perìgeion

un atto di poesia

Paride Mercurio: La persistenza del tempo

 

paride_mercurio

 

di Alessandro Quattrone

 

 

Prologus exodusque

………………….A mio padre, il miglior fabbro (α 08.4.1949 – ω 02.4.2015)

Un venerdì d’aprile dagli ulivi
al sole
il tuo primo pianto cavalcò i venti
sopra i mari e rese padre un ragazzo
alla fine del mondo.

Un giovedì d’aprile tra alti faggi
all’ombra
ti avrei disteso perché i ciclamini
lilla germogliassero dal tuo corpo
alla fine dei giorni.

Aprile, sai, è il mese più crudele.

 

L’ultimo lavoro poetico di Paride Mercurio si apre sotto il segno di Borges e si chiude sotto quello di Dante: due dei “padri” da cui Mercurio sente di discendere, per non parlare del mondo classico a cui i suoi testi fanno spesso riferimento. Ma, come si vede dall’introduttivo Prologus exodusque, tra questi padri letterari occupa uno spazio importante anche lo scomparso padre di sangue, a riprova del fatto che Mercurio, nello scrivere e nel vivere, ha l’umiltà del figlio che è grato per i doni ricevuti, da cui si sente onorato oltre che arricchito.

 

Preguntándole a Borges

Sono io che sogno rose, versi, amplessi, profeti
e deità terribili, l’Acheronte ed il Tartaro;
il cielo fiammeggiante, mentre sta componendo
il tenebroso di Efeso sulla natura un’opera
che forse andrà perduta?

O forse io sono il sogno d’un uomo trapassato,
e in questa dimensione senza significato,
nell’eterno fluire d’un mondo senza porte,
mi ritrovo dannato – né miele né cicuta –
senza vita né morte?

 

L’autore rimpiange ciò che non c’è più, ma non al punto da considerarlo irraggiungibile o perduto. Ha il senso della rovina, ma anche quello del restauro. Perciò compie la sua opera servendosi di materiali che sembravano ormai inservibili e che invece, grazie alla sua amorevole cura, riacquistano una struttura e una funzione.
Paride Mercurio vorrebbe tanto che il tempo fosse un’entità assoluta, una specie di eternità: vorrebbe, insomma, che persistesse. Solo un’illusione? Può anche darsi. Ma un’illusione che trasforma il tempo in uno spazio in cui la vita si avverte con maggior forza e senso.

 

 Aeternitas

Il tempo è un’impostura?
è artifizio o regola di natura?

Io mi nutro di dubbi,
ma sento illuminanti vibrazioni.

Adesso, proprio mentre sto scrivendo,
altrove, in una dimensione eterna,
Garcia Lorca illustra il suo amore oscuro,
Ungaretti svela un segreto ad Ario,
Montale scende scale dando il braccio
alla cara Drusilla,
Borges detta versi a Maria Kodama,
Caproni in bianche vesti osserva il mare.
 

Il libro, dunque, è un atto di omaggio alla grandezza di chi ci ha preceduto, ma un omaggio non rituale né puramente celebrativo. Il poeta sente il dovere di assimilare e ripresentare la luce e la voce dei maiores, da buon erede che apprezza quanto ha ricevuto e intende condividerlo. Perciò dai suoi versi non bisogna tanto aspettarsi una scoperta, quanto una riscoperta. Si tratta di una poesia che raccoglie e accoglie per il piacere di restituire e distribuire. Una poesia che proietta il presente nel passato e riporta il passato nel presente attraverso una inesauribile citazione di nomi e vocaboli e una continua evocazione di luoghi e personaggi.

 

Ade

Sotterra splende
invisibile e freddo
l’astro dei morti.

