perìgeion

un atto di poesia

La fantastica involuzione

perígeion.001

di Cupido cupid

Se si scegliessero a caso cento poeti italiani contemporanei e si intimasse loro con una pistola alla tempia di scrivere un sonetto, esploderebbero diverse teste. Se al posto di un sonetto si trattasse di un mottetto o di un dispetto, esploderebbero quasi tutte, tranne ovviamente quella di Bernardo Pacini. La drammatica evoluzione (Oèdipus 2015) è scritto tutto in metrica, e non solo nei soliti endecasillabi: doppi settenari giambici a rime incrociate à la Gozzano, ottonari trocaici, ecc. Pacini conosce il mestiere e non se ne vergogna. Se la rima non è sempre perfetta, gliene siamo comunque grati: chi mai aveva fatto rimare “de visu” con “antivirus”? E “abilità” con “Lickitùng” (che immagino vada pronunciato all’inglese, Lickitàng)? Chi diavolo è Lickitùng? e Articuno? e Diglett? Sono Pokémon, “Pocket monsters”, «i noti mostriciattoli dei cartoni animati e videogiochi giapponesi», come precisa l’autore nella nota introduttiva, che si intitola a sua volta “Pokédex” (enciclopedia dei Pokémon, mi insegnano). Urca.

Il volumetto non è propriamente fresco di stampa, e la colpa è anche del vostro recensore bradipodide, ma è uno di quei libri per il quale una seconda edizione sarebbe d’uopo, visto quant’è diverso da tutti gli altri e perciò meno facilmente sostituibile. L’operazione del Pacini poeta è chiara: immergere nell’acqua della tradizione il carburo di un tema assolutamente inedito, e godersi lo scoppio. (Più sottile è l’operazione del Pacini uomo. Ma lo vedremo.) Il testo si articola in quattro sezioni: Dieci epigrammi di Drowzee, divoratore di sogniCinque dispetti rancorosi di SlowbroDieci limerick drammatici dell’evoluzioneCinque mottetti nostalgici di Jigglypuff. Il tema apparente è lo stesso dall’inizio alla fine: l’evoluzione (termine tecnico) dei mostriciattoli dalla loro forma originaria a una nuova forma non meno mostruosa. Haunter, Pokémon fantasma, diventa un ghost writer. Golem, una specie di pallone da calcio di pietra con braccia e gambe, diventa una palla demolitrice. E così via. Ash Ketchum, il loro allenatore, diventa un commesso al Burger King. Non sono ovviamente le evoluzioni codificate dal canone della serie tv, ma quelle che Pacini immagina a distanza di anni, dopo aver scollinato oltre il crinale dell’adolescenza, con quello che pare a tutti gli effetti un distacco ironico. (Pare). Dovrei chiamarle piuttosto “involuzioni”?

Il punto di vista è mobile; di volta in volta le vicende dei Pokémon ci sono presentate attraverso gli occhi di un altro Pokémon – ad esempio Slowbro, una specie di ornitorinco con le orecchie da Teddy Bear e un paguro abbarbicato alla coda, che a dispetto dell’apparenza coccolosa dev’essere una testa di cazzo visto che ha sempre qualcosa da ridire su chiunque («Se c’è qualcosa che Slowbro detesta», «Se c’è qualcosa che Slowbro disdegna», «Se c’è qualcosa che Slowbro condanna», «non stima», «disprezza») – ma si tratta sempre di una finzione, una maschera: crescendo, evolvendo (o involvendo) tutti i Pokémon sembrano sempre di più a Pacini, anzi, diventano Pacini. (La conferma: Jigglypuff che si lamenta del suo orecchio assoluto). Quello che poteva sembrare un divertissement compiaciuto – il semplice cozzo tra due mondi distanti, anime giapponesi e poesia, “mo’ ti faccio vedere quanto sono bravo a cavar versi dalle rape”; roba da ridere, insomma, purché si riesca a cogliere l’inside joke – diventa un’originalissima riflessione su sé stesso, mascherata dall’ironia. «La lettura di questo libro non richiede la conoscenza del mondo Pokémon» precisa l’autore. Leggasi: “Non sto parlando di Pokémon, ma di me stesso, e forse anche di voi”. L’ironia diventa meta-ironia, o ironia al quadrato se preferite.

