capi religiosi ebraici e del popolo finisce col farlo, dopo aver compiuto il celebre gesto: «Presa dell’acqua, si lavò le mani davanti alla folla dicendo: “Io sono innocente del sangue di questo giusto. Ve la vedrete voi!”»1. Naturalmente, osservando le cose nell’ottica di chi si attenesse al paganesimo romano, Pilato doveva essere considerato in tutt’altro modo, ossia come colui che aveva tentato invano di stroncare sul nascere il diffondersi della nefasta dottrina dei cristiani. Così scrive infatti Tacito: «Il loro nome veniva da Cristo, che sotto il regno di Tiberio era stato condannato al supplizio per ordine del procuratore Ponzio Pilato: Momentaneamente sopita, questa perniciosa superstizione proruppe di nuovo non solo in Giudea, luogo di origine di quel flagello, ma anche in Roma, dove tutto ciò che è vergognoso ed abominevole viene a confluire e trova la sua consacrazione»2.

Avvicinandoci a noi nel tempo, troviamo alcuni pensatori e scrittori che non hanno esitato a manifestare simpatia per il funzionario romano. Il caso più emblematico è quello di Nietzsche, che dichiara: «Inutilmente sono andato alla ricerca, nel Nuovo Testamento, sia pure di un solo tratto simpatico: non v’è nulla, in esso, che sia libero, affabile, schietto, onesto. Qui le qualità umane non hanno ancora avuto il loro primo inizio […]. Devo forse aggiungere che in tutto il Nuovo Testamento c’è soltanto un’unica figura degna di essere onorata? Pilato, il governatore romano. Prendere sul serio un affare tra Ebrei – è una cosa di cui non riesce a convincersi. […] Il nobile sarcasmo di un romano, dinanzi al quale si sta facendo un vergognoso abuso della parola “verità”, ha arricchito il Nuovo Testamento dell’unica parola che abbia un valore – la quale è la sua critica, persino il suo annullamento: “che cos’è la verità?”»3. Quest’ultimo accenno si riferisce a un passo del Vangelo di Giovanni relativo all’interrogatorio di Gesù da parte di Pilato; avendo Cristo sostenuto di essere nato «per rendere testimonianza alla verità», il procuratore si era dimostrato scettico e gli aveva chiesto appunto: «Che è la verità?»4.

In forma più lieve e divertente, concetti simili a quelli di Nietzsche sono stati espressi dal poeta novecentesco Francis Ponge: «No, si tratta solo del sapone e del lavarsi le mani, al pari del mio antenato Ponzio Pilato – di cui sono così fiero che, dopo aver detto: “Che cos’è la verità?” – si sia lavato le mani della morte del Giusto (o dell’esaltato) e sia dunque l’unico personaggio del racconto ad essere entrato nella storia con le mani pure, avendo fatto il proprio dovere senza grandi gesti, grandi simboli, vagiti e fatuità»5. Anche in anni recenti, a Pascal Quignard la figura in questione è apparsa encomiabile: «Dietro le mura di Gerusalemme, Pilato è il Procuratore per eccellenza. Ma nel caso di Gesù (l’unico uomo che rifiuta di giudicare), il romano diviene a sua volta l’unico magistrato che rifiuta di giudicare. Chiede di che lavarsi le mani dal giudizio che non pronuncerà. Si rifiuta di impegnare Roma nella pronuncia della sentenza di condanna a morte. Pilato passa per essere uno degli attori più vili della Passione (non libera Gesù, segue il voto maggioritario degli Anziani), ma in maniera diversa è il santo del non giudizio»6.

Nell’ambito di questa eterodossa tradizione di scrittori favorevoli al procuratore della Giudea si colloca in posizione eminente Roger Caillois, autore di un romanzo breve intitolato appunto Ponce Pilate7. A prima vista la trama del libro sembra seguire, almeno a grandi linee, la narrazione contenuta nei Vangeli. Pilato viene presentato da Caillois come un funzionario alle prese con una popolazione che in teoria dovrebbe essere sottomessa ma in pratica, manovrata dai sommi sacerdoti, si rivela indocile e animata da fanatismo religioso. Pur avendo compreso che l’imperatore esige che egli eviti i conflitti con i sudditi ebrei, è scontento di dover spesso cedere alle loro richieste, cosa che determina per lui ogni volta una perdita di prestigio e potere. Ma non si tratta solo di questo: «Si rammaricava di piegarsi davanti a fantasie superstiziose, il cui equivalente, a Roma, egli avrebbe apertamente schernito senza impensierirsi. Non era, da parte sua, disprezzo di Romano per gli orientali o di conquistatore per gli occupati, ma rivolta di filosofo contro la credulità umana»8.

