perìgeion

un atto di poesia

La carota viola, di Massimiliano Damaggio

carota

 

di Massimiliano Damaggio

 

Transitiamo nella zona industriale

su questa terra defunta riposano

nomi di cose in disuso

gonfi di piogge oblique fioriscono

gli uomini dismessi […]

 

Tempo fa mandai alcuni miei testi a una rivista digitale. Ovviamente pensavo che non avrebbero mai risposto. Quando si tratta di catechizzare, tuttavia, le risposte non si fanno attendere. Ora non ricordo esattamente i termini del discorso del corrispondente, educatissimo, ma in sostanza non gli piacque soprattutto l’aggettivo “obliquo” presente in una mia poesia e riferito alla pioggia (cosa non granché nuova). Sosteneva che fosse superfluo, ridondante, eccessivo. Inutile. E che la poesia scorresse meglio senza tali obliquità.

Molte volte ci domandiamo cosa sia una creazione artistica e in cosa differisca dagli altri segni del mondo reale, o che viviamo, che non sono esattamente la stessa cosa. Che la rappresenti oppure no, un segno artistico non può essere costituito della stessa materia della “realtà”. Altrimenti sarebbe una mera riproduzione. Una riproduzione di qualcosa, cioè una copia, non è arte. L’arte crea, mette al mondo qualcosa che non c’era.

Nel mio caso, che è puro pretesto, l’aggettivo serviva a rinforzare la trasfigurazione d’una semplice pioggia e aprire così la strada per un mondo altro, a noi parallelo ma non il nostro mondo, soggettivo perché se stesso e quindi unico: un nuovo oggetto/idea/possibilità al mondo. Leggere una poesia non è una questione di gusti, di piacere o non piacere, ma di essere aperti verso forme e meccanismi altri. Il mio interlocutore, installato nelle sue proprie norme, questo non è stato in grado o non ha voluto farlo.

Chi scrive poesia è continuamente alla ricerca dei multiversi del linguaggio. Chi vuole che il linguaggio risponda a una norma “comportamentale” qualsiasi, non vuole scrivere poesie. Chi crea norme, e quindi legifera, non vuole essere (a volte, se siamo in vena) un poeta. Il linguaggio non è una convenzione, e fortunatamente non esistono leggi che possano limitarne le libertà. In caso contrario, ci troveremmo di fronte a una limitazione, e questa limitazione non avrebbe solo un carattere squisitamente “letterario” ma, soprattutto, politico. Se “il mondo è bello perché è vario”, allora dobbiamo accettare il fatto che esistano entità (mondi, esseri viventi, persone, e quindi idee) che non rispecchiano, né minimamente s’avvicinano, al nostro modo di pensare, e quindi d’intendere la vita e i suoi accessori. Di fatto, è il contrario.

Da qualche tempo penso a quanto mi disse un amico circa la poesia che si va facendo oggi in Italia: è una buona poesia. Dopo molto aver letto e riflettuto, ho concluso che non è proprio così. Non per una questione di gusto personale ma perché, oggettivamente, nella maggioranza dei casi sembra non esserci differenza fra un modo di scrivere e l’altro: tutto è simile. Le motivazioni sono sicuramente varie ma credo che, fra tutte, si debba seriamente considerare anche la Sindrome del pallone.

È inconcepibile che un ragazzino, in Italia, non ami il gioco del pallone e non voglia praticarlo. Quand’ero bambino, non volevo giocare a pallone: oggi come allora non mi piaceva perché oltremodo ripetitivo (gusti, inclinazioni). Ma arrivava, sempre, il momento in cui il gruppo voleva giocare a pallone e io ne tiravo fuori. Un poco alla volta, questa auto-esclusione divenne, per gli altri, sintomo di incapacità. Restavo fuori dal gruppo perché incapace di giocare a pallone. A quell’età, per lo meno allora, se non sapevi giocare a pallone non valevi niente. Era subentrato un giudizio fisico/intellettuale/morale negativo. L’auto-esclusione era diventata esclusione decisa dagli altri.

Il gioco del pallone ha regole sue inderogabili e fondanti un pensiero che non si limita al gioco ma include l’appartenenza a un gruppo sociale che questo gioco pratica, a una “normalità”, cioè a quello che è da tutti riconosciuto come “legge” e cui ci si deve attenere. Da qui, se la visione della poesia che ne hanno alcuni dei suoi amministratori dice che la pratica poetica oggi dev’essere, ad esempio, ecumenica e, sul piano del linguaggio, normalizzata, i condòmini della poesia seguiranno queste indicazioni, soprattutto perché manca un terzo parere, e cioè quello di un pubblico vero e proprio.

La poesia, oggi, in Italia è ecumenica, piatta, confessionale, e nel suo confessarsi quotidiano e “semplice” (parola chiave) vorrebbe trasferire contenuti che, in questo momento storico, in un paese tranquillo, pasciuto e vuoto come l’Italia, non esistono, e quindi si può cadere facilmente nell’auto-referenzialità. Parlo della forma. Aldilà dell’utilizzo delle parole come “veicoli”, non si vede molto altro. La non-forma al servizio del contenuto che non c’è. Manca una poesia di sperimentazione, soprattutto.