Ecco perché ho fatto la distinzione fra il Pacini uomo e il Pacini poeta. Il gioco non è semplicemente parlare dei Pokémon con distacco (come deve fare il poeta), ma presentare questo stesso distacco con un certo distacco (operazione puramente umana, al di là della poesia). E così il discorso si avvolge su sé stesso: i mostriciattoli non sono più un pretesto, vanno presi sul serio. Sono loro il tema del libro, non la presunta critica del rimbambimento di una generazione cresciuta alla luce azzurrata degli schermi televisivi. Leggere il lavoro in un’ottica anti-consumistica, o peggio, da laudatores temporis acti, rimpiangendo le epoche in cui non esistevano assurdità come mostri da combattimento, significa falsarlo. Non che l’autore sia filo-consumista (perfino il correttore automatico mi segnala il termine), tutt’altro. Ma non si ferma lì, alla critica scontata. Pacini ama sinceramente i suoi Pokémon, come solo una persona nata negli anni Ottanta può amare il suo cartone preferito. I suoi limerick sono intrisi di malinconia sincera. Poeti padri e poeti nonni, che allora ci guardavate con diffidenza e timore e approvavate le censure del Moige e di Alessandra (“Vietato ai Minori”) Valeri Manera, non potete capire. I Pokémon sono più reali di voi. Non sono buoni o cattivi, sono la realtà con cui noi dobbiamo fare i conti; è su di essi, afferma Pacini, che noi dobbiamo costruire la nostra micromitologia, «tramite un processo di mimesis».

L’operazione è così radicale per la nostra poesia che l’autore sembra subito pentirsene: «In questo modo,» scrive, «ho voluto affrontare lo strappo tra la fine dell’infanzia e ciò che è venuto dopo. Così facendo, forse, me ne sono liberato». Il corsivo è mio, ed è fondamentale. Se c’è un limite nella drammatica evoluzione è in questo “forse” non del tutto chiarito. Le involuzioni dei suoi alter-ego alle volte ricadono nello stereotipo dei millennials come li vede la generazione precedente: emblematico il topos dell’impiego al fast-food come unico sbocco professionale, che però forse è sfruttato in senso ironico. Non lo so. Ma nel complesso l’impianto è solido, e lo sguardo infra-generazionale è convincente. La lingua di Pacini, col suo English e il suo Engrish, i toscanismi e i preziosismi, è un monstrum difforme nel panorama delle patrie lettere. Rischia di essere fraintesa. Ma la maestria con cui anche questa lingua percola nei metri tradizionali e li scombina dall’interno è godimento puro. Provare per credere.

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Jigglypuff (Atelier Blu Cammello, Bargellini-Sagona)

ASH KETCHUM

In testa ha un cappellino, lavora a Burger King:
          «Ma porco Nidoking, che merda di destino».
In radio, un motivetto: “You gotta catch ‘em all…”
          «Al tempo spopolò. Mi piacque, sì, lo ammetto.»
Mentre consegna un ketchup, ripensa ai tempi andati:
          ricordi un po’ ammassati, è necessario un check-up.

Quello che era passione, non era professione.
          Non era che un assaggio, un tiepido miraggio.

La strada era il Team Rocket, i soci criminali.
          Al bando gli ideali: violenza, spaccio e racket.
Che fare? È troppo tardi: la scelta è stata fatta.
          La vita pari e patta: seicento euro lordi.
«Ma poi, cos’è rimasto?» Ci pensa rabbuiato,
          contando il ricavato, scontrini e buoni pasto.

Un Pikachu bastardo, di paglia, sul parquet,
          due o tre sfere poké, lasciate sul biliardo.

PORYGON

Bit-bang programmazione: svegliarsi è essere online.
          Control-alt-canc: è facile castrare una sessione.

Porygon nella sfera o dentro un disco esterno,
          zippato lì ab aeterno. Nemmeno una bufera
che non sia digitale e messa in quarantena.

Soffrire è un’illusione, il desiderio è spam,
          non c’è abbastanza ram per la decriptazione.

Poi ecco l’intuizione: sfuggire all’antivirus
          esistere de visu e non in connessione.

Ebbrezza, libertà: decodificazione.
          Aggiorna Weltanschauung, il web è già d’antan.
Il vecchio cyberspazio lo chiama cyberstrazio.

(Ma dura poco Porygon, in questo nuovo stato:
     lo ha già riformattato un hacker sito in Oregon).

JYNX

Se c’è qualcosa che Slowbro detesta
è quella zingara algida e subdola.
Jynx è una racchia ma fa la cubista
molti Machamp hanno avuto la fregola.
Si sa, da giovane ha tanto aspettato
principi azzurri con Ponyta alato.
Slowbro conferma che Jynx fu scartata
ad un colloquio per fare la tata.

ABRA

Non ha memoria di quand’era un Abra
non lo ricorda quel bacio, le labbra.
Poteva rimanere,
capire un po’ l’amore.
Ma ci fu un lampo, l’oblio: Kadabra.

DIGLETT

La catàbasi, l’affondo
le sue doti naturali.
Un legame assai profondo
familiare con l’abisso.

All’attacco del nemico
lui oppone la sua mossa:
resistendo, combattendo
Diglett scava la sua fossa.

Bernardo Pacini, La drammatica evoluzione (Oèdipus 2015)

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Un commento su “La fantastica involuzione

  1. iole
    02/01/2018

    Eh sì, un musico rocchettaro che fa poesia sgommamdo.

    E bravo anche Cupido.

    Liked by 1 persona

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