Perciò, quando si presentano al suo palazzo i sacerdoti Anna e Caifa per consegnargli Gesù e chiedergli di ratificare la condanna a morte già decretata dal Sinedrio, cerca di temporeggiare. L’accusa rivolta al Cristo di essere un falso profeta lascia del tutto indifferente il procuratore, ma il fatto che, sempre secondo i sacerdoti, Gesù dichiari di essere il re dei Giudei è più difficile da ignorare, perché si presta ad essere inteso come un attentato simbolico alla sovranità dell’imperatore. D’altra parte, Pilato capisce di essere vittima di un raggiro che danneggerà anche lui, oltre che l’imputato: «Al fine di sbarazzarsi di un perturbatore troppo popolare per i loro gusti, gli scribi e i dottori, col pretesto di rispettare la legislazione, trasferivano l’odiosa responsabilità del suo supplizio sul potere romano»9. Se il procuratore potesse agire liberamente, farebbe senz’altro rilasciare Gesù, ma teme che ciò, oltre ad irritare i sacerdoti, avrebbe ricadute negative sul piano politico. Nel frattempo, infatti, la popolazione ebraica, sobillata da Anna e Caifa, rumoreggia davanti al palazzo chiedendo l’immediata condanna del Cristo.

Pilato pensa di chiedere un parere alla moglie Procula, nella quale ha grande fiducia, ma lei lo spiazza narrandogli un sogno che l’ha turbata e che la induce a suggerirgli di salvare Gesù10. Il procuratore, però, le fa notare che spesso i sogni sono ambigui. Proprio all’opposto di Procula, Menenio, il prefetto del pretorio, sostiene che Pilato dovrebbe condannare Cristo, onde evitare una sommossa da parte degli ebrei. Nel contempo, gli consiglia però un espediente basato sulla consuetudine di graziare un prigioniero in occasione di una festa che cade proprio in quei giorni. Si tratterà di far scegliere al popolo chi liberare tra un ladrone, Barabba, e Gesù. Se, com’è prevedibile, la folla opterà per il primo, il procuratore non dovrà far altro che accettare tale pronunciamento, lavandosi però (di fatto, e non solo metaforicamente) le mani per manifestare la presa di distanza dalla scelta di far morire il Cristo. Pilato capisce che Menenio sta dando prova di avvedutezza politica, ma non si sente in pace con la propria coscienza, visto che si tratterebbe pur sempre di condannare un innocente.

Nel frattempo, ha richiesto a gran voce di parlare con lui un individuo, Giuda, che dichiara di essere stato discepolo di Gesù e di averlo tradito in cambio di trenta denari11. Stranamente, egli motiva il proprio gesto non con l’avidità di guadagno, bensì con ragioni di ordine religioso, in quanto la morte del Messia è necessaria e prevista dalle Sacre Scritture. Il traditore spiega a Pilato: «La salvezza del mondo dipende dalla crocifissione del Cristo. Se Egli vive, se muore di morte naturale, […] è finita per la Redenzione. Ma, grazie a Giuda Iscariota e grazie a te, procuratore, non avverrà niente di tutto ciò. […] Io sono, come te, l’esecutore della Volontà divina»12. Il funzionario non riesce a comprendere una simile logica, che ripugna alla sua ragione educata dalla filosofia pagana. Riflette infatti in questi termini: «Che cosa poteva significare l’idea di un Dio che muore per la salvezza degli uomini? Innanzitutto un Dio non muore, sarebbe contraddittorio. Poi non si cura della sorte dell’umanità, sarebbe ridicolo. Quanto poi a supporre che un magistrato romano si trovasse lì apposta per adempire alcune vecchie profezie giudaiche, questo era proprio privo di senso»13. Comunque, egli pensa che potrà farsi fornire spiegazioni in merito dall’amico Marduk, un dotto caldeo molto esperto riguardo alle religioni dei vari popoli14.

