perìgeion

un atto di poesia

Homo poeticus

NZO

 

di Giorgio Galli

Danilo Kiš (Subotica, 1935 – Parigi, 1989) fu autore integralmente slavo -e forse per ciò integralmente cosmopolita. Nacque a Subotica, tra Serbia e Ungheria. Dal 1939 suo padre portò la stella di David. Nel 1942 suo padre scomparve. Non morì, scomparve, e lo scrittore avrebbe dedicato buona parte della sua opera alla ricerca delle tracce del genitore, ricostruendo con strenua precisione l’epoca e i luoghi, senza mai tracciare una parola che non discendesse dai ricordi o dai documenti. Kiš si salvò perché sua madre era cristiana ortodossa. Passò l’infanzia fra l’Ungheria, dove lavorava nelle fattorie e frequentava la scuola cattolica, e il Montenegro, dove serviva come chierichetto nelle messe ortodosse. Ascoltò i cantori ungheresi cantare poemi epici simili a quelli che scriveva suo nonno in Montenegro: in quei poemi gli eroi erano sempre i nostri, erano forti e invincibili, e tutti gli altri erano infami e traditori. Ascoltò tre religioni dichiarare di essere la vera religione. Visse l’ideologia nazifascista e quella comunista. Da adulto, visse fra Belgrado e Parigi. La sua patria la trovò nella letteratura, e ne difese l’indipendenza come sa fare solo chi ha vissuto troppa vita e ha bisogno di letteratura per continuare a vivere. “Si diventa letterati come si diventa strangolatori”, diceva, “per vocazione”1. Chi ha quella vocazione non può far altro che scrivere, è la sua maledizione. Ogni giorno si sceglie fra la letteratura e la corda al collo, e non si sa se il giorno dopo si sceglierà il cappio o la macchina da scrivere. Si definiva uno scrittore pigro: “In realtà scrivo solo quando sono costretto… La motivazione è sempre esistenziale. Scrivo perché metto in gioco la vita intera. La letteratura allora è una terapia… un rimedio après coup, una terapia che ovviamente arriva in ritardo perché quando si avverte il male, il rimedio non ha più effetto. E non si tratta di una mania, ma di una malattia. Indirettamente, quando scrivo, mi sento in una relazione stretta, intima, con il tema che ho scelto -o che mi ha scelto. E la scrittura per me è proprio un modo di liberarmi da queste ossessioni”. Difficile dare una definizione così precisa, così estrema del perché si diventa scrittori. E difficile, da scrittori, non essere tentati di non scriver più nulla dopo aver letto Kiš. La sua scrittura è fra le più misconosciute, e fra le più potenti, del ventesimo secolo. La sua parola ha la forza della parola biblica, eppure non nasce da fede, ma da scetticismo. Il suo catalogo è scarno e i suoi libri brevi. Kiš rileggeva mille volte, lavorava su ogni frase sottoponendola quasi a una falsificazione. Lavorava di sottrazione con tale accanimento che ciò che restava era fortissimo. La sua prosa è talmente perfetta che un aspirante scrittore ha voglia di posare la penna. Dà il fastidio delle bellezze troppo irragiungibili. Le sue parole, residuo di molte parole cadute, hanno una forza epica. Sono rimaste in piedi perché hanno superato una durissima selezione: e sono durissime. Eppure la letteratura, per Kiš, era una medicina inefficace. La musica e l’amore erano più potenti -ma lui scelse la letteratura, per vocazione, perché non poteva fare altro. Coltissimo, ammetteva però che solo le ragioni del cuore hanno cittadinanza. Ma sono ragioni che vanno fatte sorgere con la forza delle cose e non col ricatto delle parole. Le parole sono guide. La scrittura deve suggerire direzioni, offrire suggestioni: ma sarà il lettore a completare il lavoro mettendoci del suo. Perché Kiš scrive per i buoni lettori, e i buoni lettori, come diceva il suo amato e odiato Borges, sono meno dei buoni scrittori. E perché lo scrittore, dopo Auschwitz e Kolyma, può restare scrittore solo se rinuncia a inventare. La sua libertà consiste nell’appoggiarsi a fatti e documenti come solo lui sa fare, vale a dire attraverso lo stile. La realtà è più fantasiosa -e più crudele- di qualsiasi fantasia umana. Che diritto abbiamo d’inventarne una nuova, quando il lettore conosce -forse sulla propria pelle- realtà più incredibili della più incredibile fantasia? Solo la Forma conta, il resto è relativo, tutti i nazionalismi, tutti i negazionismi ma anche tutte le fantasie, perché non c’è invenzione di scrittore che non sia stata già superata dalla realtà.

