perìgeion

un atto di poesia

Wunderkammer 9: anticipazione da “Postille” di Gianluca D’Andrea

 

 

postille_dandrea

 

Avevo avuto occasione di dire più di una volta a Gianluca D’Andrea, dopo averle lette pubblicate “in rete”, che mi auguravo che le sue Postille vedessero la luce in volume: eccole finalmente in forma di libro per i tipi dell’Arcolaio.
Le Postille sono un’opera polimorfa: si discostano dalla recensione perché costituiscono una raccolta di singoli testi di poeti contemporanei di diversa provenienza geografica, ma non sono affatto un’antologia o un qualche repertorio di testi esemplari – le postille sono, invece, un personale itinerario di studio, di meditazione e di approfondimento, la condivisione con i lettori di una ricerca su scritture magistrali capaci d’irradiare senso di per sé e, anche, grazie allo sguardo di chi, con profondissimo rispetto e ammirazione, vede in ognuna di queste scritture il riverberarsi su di esse di altre scritture, esperienze e ricerche; ne traspare così un ordinato e rigoroso scartafaccio che sa essere sia una proposta di lettura che uno spiraglio per meglio capire la scrittura stessa di Gianluca; mi si perdoni l’apparente ossimoro (“ordinato e rigoroso scartafaccio”), ma l’impressione forte che mi è rimasta attraversando il volume è proprio quella di un rigore di studio che non viene contraddetto da quella che immagino essere solo la prima parte di una collazione di testi da postillare, un’opera quindi in fieri, un necessario impegno quotidiano. E sono felice di riscontrare nell’opera del Gianluca critico e studioso il recupero di un’attività umile (ma in senso nobile) e antica, quella del monaco postillatore il quale, con sensibilità e sapienza, pazienza e dedizione, si metteva al servizio del testo – ché qui siamo di fronte proprio a un mettersi al servizio del testo poetico al fine di farne emergere valenze e connessioni, creando anche quello che ognuno di noi fa senza rendersene conto: una personale biblioteca di testi e di poeti, cangiante a seconda dei momenti di vita attraversati.

Ho scelto una Postilla da ognuna delle tre parti che compongono il libro: Wallace Stevens perché autore particolarmente caro a Gianluca, Gianluigi Bacchini perché poeta da me molto  amato, Antonio Delfini in quanto merita di essere conosciuto meglio anche come poeta e non solo come narratore – ma molte altre Postille mi sarebbe piaciuto riportare qui (ce n’è una su Simic, una su Rosselli, un’altra su Salvatore Toma…) E segnalo la bellissima prefazione di Fabio Pusterla. (A. D.)

 

da Postille ai tempi:

 

WALLACE STEVENS: DUE POESIE DA OPUS POSTUMUM
(Mondadori, 2015)
(01/08/2015)

July mountain

We live in a constellation
Of patches and of pitches,
Not in a single world,
In things said well in music,
On the piano, and in speech,
As in a page of poetry –
Thinkers without final thoughts
In an always incipient cosmos,
The way, when we climb a mountain,
Vermont throws itself together.

*

Montagna a luglio

Viviamo in una costellazione
di chiazze e schizzi,
non in un mondo unico,
in cose dette bene in musica,
al pianoforte e con parole,
come in una pagina di poesia: 33
pensatori senza pensieri conclusivi
in un cosmo sempre incipiente,
così come, quando scaliamo un monte,
il Vermont si combina d’improvviso.

(Traduzione di Massimo Bacigalupo)

POSTILLA:
Testo profondamente ricettivo, che dice molto del nostro tempo e dell’assoluto. La percezione non definibile dei primi due versi apre il quadro a una «costellazione» tutta da venire – è il sempre della prima scoperta di «un mondo» non «unico» ma sempre in propulsione verso possibilità molteplici (del dire? del pensiero? dell’arte? dell’espressione del soggetto, certo non conclusiva ma compartecipe nella sua costruzione). Solo così il «cosmo» è «sempre incipiente», riattivabile nel tentativo ravvisato che ricompone e cristallizza per un attimo il panorama (cioè il senso del quadro): «Vermont throw itself together».

A mythology reflects its region…

A mythology reflects its region. Here
In Connecticut, we never lived in a time
When mythology was possible – But if we had – 34
That raises the question of the image’s truth.
The image must be of the nature of its creator.
It is the nature of its creator increased,
Heightened. It is he, anew, in a freshened youth
And it is he in the substance of his region,
Wood of his forests and stone out of his fields
Or from under his mountains.

*

Una mitologia riflette la sua regione…

Una mitologia riflette la sua regione. Qui
in Connecticut, non abbiamo mai vissuto in un tempo
in cui la mitologia era possibile: ma se così fosse stato…
Da ciò la questione della verità dell’immagine.
L’immagine deve essere della natura del suo creatore.
È la natura del suo creatore accresciuta,
esaltata. È lui, fatto nuovo, in una gioventù fresca
ed è lui nella sostanza della sua regione,
legno delle sue foreste e pietra dei suoi campi
o di sotto i suoi monti.