Ma ora è giunto il momento dell’interrogatorio a Gesù, che Caillois espone seguendo da vicino il testo evangelico. Le risposte dell’imputato appaiono al procuratore assurde, ma tali da indurlo a pronunciarsi in pubblico dicendo che, a suo avviso, si tratta di un individuo inoffensivo. Ciò evidentemente non soddisfa i sacerdoti, e tuttavia per adesso non si tratta ancora di emettere la sentenza. Anzi, per dar soddisfazione al popolo, Pilato ordina che il preteso monarca dei Giudei, dopo essere stato rivestito di abiti regali da burla, venga fustigato. Preannuncia inoltre che il giorno successivo offrirà al popolo la possibilità di scegliere se salvare dalla morte Barabba o Gesù, benché la folla mostri fin d’ora con chiarezza l’intento di preferire il ladrone.

Sopraggiunta la sera, il procuratore si fa trasportare in lettiga nella villa di Marduk. Ora può finalmente narrare all’amico gli ultimi eventi e chiedergli lumi sulle bizzarre credenze degli ebrei. Marduk ritiene che le idee del Cristo siano simili a quelle in vigore presso la setta degli Esseni, i quali credono nell’immortalità dell’anima, rifiutano la violenza e attendono il futuro avvento di un regno di giustizia e fraternità universali. Sostiene inoltre che, se la nuova dottrina dovesse imporsi, da ciò conseguirebbero grandi cambiamenti. Le sue profezie si fanno man mano sempre più lucide ed estese. Egli sembra conoscere, pur preferendo tenerlo per sé, anche ciò che il futuro riserva al suo interlocutore: «Per delicatezza tacque di Pilato […] destituito da Vitellio, richiamato a Roma, poi esiliato e suicida per disperazione a Vienna dei Galli, dopo la morte di Tiberio. Tacque egualmente di Pilato canonizzato, onorato dalla Chiesa etiopica»15. Ma le visioni di Marduk sulle vicende mondiali si succedono senza sosta, e si spingono lontano nel futuro con ricchezza di dettagli: «Trovò anche un nome plausibile per lo scrittore francese che, poco meno di duemila anni dopo, avrebbe ricostruito e pubblicato quella conversazione per le edizioni della Nouvelle Revue Française, lusingandosi senza dubbio di averla immaginata»16. Inutile dire che Caillois allude a se stesso e al libro Ponce Pilate, offrendo così al lettore uno spiritoso esempio di mise en abyme.

Il procuratore ascolta con interesse la divagazione di Marduk, finché l’amico giunge a focalizzare la condizione di chi sta per essere costretto a decidere sulla sorte di Gesù. Il caldeo trova non folle ma sensato il ragionamento esposto da Giuda, quindi a sua volta suggerisce a Pilato di sacrificare la vita del Cristo, perché ciò porterà al diffondersi di una dottrina i cui effetti saranno, tutto sommato, benefici. Il funzionario ribatte che sarebbe da giudicare poco stimabile «una religione che, per stabilire i propri titoli, avesse avuto bisogno dell’ingiustizia e della viltà d’un uomo»17. Egli dunque, pur ammirando la sapienza di Marduk, non è rimasto convinto dal suo lungo discorso.

Il procuratore aspira a una visione serena e razionale delle vicende terrene, ben diversa da quella, appassionata fino al fanatismo, tipica dei religiosi. È vero che «una concatenazione di casi fortuiti, ben presto non più tali, avevano fatto di Pilato un essere pavido e irresoluto», e tuttavia, «nella sua memoria, nel suo cuore, covava […] un ardore ormai attenuato, ma pur sempre capace, domani, di far eruzione»18. In ogni caso, per lui non è più tempo di tergiversare, perché ormai si tratta di prendere una decisione. Nel corso della notte, non riuscendo a dormire, egli cerca di vagliare nella propria mente le conseguenze pratiche, ma anche le implicazioni morali, di ognuna delle due scelte possibili. Dopo aver esitato a lungo, finisce coll’attenersi a ciò che gli suggerisce la sua coscienza di filosofo: «Quale che sia l’importanza della posta in gioco, foss’anche la salvezza dell’universo, l’anima umana commette il male solo consentendovi. […] Pilato si compiacque al pensiero che, anche se il Dio dei Ebrei, o qualunque dio si fosse, avesse data per scontata la sua debolezza, egli rimaneva pur sempre libero di essere coraggioso»19.