Ebreo, Kiš si rifiutò di essere “scrittore ebreo” perché odiava la letteratura delle minoranze. Odiava la letteratura impegnata. L’impegno sociale, l’attualità, la cronaca, l’appartenenza ad una minoranza introducono in letteratura un elemento ad essa estraneo, inducono a valutare un’opera per il suo valore testimoniale o morale e non per il puro valore letterario. Fu tutt’altro che indifferente al proprio tempo, tutt’altro che indifferente alle cause del proprio tempo. “La politica è una mia passione quasi quanto la letteratura”, affermava. Eppure le teneva separate. Ammirava Sartre e Camus, ma preferì procedere per altre vie. Il suo rigore, oggi, rappresenta una lezione più durevole e più insopportabile di quanto fosse allora. “Un poeta mancato”, si definiva. E con crudele purezza distrusse tutte le sue poesie. Nemmeno Thomas Bernhard arrivò a tanto -e infatti le sue poesie giovanili restano a testimonianza di un errore umano nel suo percorso di scrittore. Kiš non concesse a se stesso l’errore umano. Il suo estremismo della letteratura nasceva dalla coscienza dei limiti della letteratura. La sua prosa ha la perfezione della poesia. Come la parola poetica, la parola di Kiš è una cosa, oggettivata dalla forza dello scrittore.

C’è una differenza fra gli autori di romanzi e quelli di racconti. “Il racconto è il vello d’oro, il romanzo è la storia della ricerca del vello d’oro”, scrive in una lettera Cortázar, lo scrittore più consapevole della differenza fra queste due forme.2 Molti scrittori non la conoscono. Molti critici l’hanno formulata in termini più vaghi. Un romanziere srotola una trama, lo scrittore di racconti, come un mitografo, la condensa. Al racconto, come alla poesia, si arriva con le idee chiare, mentre molti romanzieri affermano di aver iniziato a scrivere senza sapere dove la scrittura li stesse portando. Il breve spazio impone al racconto una precisione da poeti. Il racconto è epica e lirica, è forma prima che narrazione. Kiš pensava in termini poetici. Eccelse nel racconto, e portò nel romanzo la concentrazione del racconto. Sia come romanziere che come scrittore di racconti predilesse le biografia. Tutti i suoi scritti sono vite altrui ricostruite nella loro interezza. Nei romanzi, andò in cerca della vita di suo padre. Nei racconti, indagò sia temi universali che i traumi della storia recente. Il romanzo fu il suo versante lirico, il racconto quello epico.

Kiš si sottrasse a qualsiasi “impegno” -tra Orwell e Nabokov bisogna scegliere Nabokov, diceva- eppure ebbe chiarissimo quel che accadeva nel suo tempo, e lo rappresentò con più forza degli scrittori “impegnati”. Non si chiamava fuori da nulla, ma rifiutava di ridurre l’uomo alla sola dimensione politica. Preferiva la dimensione poetica, onnicomprensiva. La corda dell’umano doveva risuonare per lui in tutti gli armonici. Questo scrittore “disimpegnato” aborriva l’art pour l’art e non dimenticava che la letteratura, senza la funzione umana della letteratura, non è nulla.

Allo stesso tempo, rifuggiva dall’idea che la letteratura potesse contenere delle verità. La verità del mondo è meglio cercarla nei saggi, diceva. La verità che racconto io è quella delle tracce lasciate dagli uomini sul loro cammino distruttivo. La Storia ci racconta che morirono sei milioni di ebrei: io posso raccontare alcuni di quegli ebrei: i loro gesti, i loro vestiti, il modo in cui sono stati spazzati via dagli occhi di un bambino… La Storia è astratta, la poesia è concreta; la poesia non parla di grandi numeri, ma di vicende piccole. Eppure, diceva, se parlo a Parigi con un intellettuale comunista, non lo impressiono con la forza dei numeri, ma con le storie delle vittime delle carneficine, pensava Kiš, spiegava fumando freneticamente sigarette e immergendo lo sguardo nella loro nebbia. Non guardava mai negli occhi l’interlocutore. Ripararsi dietro la cortina del fumo era un modo per guardare meglio i propri pensieri, per metterli più a fuoco e far emergere particolari eccezionali, che poi andavano a vivificare il suo pensiero e la sua letteratura. Ha scritto di lui Milan Kundera: “Di fronte all’universo della politica, Danilo rimase sempre ostinatamente, violentemente un poeta. Per questo ha saputo cogliere, all’interno del dramma storico che lo ossessionava, ciò che vi era di più doloroso: i destini immersi fin dall’inizio nell’oblio; la tristezza delle tragedie silenziose; l’amore angosciante per le persone senza nome e senza tomba. Penso al personaggio più intenso dei suoi romanzi, quel padre che, dopo un rastrellamento nazista, non morì, ma scomparve, come teneva a precisare lo scrittore. L’uomo al quale Danilo era affezionato come a nessun altro e che aveva perduto da bambino, conservando di lui solo qualche ricordo, appena comprensibile. Cinquant’anni dopo gli orrori della Storia (nazismo, stalinismo), sento parlare dappertutto del dovere morale di non dimenticare. Ma di quale memoria stiamo parlando? Di quella degli avvocati e dei giudici? Di quella che trasforma la storiografia in “criminografia”? O di quell’altra memoria che conserva l’essenza umana del passato? La memoria dell’arte, dei romanzi, della poesia? Povera umanità che vuole rendere Eichmann immortale ed è pronta a dimenticare Danilo Kiš”.

