perìgeion

un atto di poesia

Ultime corrispondenze dal villaggio, di Antonio Alleva


antonio alleva

di Nino Iacovella

dico scirocco dico soffiami sugli occhi

dondolami nell’aria salvia e celeste

                                                   sgonfiami

da botti e risonanze sgonfìami

da tutta questa stanchezza

soffia sull’infantile anelito a sorreggere i corpi

a volerli salvare tutti, porta per porta,

a voler essere io il vero, magnifico, liberante dio

e soffia su questa montante precisa follia

che non s’è accontentata della percezione del sangue

ma mi ha voluto spingere

                                                 fin dentro l’assurdità della sua sorgente.


Se la poesia potesse avere una definizione attendibile e univoca, ontologica, bisognerebbe leggere il primo testo di questo libro e tracciarne le direttrici di immagine, senso e suono.
Uno stile unico e riconoscibile, con una lingua piana, aperta, ma ricchissima di sfumature. Vi è tutta la forza di un’umanità che trasuda dalla carta, la meraviglia dinanzi all’intimità delle piccole cose, ma anche il temuto dolore universale che grava sulle spalle di chi già a fatica sopporta il peso del proprio vivere.

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Per Antonio Alleva Ultime corrispondenze dal villaggio (Il Ponte del Sale, 2017) è il libro della nuda fragilità; il fermo immagine del poeta che perde l’equilibrio mentre sta rincorrendo la chimerica benevolezza della poesia. E alla fine ci dice: questa è la poesia per il poeta; è speranza e illusione, pane e veleno.

Il villaggio è Nocella, una frazione di Campli, uno splendido borgo abruzzese conosciuto per la lunga tradizione artigianale. Qui Antonio Alleva ha ambientato i suoi slanci lirici. Un manipolo di uomini e donne che vivono nell’intorno di poche case senza confini, senza muri, che si abbracciano in una unica comunità.

La poesia di Antonio Alleva è solidamente costruita sul territorio del sentimento. È qualcosa che svela un poeta empatico, che ama. Per questo anche le sue dediche non sono componenti accessorie di un libro, ma elementi fondanti della propria poetica.


Mia cara Ele Scricciolina,

tra qualche tempo conoscerai il più portentoso dei giocattoli,

la più bella delle meraviglie: conoscerai la magia del leggere

e dello scrivere. E allora vedrai come leggendo una storia,

a scrivendone tu una, vedrai come sarà entusiasmante aggiungere

un suono tutto tuo ai suoni del mando, com’è possibile

cambiargli la luce, se quella che ci manda pesa troppo sui nostri occhi.


A HENRl’*

Ecco, come vedi anche per me è arrivato il terzo libro. In cuor mio ho

tifato ardentemente per i disguidi, le proroghe, i ritardi. Ma tant’ è:

ora benedicili pure tu, da lassù, questi altri figli irreversibili.

*Raymond André


All’interno del villaggio l’autore ha scritto lettere d’amore verso la vita, sia quando la vita ha corrisposto con amore, sia quando la vita ha tradito. Con la meraviglia di occhi da bambino che vedono, sentono, e ricordano tutto. Il villaggio è uno spazio esistenziale e umano dove frequentemente l’osservazione del poeta salta la staccionata del limite geografico per affacciarsi al mondo.
Alleva è un poeta che ha una particolare grazia di tocco: sfiora le parole come fiori, ci fa accarezzare l’erba fresca del mattino, l’armonia della natura, attraverso la sola forza della scrittura.

Rispetto al percorso tematico degli altri precedenti libri, tuttavia, Ultime corrispondenze dal villaggio è anche un libro sulla “cognizione del dolore”. Un dolore causato dalla poesia stessa. Perché il poeta prima o poi arriva alla resa dei conti tra i sogni e la cruda realtà. Prima o poi si avverte che il tutto è un volo pindarico che spinge in alto, ti acceca, e poi ti fa cadere giù. Tutta la fatica di un’arte che quasi sempre non ripaga per la propria dedizione, anche perché in questo caso si è troppo isolati e soli, soprattutto dopo la prematura scomparsa dell’amico poeta Raymond André. Significativo l’incipit di un testo “Siamo sempre lontani dalla festa, caro Sabatino / lontani, e fuori:/ che ci sembra sempre che la festa /sfiammi, gratifichi gli altri altrove.” Il villaggio che prima rappresentava la tana, la silenziosa nicchia che proteggeva il poeta e la sua creatività adesso è solo una prigione dove si convive con l’illusione.