(Traduzione di Massimo Bacigalupo)

POSTILLA:
Il Connecticut, metonimia del mondo (lo spazio raccolto di Stevens – i suoi luoghi intimi o abitudinari – non differisce dalla dimensione cosmica da cui ogni emergenza reale può essere attinta). Fabula mitologica come ipotesi possibile del– l’accadere in un quadro di piena percezione. Solo «la natura del suo creatore» rende accessibile «l’immagine», come in un potenziamento della stessa nella disposizione del soggetto al reale.
La poesia esalta la natura e rigenera il soggetto (“La poesia è un mezzo di redenzione”, recita uno degli adagi di Stevens in conclusione al Meridiano pubblicato nel 2015), il «fatto nuovo» capace di dare parola alla «sostanza della sua regione», narrando da “dentro” le “parti” del suo mondo.
La nuova mitologia che cresce dal mondo, «from under his mountains», cui il soggetto stesso appartiene – di cui si sente parte intima, potendo, una volta rigenerato, ricostruirne la “fabula”, il mito, appunto.

 

da Postille ai luoghi:

 

PIER LUIGI BACCHINI: UNA POESIA DA CANTI TERRITORIALI (Mondadori, 2009)
(28/11/2015)

Il cinghiale

Ficcato, il suo grifo villoso, contro il muro
tra le bottiglie. Trofeo di caccia
sull’Appennino. Tra etichette di vigneti scelti,
– e i rovi. Con i canini arcuati,
l’occhio obliquo. Una regalità selvaggia. E la polvere
si è depositata, adagio, su quei vetri
di vini tabaccosi. Appeso. Morsicato dai cani. Fulminato
dalle doppiette.

——————————–Ma nel suo occhio fisso
vi sono stati mondi.

—————————– Universi sprofondati. Diverse
fertilità, dimensioni. Ben prima di questa,
che ha le primordiali ascendenze nel mare,
e lo sguardo viscido dei padri.

———————————– Nell’occhio cosmico del mostro
la furia polverosa, il maligno
col grugnito nel brago
che grufola nell’uomo.

POSTILLA:
Il luogo dell’estinzione è il corpo. Un cadavere mutilato ed esposto. Da quest’immagine “villosa”, chiaro riferimento venatorio, si dipana un percorso di conoscenza e riflessione sul male, sulla devastazione. Pietas quasi nulla ma accensioni brusche di una consapevolezza che si muove per salti. Dal primo quadro descrittivo (prima strofa) che permette un orientamento spaziale, veniamo “sparati fulmineamente” dentro l’occhio morto, il quale riflette un universo un tempo vitale. Anzi, l’Universo “sprofondato nelle possibili dimensioni”. Ecco che “l’occhio cosmico” di quello che non è solo un animale, bensì un monstrum, il prodigio, l’innaturale di un contrasto, è rimando alla bestialità che è sempre stata dell’uomo. Dall’atmosfera visiva iniziale si passa alla visione sonora che preannuncia, o meglio sottolinea, la trasfigurazione (per questo si noti il “grappolo” onomatopeico che rimbomba negli ultimi versi).

 

da Postille ai modi:

 

ANTONIO DELFINI: UNA POESIA DA DOPO LA FINE DEL MONDO
(Einaudi, 2013)
(27/04/2016)

Ancora non ci credo

Ancora non ci credo, è un’ombra
la realtà che travolse la famiglia il nome il ricordo.
La realtà non esiste – non esiste il borghese
è passato un tempo più lungo di un mese.
Io non sono un poeta – non voglio star solo.
E la realtà – la velata menzognera realtà – è sola con me.

Roma, 11 novembre 1959.

POSTILLA:
Il modo dell’inesistenza è un tributo alle capacità di resistenza del mondo. Se tutto sta per finire è perché già – da sempre – «la realtà non esiste». È il gioco ironico del tempo senza tempo attraverso riferimenti banali («è passato un tempo più lungo di un mese») a rinforzare la relazione che si finge distante, di una distanza alla seconda potenza, e annuncia nella disillusione una speranza: «… la realtà […] è sola con me». I modi di Delfini giocano a nascondere il vero dilemma della parola che tenta di ristabilire un contatto col reale proiettando su quest’ultimo l’ombra del segno. In questo scherzo ambivalente il sintomo proiettivo (l’ombra/parola) s’istalla sul reale “travolgendo” i segnali dell’appartenenza («la famiglia il nome il ricordo», l’identità “borghese”) e “stravolgendo, così, la percezione del reale, annullandolo nella sua inesistenza. Al termine di questo lavoro “decostrut-tivo” è necessario che l’identità si ritrovi nella sua scomparsa (la “nuova identità” è nella solitudine che si accompagna al mondo, nell’immersione in esso, nell’indistinzione tra i due termini). La fase costruttiva della relazione è nella confusione dei ruoli, per questo il mondo continua a esistere nella sua inesistenza.

 

Gianluca D’Andrea, Postille (tempi, luoghi e modi del contatto), L’Arcolaio, Forlimpopoli, 2017

 

 

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Un commento su “Wunderkammer 9: anticipazione da “Postille” di Gianluca D’Andrea

  1. Gianluca D'Andrea
    24/12/2017

    L’ha ribloggato su Gianluca D'Andrea.

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