Perciò l’indomani vieta a Menenio di preparare la brocca d’acqua e il bacile, anzi gli ordina di far schierare in posizione strategica i soldati. Nonostante le proteste della folla, proclama l’innocenza di Gesù e ne ordina la liberazione. Nei giorni seguenti avvengono sommosse e scontri sanguinosi. Caifa si lamenta con Vitellio del comportamento di Pilato e riesce a farlo destituire. L’ex funzionario viene esiliato a Vienna dei Galli e si uccide, «ma non già per disperazione, come un po’ frettolosamente aveva supposto Marduk […], bensì felice e per il motivo che uno stoico è sempre libero di rinunciare alla vita, nell’ora in cui lo ritiene opportuno»20. I cristiani dapprima esultano per la liberazione di Gesù, poi si rendono conto che aver avuto la vita salva in quel modo non è consono a qualcuno che proclama di possedere una natura divina. Che consegue da tutto ciò? «Il Messia continuò la predicazione con successo e morì in tarda età. Godeva d’una grande reputazione di santità, e si fecero per molto tempo pellegrinaggi al luogo della sua tomba. Tuttavia, a causa d’un uomo che, contro ogni aspettativa, riuscì ad essere coraggioso, non ci fu cristianesimo»21. È appunto con questo finale a sorpresa, che provocatoriamente contraddice tanto il dettato dei Vangeli quanto i dati della storiografia profana, che ha termine il romanzo di Caillois.

Il fascino di quest’opera è stato colto assai bene da un «non addetto ai lavori», il regista cinematografico Luis Buñuel, che in comune con lo scrittore francese aveva un interesse paradossale (perché da laico e non da credente) verso le speculazioni di natura teologica: basterebbe a dimostrarlo il film del 1969 La Voie lactée, argutamente incentrato sulle dottrine eretiche sorte ai margini del cristianesimo. In un suo libro di memorie, il regista scrive: «Ponzio Pilato, ci racconta Caillois, ha tutte le ragioni per lavarsi le mani e lasciar condannare il Cristo. È questo il parere del suo consigliere politico, che teme disordini in Giudea. È anche la preghiera di Giuda, perché si compiano i disegni di Dio. È anche l’opinione di Marduk, il profeta caldeo, che immagina la lunga serie di eventi che seguiranno la morte del Messia […]. A tutti questi argomenti Pilato può opporre solo la sua onestà, il suo desiderio di giustizia. Dopo una notte insonne, prende una decisione e libera il Cristo. Questi viene accolto con gioia dai suoi discepoli. Continua la propria vita, il proprio insegnamento, e muore in tarda età considerato come un uomo santissimo. Per un secolo o due, sulla sua tomba si succederanno i pellegrini. Poi sarà dimenticato. E la storia del mondo, va da sé, sarà completamente diversa. Questo libro mi ha fatto sognare a lungo. So benissimo cosa mi si può obiettare sul determinismo storico o sulla volontà onnipotente di Dio, che hanno spinto Pilato a lavarsi le mani. Poteva anche non lavarsele, però. Rifiutando l’acqua e il catino, avrebbe cambiato tutta la successione dei tempi. Il caso ha voluto che si lavasse le mani. Come Caillois, non vedo alcuna necessità in quel gesto»22.

Ma com’è giunto lo scrittore francese, noto come brillante saggista ma autore di pochi testi narrativi e di un unico romanzo (appunto Ponce Pilate), a ideare una storia così insolita? Da un lato, occorre considerare, come si è detto, la sua bizzarra attrazione per i temi teologici, dall’altro le sue indagini relative all’immaginario e alla letteratura fantastica. Tutto ciò (assieme ad altri elementi, come l’eleganza stilistica e la sottile ironia) lo accomuna a un grande autore, che proprio lui ha avuto il merito di scoprire durante il suo soggiorno in Sudamerica e di far conoscere in Francia, vale a dire Borges. Benché sul piano personale i rapporti fra loro non siano stati sempre facili, Caillois ha riconosciuto con onestà l’influenza subita, ammettendo che nei propri testi si riscontra «una certa osmosi» con le opere dello scrittore argentino23. In effetti, per rimanere in tema, chiunque legga in Ponce Pilate l’episodio in cui il delatore di Cristo espone i motivi che legittimano il suo gesto penserà subito al racconto Tre versioni di Giuda24. In esso, Borges immagina appunto uno studioso che, nei primi anni del Novecento, pubblica un libro nel quale sostiene che il tradimento dell’apostolo è tale solo in apparenza, perché in realtà si tratta di un sacrificio personale da parte di Giuda (spinto fino alla morte volontaria) al fine di assecondare i disegni di Dio, dunque anche quelli dello stesso Gesù.