CARA BEFANA PER TE SOLO CENERE E CARBONE

E infine la poesia. Questa strega che rovina la vita. Conviene

dedicarle altre due righe per rabbonire l’istinto di fracassare questo

tavolo, e l’ abat-jour che lo coccola come fosse una tana nella tana, e

la voglia di prendere a morsi questa pila di libri questa pila di fogli:

questa pila di rivistine, di prenderla a morsi; e sputare via. Mai più

una penna, tuonano giù dall’interno, il villaggio mai più: questo

vecchio balcone affacciato nell’aria d’un ampio fallimento, questa

memoria struggente di quando i gerani erano turgidi e cinabro, e le

moltitudini chine insieme sul febbrile disegno di quel nuovo domani.

Nella sezione Li chjacchjarate ‘nghë Batine abbiamo la parte più intensa del libro, a mio avviso la più bella dell’intera opera del poeta. Qui nella forma del dialogo con l’amico Sabatino, Antonio Alleva ci dona tutta la sua poetica, questa volta in chiave elegiaca: “Stasera invece di starcene seduti sulla scaletta della chiesa / saremmo dovuti andare ad ascoltare Branduardi, caro Sabatino / che m’han parlato del suo spettacolo di canzoni nuove / tratte una ad una dal Cantico delle Creature / L’infinitamente piccolo, lo conosci? / Vale a dire che è dentro quel filo d’erba, dentro l’aria che lo dondola, / dentro a quel ridere di Giovannino / è lì dentro caro Sabatino, che è custodita tutta la crema dello splendore.”

Forse, Ultime corrispondenze dal villaggio, testimonia la volontà di ripartire dalle proprie macerie prendendo spunto dal terremoto di Onna: ”lo scenario delle tendopoli / la replica della commovente fratellanza / ora qui io / che già ero senza casa senza lavoro senza denaro / accolgo e benedico / ripeto: accolgo e benedico / perché finalmente si potrebbe tutti insieme farla finita / col miele, con l’ antico inganno delle radici, / perché finalmente si potrebbe tutti insieme / urlare il nostro amen come si deve / e ricostruire un vero altrove direttamente nel cuore dell’esilio. Forse è davvero necessario radere al suolo una parte del passato per ripartire. Uscire dalla tana. Tornare a vivere e scrivere un libro, dopo dieci anni, significativo come questo.

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INTRODUZIONE IN NOSTRA LINGUA

e non occorreva ricorrere all’incanto della chiaroveggenza

per sapere fin d’allora che senza il più minimo

trasferimento del soma

avremmo vissuto in esilio, respiro dopo respiro.

Tu riesci ancora a motivarti il calore d’un altro palmo?

aveva ragione zio Antonio quando venne a trovarmi in quel sogno:

«dua curre fëje rnì fërrnëte,

fërrnëte nen’jë simbre scappenne:

fërrnëte alluchëte faciamëce nu bëcchjire,

nu bëcchjire dë stu vene cotte

cuscë bbone che fà ‘arbëvë’ li murte».*

 * « Dove corri figlio mio fermati, / fermati, non andare sempre scappando: / fermati siediti facciamoci un bicchiere, / un bicchiere di questo vino cotto / così buono da far resuscitare i morti.»

***

CONSIDERAZIONE FINALE SULLE FOTO RICORDO

sento la morsa stringere vista e cuore

e cos’è questo pugno

che infìerisce nello stomaco?

Guardati qui guardati,

aereo corvino sorridente

un secolo fa sotto il sole di Tours,

e guardati ora a questa festa di compleanno

a come si trema al pensiero dei nuovi aggettivi.

Ma il tema l’assillo è il perché della morsa

perché anch’io

ossia perché il languore da percezione della finitudine

ossia perché anch’io dentro le fotografie

cosa vuoi che mi importi del tempo

della sua comunione con la decadenza dei corpi?

Il tema che mi assilla è il perché

di questo vellutato mobilissimo, dappertutto

carro falcato.

***

LI CHJACCHJARATE ‘NGHE BATINE

(Ritorno dell’ora legale) 

o Batì

stu core chë së stragne chëst’ucchje chë së chjute

dandre    dandre a l’istate de Sande Martënë 

         auarde Batì ‘uarde chë spëttacule

         li ciclamine     la vëte dë lu Canadà

auarde stu trapëne chë gëre piane piane chë andre dogge dogge

chë të passe da parte a parte, e të dëce:

auarde

dandre a stu busce

‘uarde quande aè grosse ‘uarde quand’è budde.


