perìgeion

un atto di poesia

La misura tra l’offesa e l’offerta: considerazioni su Luigia Sorrentino, Inizio e Fine

 

 

 

inizio-e-fine

 

di Alessio Alessandrini

 

mi chiedo, scusa la follia, se mai
una gioia sarà gioia per sempre
o comunque sia colma la misura
delle cose che devo amare e perdere.
(SE PUR OSI – MARIO LUZI)

 

Cosa si impone nel mezzo tra l’inizio e la fine, tra l’alfa e l’omega, se non un alfabeto segreto e sussurrato (non credeva che le onde /parlassero vicino al canneto) di parole dalla giusta misura, una nominazione?

pretendeva, dall’inizio alla fine

ogni cosa che vive, il suo nome

Di quali parole si ha bisogno in questo segmento di storia sgomento, febbricitante e opacizzato? Di quale vocabolario minimo, in questa stagione secca come una cicatrice mai cancellata?

Su tante possibili tre fanno capolino nel verseggiare laconico, perché frutto della sottrazione e dell’economia, di Luigia Sorrentino; sono le parole fondamentali e fondanti, quelle essenziali, come, d’altronde, essenziale è il sentimento poetico che le sorregge, più incline, dicevamo, al verso assoluto, netto, pulito che a una trasmissione ridondante, (non a caso, ci sembra, le figure retoriche più ricorrenti in questi testi siano la spezzatura e l’anadiplosi, strumenti raffinati che hanno come fine primo quello di evidenziare una parola, nominarla, indicarla come irripetibile, come unica e totalizzante; non a caso si tratta di una scrittura a bassissimo impatto comunicativo, si diceva, appunto, laconica, assimilata al silenzio).

Luce, in primis, terra e nome: una triade da cui non si può prescindere se ossessionano queste pagine in una frequenza continua, ne intessono la trama, si fanno nodi per una rete che raccoglie, a strascico, le voci sostanziali. Perché oggi la poesia è più che mai una questione di toni, di colori, di voce. È una questione “madre”, una questione terrena, anche se guarda al cielo, anche se ricerca una vocazione – il tema della chiamata, in effetti, segna gran parte di questi testi anche visivamente con versi in discorso diretto del tipo:

– chi ti ha chiamato col tuo nome? -.

Poesia dell’apparizione, dunque. Orfica, sì, ma nel senso positivo del termine, che guarda al mistero, che sa ancora apprezzare il rito, che ha bisogno come l’aria della sacralità che insita e innata nella poesia fin dalle sue origini.

Come era accaduto in Olimpia, la raccolta precedente della Sorrentino, anche in questa silloge viene mantenuto uno stile, in continuum, dove è l’epifania a sostenere una tensione metrico-lirica che si affaccia senza paura verso gli assoluti. Se ne percepisce, anche quando negata, l’attesa, la trepidante rivelazione, uno svelamento non propriamente buono ma pur sempre, pur nella sua accezione oppositiva, insostituibile:

nell’angolo spento

cercò il riflesso dell’oceano

l’aveva attraversato uscendo dalla madre

C’è fame, nei versi di Luigia Sorrentino, di avventi. La luce, infatti, prepara a incontri di intensità varia, è spesso opaca, smina “ossature guaste”, ricava lo spazio a un “angolo spento”, è preludio a giorni di febbre e malattia. Così come accade per il nome, altra parola totem della raccolta; esso in-forma e da forma, sostanzia “ogni cosa che vive”, nel suo precipitarsi, (da intendersi nell’accezione scientifica di aggregazione chimica), nel suo peso gravido (il peso stupiva / una sostanza nella terra), terreno più che terrestre. Ma c’è bisogno assoluto della luce, c’è bisogno assoluto del nome, perché sono loro a dare il contorno, a sostanziare.

gli avevano afferrato le gambe

lo costringevano a stare

in una posizione fissa

chiuso nel suo nome

La luce e il nome, dicevamo, e, infine, la “terra”, il luogo che questi strumenti di conoscenza, (o/e riconoscenza, misconoscenza) delimitano, vanno a rivelare. La terra che è un confino, un limes, segmento rivoltato, cuore dove si svolge la vicenda narrata, (un affetto, un amore, un incontro, un abbandono?). E’ terra-madre ma anche terra-morte, terra nuova, terra promessa in cui approdare nella paura che si possa rivelare terra nuda, troppo esposta:

una zolla di terra rivolta

aveva scoperto il suo nome

Di questa esposizione si fa carico la scrittura di Luigia Sorrentino, una spoliazione che dona voce all’occulto, a tutte le sue sfaccettature, anche le più orride, quelle a cui si vorrebbe voltare, volgarmente, gli occhi.

Ma tra l’inizio e la fine c’è tutto questo e tutto quanto, c’è la misura a cui occorre allinearsi perché il rischio è sempre quello del precipizio, dell’ aver voluto andare oltre, “ecceduti nel nome”. Poiché, infine, scrivere è comunque scrivere di una caduta, di un fallimento, di una frustrazione, dare a quel dolore un possibile nome, un omaggio che trasforma l’offesa in offerta, ne garantisce la “comprensione”.

In un mondo senza più confini dove si è sempre sul momento di affondare nell’indistinto, nel caos informe, la parola di Luigia ci chiede uno sforzo che è, allo stesso modo, una condanna e una liberazione, quello di trattenere, mandare a memoria, il nome che recinta, non per restarne imprigionati, semmai per aggrapparvici e non cadere a fondo:

è tempo di lasciarsi

è tempo

la fame del vento è tempesta

– hai uno nelle ossa

lo ricevi sulla schiena

fai risonare la voce-sibilo –

l’airone citrino è fermo sul tronco

suona la casa di un nido, di un nome.

 

 

Luigia Sorrentino, Inizio e Fine, Stampa 2009

***

 

VIII

 

tutti i giorni erano caduti sul suo viso

le ore di tutto l’essere erano

invase dalla sete

 

nell’angolo spento

cercò il riflesso dell’oceano

l’aveva attraversato uscendo dalla madre

 

la pioggia di vetro sulla strada

deserta aveva memoria di un uomo

 

***

 

IX

 

il silenzio era entrato nella stanza

gli aveva infilato il freddo nelle ossa

 

poi lo aveva raccolto in una nuova terra

nessuno gliene aveva parlato prima

 

era venuto nell’incertezza

in quello che sarebbe stato dopo

 

dopo la nascita, dopo la morte

 

***

 

X

 

lascerà la vallata

l’agonia di tutti i movimenti

moltiplicava i nostri nomi

prima di entrare nel rigore di ogni

alba, di ogni notte

eravamo differenze di suono

 

spingevamo la carezza

alla membrana dell’orecchio

 

– chi ti ha chiamato con il tuo nome? –

 

***

 

 

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Un commento su “La misura tra l’offesa e l’offerta: considerazioni su Luigia Sorrentino, Inizio e Fine

  1. Una scrittura epifanica, che cerca le aree sacre dell’essenziale, i temi universali in cui l’umano vi si può riconoscere. E per questo non può essere definita ” a bassissimo impatto comunicativo”, semmai proiettata verso il silenzio, che è la sedimentazione profonda della parola appena detta.
    Annamaria Ferramosca

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Questa voce è stata pubblicata il 25/10/2017 da in poesia, poesia italiana, recensioni con tag , , , .
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