 

Il mai scomparso classicismo (che spesso si presenta sotto altre vesti o con altri nomi) ha trovato un suo nuovo rappresentante? Sembrerebbe proprio di sì. E nel panorama poetico attuale l’apparizione di un’opera come quella di Mercurio genera stupore. Lo spirito dominante nella nostra epoca non spinge piuttosto all’abbassamento del tono, alla colloquialità prosastica, al ridimensionamento di ogni ars, retorica o metrica che sia? E d’altro canto non c’è pure, in tanti poeti, la volontà di sperimentare, di lavorare sul linguaggio alla ricerca di nuove modalità espressive? E allora, certo, La persistenza del tempo appare come un libro in controtendenza. Qualche lettore, desideroso di modernità, potrebbe rimanere perplesso di fronte a una proposta del genere, non trovandovi né soluzioni formali inedite né rivelazioni sorprendenti. Qualcun altro potrebbe invece essere grato per l’offerta inattesa, perché sentiva la mancanza di versi levigati e sinceri allo stesso tempo. Tutti comunque, al di là del gusto personale, dovranno riconoscere la serietà delle intenzioni dell’autore, e accettare il confronto o il dono.
Vista la sua sensibilità umana e culturale, per Mercurio l’adozione di un linguaggio rispettoso della tradizione, o anche solo ispirato ad essa, è una scelta di cuore e di testa, e soprattutto una scelta necessaria. Il suo è quindi un (neo)classicismo attraversato, in gran parte delle liriche, da una calorosa corrente esistenziale, oltre che aperto a diverse altre culture. E questo rende autentica, e quindi meritevole di attenzione, la sua dimensione estetica.

 

Cos’ha lasciato il mare?

Cos’ha lasciato il mare – dopo la piena?
(Ricordo solo un gorgo – tutto era nero
E sabbia turbinante – lungo la schiena)

Qualche conica bùccina – qualche tellina
Cocci lisci di vetro – verde bottiglia
Màstabe di detriti – tronche montagne

E quasi putrescenti – sul lido lacere
Le nostre nudità – senza vergogna
Smaniose d’acqua dolce – e di rinascita

Per noi è imperativo – se ancor ne abbiamo
Staccarci da relitti – ormai incagliati
E uscir fuori dal fango – prender la terra

 

Si è detto di Borges e di Dante, ma si potrebbe menzionare anche Eliot (un riferimento a quest’ultimo appare già nella chiusa del Prologus exodusque): poeti colti, memori, riconoscenti, che amavano inserire nomi e citazioni nei loro versi, sia come forma di omaggio che come ricerca di benedizione. Segno di modestia, in un certo senso, oltre che di coscienza letteraria. Come per dire: non posso inventare, posso solo reinventare; il che, a pensarci bene, è solo un altro modo di inventare.
In Mercurio questo procedimento è scoperto. Così ad esempio i vocaboli arcaici o letterari (lassi, lai, carchi, ognora, ascosi ecc.) disseminati nei testi, che potrebbero apparire come vezzi lessicali, in realtà sono indizi di un bisogno ben preciso: quello di sentirsi appartenere a una famiglia e soprattutto a una terra ideale, su cui si possono ritrovare le impronte di chi ci ha preceduto e gioirne intimamente, una terra in cui si parla una lingua non assoggettata al tempo storico.
Forte dunque di questo solenne amore per l’antico e per gli antichi, Mercurio elabora e struttura la sua opera con grande cura, dedicandosi a un meticoloso lavoro di ricerca metrica, mitica e storica.

 

Satyricon

Pochi sanno che a Cuma la sibilla
illustre, ridottasi ad una larva
e confinata al chiuso d’un’ampolla,
derisa dai fanciulli,
va invocando la morte.

Che beffa atroce! Adesso il suo destino
è pentirsi ogni giorno amaramente
di non aver richiesto al dio obliquo
-con l’immortalità–
la giovinezza eterna.

 

Gran parte del libro consiste in un’esplorazione – una ricognizione, una sperimentazione – di forme, situazioni, temi e personaggi, se non classici, classicizzati.