1 Tutte le citazioni, salvo diversa indicazione, sono tratte da Danilo Kiš, Homo poeticus, traduzione di Dunja Badnjevic, Adelphi, 2009

2 Julio Cortázar, Carta carbone. Lettere ad amici scrittori, SUR, 2013

Informazioni su Giorgio Galli

Giorgio Galli è nato a Pescara nel 1980 e si è laureato in Scienze della Comunicazione a Siena. Vive a Roma dove per due anni ha gestito una libreria indipendente. Ha pubblicato "La parte muta del canto" (Joker, 2016), "Le morti felici" (Il Canneto, 2018) e la raccolta di poesie "Canzonacce" (Delta3, 2021). Suoi interventi sono apparsi su blog e riviste. Suo è anche il blog di fotografia "Risguardi" (https://risguardigalli.wordpress.com/)

5 commenti su “Homo poeticus

  1. francescotomada
    20/12/2017

    Lo scrivo anche: mi piace. Un bellissimo contributo e uno stimolo a imparare di più.

    Francesco

    Piace a 4 people

  2. angela palmitesta
    23/12/2017

    Un’ingiustizia che subisce l’homo urbanus durante il difficile percorso di sopravvivenza dentro la terribilmente fisica dimensione cittadina, è quella di rinunciare per sempre a coltivare un orto. Questa pratica salvifica, la coltivazione di un orto, non può essere negata all’homo poeticus, il quale ha la capacità e la forza, mescolate alla disciplina e al rigore, di far crescere il proprio orto in qualsiasi città, anche la più ferocemente venefica.
    E grazie all’Orto che curiamo con tanta fatica e sudore, ci nutriamo. Grazie

    Piace a 1 persona

  3. eugeniolucrezi
    23/12/2017

    Kis lo lessi nel ’90, ai tempi di Clessidra. Ripescato il libro in uno scaffale alto della biblioteca, leggo, accanto alla firma e alla data di fine lettura, sulla prima pagina bianca,questa notazione: . Tra le pagine, ancora di un bel color avorio, spuntano le pagine ormai giallo-brune di due articoli sul libro: Tommaso Di francesco sulla talpalibri del manifesto del 13 luglio 1990, venerdì; Giorgio pressburger su mercurio della repubblica, il 15 settembre dello stesso anno.
    (tali notazioni certamente compaiono nelle pagine a me dedicate dell’Enciclopedia dei morti, racconto di Danilo Kis che certamente mi comprende) (chi volesse sapere perché, si vada a leggere il libro, e l’eponimo racconto)

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  4. eugeniolucrezi
    23/12/2017

    Essendo saltate, per mia imperizia, alcune frasi, ripeto il commento:
    Kis lo lessi nel ’90, ai tempi di Clessidra. Ripescato il libro in uno scaffale alto della biblioteca, leggo, accanto alla mia firma e alla data di fine lettura, sulla prima pagina bianca,questa notazione: Danilo Kis, il più grande. Tra le pagine, ancora di un bel color avorio, spuntano le pagine ormai giallo-brune di due articoli sul libro, da me allora ritagliati e conservati, appunto, all’interno del loro oggetto: quello di Tommaso Di Francesco sulla talpa libri del manifesto di venerdì 13 luglio 1990; quello di Giorgio Pressburger su mercurio della repubblica del 15 settembre dello stesso anno.
    (tali notazioni compaiono indubbiamente nelle pagine a me dedicate dell’Enciclopedia dei morti, racconto di Danilo Kis che non può non comprendermi) (chi volesse sapere perché ho tale certezza, si vada a leggere il libro, e l’eponimo racconto)

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  5. Giorgio Galli
    27/03/2019

    L’ha ribloggato su La lanterna del pescatore.

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Questa voce è stata pubblicata il 20/12/2017 da in scrittori con tag , , , , , , , .
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