LE CHIACCHIERATE CON SABATINO

(Ritorno dell’ora legale)

traduzione letterale

Caro Sabatino

questo cuore che si stringe questi chi che si chiudono

in piena estate di San Martino           

           guarda che spettacolo i ciclamini          

           la vite canadese

guarda questo trapano che gira piano piano che entra dolce dolce

che ti penetra da parte a parte, e ti dice :

guarda

dentro a questo buco

guarda quant’è grande guarda quant’è vuoto.

***

LI CHJACCHJARATE ‘NGHE BATINE

(Sentirsi fuori dalla festa)

Stame simbre lundine da la feste, Batì,

lundine, e fore:

ca ce sembre simbre chë la feste

sfiamme, arcrëje l’iddre addrove.

Allora so sfuggëtë l’uccasionee

me so venute allucà ‘ngërne a stu rnuratte

accande a sta belle capanne de purnmadore, accande

a tutte lli hore chë cià passite Piere, Piere d’Andoniette,

pë falli era ce bille, pa’rgalalli a lu patrone dëll’horte,

a lu zëje, a Màrje su Pëstoje.

Allore me so venute allucà ‘ngëme a la Tour Eiffel, Batì,

e ‘nmezze a llu ponde ju balle a Istanbùl,

allora me so venute allucà a Dubbai, ‘ngërnc a llà terre che gëre

e arcoje lu vende

allore më so vënute allucà sopre a stu vespre rose e cëleste

e tò, fattëla pure tu na bbuccate de fëne staggione:

jë aè mije c’arsfugge l’uccasione,

chë chjute l’ucchje e m’allundane – Batì,

chë nern’rna joggne pure jë

a stu rusarje chë më sta sgranenn lu core.

***

LE CHIACCHIERATE CON SABATINO

(Sentirsi fuori dalla festa)

traduzione letterale

Siamo sempre lontani dalla festa, caro Sabatino

lontani, e fuori:

che ci sembra sempre che la festa

sfiammi, gratifichi gli altri altrove.

Allora ho sfuggito l’ occasione

e son venuto a sedermi sopra a questo muretto

accanto a questo bel filare di pomodori, accanto

a tutte le ore che gli ha dedicato Piero, Piero di Antonietta,

per farli crescere belli, per regalarli al padrone dell’orto,

a suo zio, Mario di Pistoia.

Allora son venuto a sedermi in cima alla Tour Eiffel

e in mezzo a quel ponte giù a Istanbùl,

allora son venuto a sedermi a Dubai sopra alla torre che gira

raccoglie il vento

allora son venuto a sedermi su questo vespro rosa e celeste

e tiè, fattela pure tu una boccata di fine stagione:

io è meglio che risfugga l’occasione,

che chiuda gli occhi e m’allontani – caro Sabatino,

che non mi aggi unga pure io

a questo rosario che mi sta sgranando il cuore.

Antonio Alleva è nato e vive a Nocella di Campli (TE). Ha pubblicato Le farfalle di Bartleby (Tracce 1998, Carnaiore Proposta 1999), Reportages dal villaggio in 7 poeti del Premio Montale 2000 (Crocetti 2001) e La tana e il microfono (Joker 2006). Presente in antologie, riviste, volumi collettivi, tra cui Ombre come casa salda. Il purgatario letta dai poeti Canti I-IX (II Ponte del Sale 2009). Nel 2014, sempre per Il Ponte del Sale, ha curato insieme a Patrizia Vernisi il volume postumo di Raymond André, Rue des étranges.

La foto dell’autore è di Fausto Cheng

 

4 commenti su “Ultime corrispondenze dal villaggio, di Antonio Alleva

  1. marco ercolani
    25/11/2017

    Una poesia necessaria, quella di Antonio.
    Stasera lo abbiamo salutato a Genova, alla Stanza della Poesia, in attesa che vi raggiunga a Milano.
    Un abbraccio.
    Marco.

    Piace a 2 people

  2. francescotomada
    26/11/2017

    Per me una scoperta meravigliosa.

    Francesco

    Piace a 2 people

  3. massimiliano
    27/11/2017

    Grazie, Nino, di avermelo fatto conoscere. Un libro din poesia che comprerò, fra i pochi che ne valgono la pena.

    Piace a 2 people

  4. daniele cavicchia
    28/11/2017

    puntuale la recensione per un poeta che merita tutta la nostra attenzione nel nome della poesia

    Piace a 1 persona

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Questa voce è stata pubblicata il 24/11/2017 da in poesia dialettale, poesia italiana, recensioni con tag , , .
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