Accennavamo all’interesse di Caillois per la letteratura fantastica, che emerge in varie sue opere saggistiche. In una di esse, egli fa rientrare fra i temi tipici dei racconti di fantascienza quel problema che «consiste nel determinare il preciso istante del passato in cui ha avuto luogo la biforcazione, ossia l’incidente spesso minuscolo a partire dal quale la storia si è inoltrata in un divenire differente, producendo un mondo senza il cristianesimo o senza la conquista romana o senza la civiltà industriale o senza la scoperta dell’America»25. Stessa cosa, e sempre con riferimento implicito a Ponce Pilate, in un altro libro, dove si legge: «Il tema del viaggio nel tempo è spesso collegato alla storia congetturale. Degli specialisti rettificano continuamente il destino degli imperi, ad esempio salvando il Cristo dalla crocifissione, assicurando la vittoria dei Persiani sui Greci, dei Cartaginesi sui Romani, dei Confederati a Gettysburg o di Napoleone a Waterloo»26. Si tratta di un espediente letterario che nasce dalla passione di riflettere sul possibile, su quel che non è avvenuto ma sarebbe potuto succedere, modificando il corso della storia umana. È chiaro che un simile modo di ragionare può apparire ad alcuni azzardato o semplicemente inutile (dato che verte su eventi già accaduti, dunque immodificabili). Hegel, ad esempio, sconsigliava di ricorrervi: «Non esiste pertanto discorso più vuoto di quello che verte su tale possibilità o impossibilità. […] E questa è anche una raccomandazione diretta allo storico, affinché non applichi questa categoria che si è rivelata già di per sé non vera. Ma purtroppo l’acume dell’intelletto vacuo si compiace di sé soprattutto quando escogita a vuoto delle possibilità, anzi quante più possibilità può»27.

Del resto, in uno scritto esplicitamente volto a commentare il proprio romanzo, è lo stesso Caillois a prendere le distanze dalla storia congetturale. Egli nota infatti che, nel caso specifico, è assai probabile che, «se il cristianesimo non avesse potuto prodursi, sarebbe nata e avrebbe trionfato una religione affine: messianica, egualitaria, universalista»28. Lo scrittore dichiara che ciò che più gli interessava, scrivendo il libro, era di riflettere sulla religione in generale, «e di esaminare se è concepibile che l’umanità possa farne a meno»29. Proprio a tale scopo aveva deciso di mostrare un Pilato stoico, il quale «scommette che si possa chiedere agli uomini, in nome dell’uomo, ciò che le religioni esigono da loro in nome degli dèi»30. Dopo aver ricordato i pochi dati storici di cui disponiamo riguardo al procuratore della Giudea, Caillois pensa si possa dedurne che i suoi conflitti con la popolazione ebraica erano stati «tutti ugualmente causati dai sentimenti religiosi di essa – fede, fanatismo o superstizione – e dall’ostinazione di Pilato a non tenerne conto»31. Ciò aveva esposto il funzionario a delusioni e sconfitte, e pareva confermare il suo carattere di uomo debole, inadatto a esercitare il potere. Nondimeno, Caillois non ha escluso, anzi ha immaginato e descritto, il suo imprevisto atto di coraggio. Comportamento spiegabile con un apporto culturale importante, quello «dei migliori esponenti dell’Antichità pagana, dell’Accademia e del Portico, di Socrate e di Epitteto, di mille esempi di un eroismo di cui egli senza dubbio si presumeva incapace, ma di cui sapeva che altri avevano dato prova e che era costretto ad ammirare»32.

Pur tenendo conto di tali dichiarazioni, sarebbe eccessivo voler attribuire all’autore francese l’esclusivo intento di formulare, in Ponce Pilate, l’idea di un’etica umanistica, velatamente ma drasticamente contrapposta alla religione. Il romanzo costituisce infatti anche l’esito (assai pregevole, sul piano letterario) di un puro gioco intellettuale, del tipo di quelli che abbondano nei volumi di Caillois. Egli infatti, nel corso di tutta la sua attività di scrittore e saggista, è sempre andato alla ricerca di una «coerenza avventurosa», ossia di un procedimento mentale che risultasse nel contempo logico e spiazzante, «rigoroso per l’intelligenza e inesauribile per la fantasticheria»33.