 

Olympia

Rovine sono
i templi, rogge i fiumi
impolverati.
Helios saetta dardi
di luce micidiali.
Un cane smunto
stramazzato tra i sassi
chiede un po’ d’acqua.
Qui di divino è solo
per lui la pietà nostra.
 

Già i titoli delle sei sezioni (Disiecta – Nugae – Pinakes – Erotopaegnia – Carmina – Eclogae), in latino e in greco, sono l’affermazione di una volontà di inquadrare la labilità del presente in una cornice considerata solida. I singoli componimenti, poi, modellati sugli esempi della tradizione illustre italiana o classica, e spesso anche orientale (ad esempio gli haiku: Dentro uno stagno / per ogni mio errore / getto una pietra), soddisfano la necessità di racchiudere il vissuto o il pensato in forme durevoli, secondo la celebre poetica oraziana. Il titolo della raccolta, infine, contraddicendo il senso comune del “tempus fugit”, che è osservazione naturale, suggerisce una possibilità di salvezza culturale: il tempo persiste quando e in quanto assume forme che persistono. Il tempo invece svanisce se distrugge le forme che genera, e le distrugge quando sono poco consistenti. Quando invece sono fatte di materiale prezioso – cioè di valori artistici e umani – allora è impotente. Così il poeta, sempre alla ricerca della saggezza, dopo aver interrogato l’antica cultura biblica, greca, latina, indiana, giapponese ecc., si fa portavoce di ciò che ha ascoltato: saggezza significa, non potendo sconfiggere il tempo, trovare almeno il modo di immobilizzarlo, impedendogli di distruggere.
Si potrebbe pensare, a questo punto, che il libro prenda le distanze dalla realtà attuale, e in parte è così. Mercurio infatti ripete verità antiche e universali, tanto diffuse da non essere più riconosciute nel loro vero valore, e lo fa – certo – evocando il passato con reminiscenze e allusioni, ma anche usando la propria voce, il proprio tono. Dice in modo limpido cose che forse avevamo dimenticato, e così ci fa ricordare che sapevamo. Tuttavia, sospinto da urgenze affettive (verso la donna amata, il padre scomparso, la terra calabra di provenienza della sua famiglia), non tralascia l’immediatezza realistica, il dato elementare e concreto, l’annotazione emotivamente necessaria, a riprova del fatto che per lui la forma è una casa, cioè un luogo in cui vivere, non uno spazio artificiale.

 

Unter den Linden

Una furiosa scure senza cuore
gli alti tigli abbatté lungo la via.

Quanto somigliano le nostre vite
-ora- alla strada che divide il borgo:
i nostri padri sono come i ceppi
che erano alberi solo fino a ieri.

(quell’ombra sacra che ci proteggeva
è soltanto un ricordo che fa male)
 

La persistenza del tempo, insomma, è un libro che, pur non avendo intenti provocatori, provoca comunque una riflessione, spingendo a porsi diversi interrogativi sul senso, il potere e la validità della tradizione letteraria.
La rinuncia a un’eredità è una dimostrazione di ricchezza? La sua accettazione, al contrario, non è che la prova o l’ammissione di un’insufficienza? In definitiva la ricomparsa – la “persistenza” – della tradizione è una risorsa o una schiavitù?
Il lettore è chiamato a rispondere, e risponderà come vuole. Ma per farlo dovrà ridefinire, aggiornare oppure consolidare le sue convinzioni. Mercurio, da parte sua, ci mostra le proprie con chiarezza e fermezza: bisogna recuperare valori smarriti (ad esempio la misura, l’ordine, la precisione, la durevolezza, l’umiltà, l’ammirazione), valori che provengono da lontano come la luce di certe stelle che, anche se non hanno la forza di illuminare il percorso, possono comunque essere – solo con la loro visibile esistenza nel cielo notturno – dei punti di riferimento.

 

Paride Mercurio, La Persistenza del tempo, Book Editore, 2015

 

 

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