 

 

1 Matteo, 27, 24, in La Sacra Bibbia, tr. it. Milano, Garzanti, 1964, p. 1832.

2 Publio Cornelio Tacito, Annali, XV, 44, tr. it. Milano, Rizzoli, 1981; 2016, p. 731.

3 Friedrich Nietzsche, L’anticristo, in Opere, vol. VI, tomo III, tr. it. Milano Adelphi, 1970, pp. 228-229; cfr. anche Frammenti postumi 1887-1888, in Opere, vol. VIII, tomo II, tr. it. ivi, 1971, pp. 39-40.

4 Giovanni, 18, 37-38, in La Sacra Bibbia, cit., p. 1995.

5 F. Ponge, Le savon, Paris, Gallimard, 1967; 2015, p. 106.

6 P. Quignard, Critique du jugement, Paris, Galilée, 2015, p. 72.

7 R. Caillois, Ponce Pilate, Paris, Gallimard, 1961, poi in Œuvres, ivi, 2008, pp. 395-436 (tr. it. Ponzio Pilato, Torino, Einaudi, 1963; Palermo, Sellerio, 2017).

8 Ibid., p. 396 (tr. it., edizione Sellerio, pp. 10-11; si avverte che i passi delle traduzioni italiane cui si rimanda vengono spesso citati con modifiche).

9 Ibid., p. 398 (tr. it. pp. 17-18).

10 Per strano che possa sembrare, questo particolare è desunto dai Vangeli: «Mentre egli [Pilato] era seduto in tribunale, la moglie gli mandò a dire: “Non avere nulla a che fare con quel giusto, poiché molto ho sofferto oggi in sogno per causa sua”» (Matteo, 27, 19, in La Sacra Bibbia, cit., p. 1832).

11 Vicenda notoriamente riferita nei Vangeli, a parte il colloquio tra Giuda e Pilato, che è un’invenzione di Caillois.

12 Ponce Pilate, cit., p. 409 (tr. it. pp. 46-47).

13 Ibid., p. 410 (tr. it. p. 50).

14 Si tratta di un personaggio ideato dallo scrittore.

15 Ibid., p. 420 (tr. it. p. 75).

16 Ibid., p. 421 (tr. it. p. 79).

17 Ibid., p. 423 (tr. it. p. 84).

18 Ibid., pp. 428-429 (tr. it. p. 98).

19 Ibid., p. 434 (tr. it. pp. 112-113).

20 Ibid., p. 435 (tr. it. p. 116).

21 Ibid., p. 436 (tr. it. p. 117).

22 L. Buñuel, Mon dernier soupir, Paris, Laffont, 1982, p. 212 (tr. it. Dei miei sospiri estremi, tr. it. Milano, SE, 1991, pp. 183-184).

23 La formula si legge in R. Caillois, Thèmes fondamentaux chez Jorge Luis Borges (1964), Saint-Clément-de-Rivière, Fata Morgana, 2009, p. 12. Per la permanenza dello scrittore francese in America latina (negli anni del secondo conflitto mondiale) e per il suo meritorio impegno nel rendere nota la produzione letteraria di quei paesi, cfr. Odile Felgine, Roger Caillois. Biographie, Paris, Stock, 1994.

24 J. L. Borges, Tre versioni di Giuda, in Finzioni (1944), in Tutte le opere, vol. I, tr. it. Milano, Mondadori, 1984, pp. 747-752.

25 Images, images… (1966), in Œuvres, cit., p. 698.

26 Obliques (1975), ibid., pp. 780-781.

27 Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio (1830), tr. it. Milano, Bompiani, 2000; 2012, p. 305.

28 Post-scriptum pour «Ponce Pilate», in Cases d’un échiquier (1970), in Œuvres, cit., p. 437.

29 Ibidem.

30 Ibidem.

31 Ibid., p. 439.

32 Ibid., p. 440.

33 R. Caillois, Agates paradoxales (1976), in La lecture des pierres, Paris, Xavier Barral, 2014, p. 385. Cohérences aventureuses è anche il titolo di una raccolta saggistica del 1976, ora in Œuvres, cit., pp. 809-948.

 

 

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2 commenti su “Caillois e la scelta di Pilato

  1. vengodalmare
    14/10/2017

    Grazie, molto interessante.

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