Ricordo qualcuno che mi parlava con disprezzo delle “avanguardie”, senza specificare quali e di quando, che avevano distrutto la poesia italiana. Tolto il Futurismo e il Gruppo ’63, l’Italia non è mai stata un paese di avanguardie. È un paese di balene bianche dove le balene si sono estinte e però esistono (questa è vera poesia). E lo si vede bene oggi, dove i passi fatti hanno riportato indietro a tempo indeterminato la scrittura.

Indietro o avanti sono comunque parole che qui non hanno senso. La poesia non risente di movimenti temporali. Non si evolve, se con questo termine intendiamo una modificazione di qualche genere che si produce in concomitanza con il passare del tempo. Il tempo, e i fatti, in poesia, non hanno alcun tipo di valore. Allora direi che “indietro” significa il mai avvenuto allontanamento da ciò che è consolidato, codificato e accettato. Insomma, un mero esercizio di potere.

È curioso notare come l’unica vera avanguardia che abbiamo avuto, il Futurismo, abbia dato i suoi frutti più saporiti proprio fuori dell’Italia. O meglio, abbia avviato alla maturazione tali frutti che, poi, hanno avuto un sapore ben più ricco che non da noi. Non ricordo chi disse che Marinetti fu semplicemente un idiota. Eppure da quel gruppo capeggiato da un idiota, almeno per quanto riguarda le arti figurative, ci sono rimasti Carrà, Balla, De Pero, ad esempio. E se andiamo a pensare cosa il futurismo abbia dato il via in Russia c’è da sbiancare: Majakovskij, Chlebnikov, Eisenstein, El Lissitzkij, Rodcenko eccetera. O se guardiamo il Brasile con tutto il Modernismo e Mario e Oswald de Andrade, Tarsila do Amaral, Villa Lobos, fino ad arrivare a Drummond. Solo in Italia, il Futurismo, che comunque ha avuto la genialità di Palazzeschi (a mio parere fra i maggiori poeti italiani di sempre), non ha dato granché. Perché? Perché Marinetti in fondo in fondo era un italianissimo e aldilà del furore iniziale non ha saputo, in poesia, creare un nuovo sistema di segni autonomo, che potesse vivere da sé: un nuovo mondo/oggetto. E perché l’Italia, insomma, è il paese della mamma che lascia giocare i bambini fino alle sette e poi li richiama urlando per il brodino.

Ripenso dunque a chi mi parlava male delle avanguardie e confronto quei periodi con il momento attuale.

Per inclinazione personale, preferisco il carnevale di Rio al funerale di Venezia. Siamo in Italia. C’è Venezia.

Mi pare che invece siano sempre fiorite le retroguardie, a guardia delle retrovie. che per l’Italia sono in realtà sempre state le prima linea. Nelle retrovie si sta bene perché si può guardare cosa fanno quelli avanti, fare di sì con la testa, e poi tornare in pace alle abitudini consolidate, “normate”, codificate e, infine, amate.

Più che il discorso artistico, tuttavia, me ne interessa un altro, di cui il comportamento artistico s’è permeato: il rifiuto, tutto politico, di accogliere e generare differenze. Non accettare un diverso modo di scrivere, intendere e vivere la scrittura (e quindi la vita), per tenere fede ai propri, istituzionalizzati, canoni estetici (addirittura), mi sembra indicativo d’un mo(n)do d’essere che non accetta, in nessun modo, alcunché al di fuori di se stesso.

Comportarsi, esprimersi, essere in un altro modo può “anche” non essere un gesto di ribellione ma, semplicemente, un diverso modo di stare e porsi davanti al mondo: una ribellione implicita, che viene normalizzata. In tutto questo, c’è un profondo disprezzo non tanto per l’arte, ma per la vita.

Spetterebbe invece all’arte, sempre, il compito di essere ribelle (alla politica no, è geneticamente avversa alla ribellione). L’arte è un gesto contro per il solo fatto che può utilizzare un linguaggio diverso, e quindi contrapporsi, con il sorgere di idee di mondi possibili, a ciò che è legislato.

Il fatto, però, che esista un codice tacito di come sia bene scrivere, elimina questa possibilità: impedisce alle singole creatività/vite d’esprimersi come viene loro naturale, le castra. La “non-forma” impedisce lo sviluppo di eventuali “forme” altre. In natura, un tale controsenso non esiste.

Oggi, la poesia in Italia è un orto dove la stragrande maggioranza di editori e riviste coltiva solo carote (la cosiddetta “linea editoriale”: una norma). Buone, ma esistono anche anche altri ortaggi. Tutto sta a sviluppare le facoltà spirituali per poter non dico dover apprezzare, poiché nessuno è obbligato, ma dover accettare l’esistenza della carota viola e il suo diritto di starsene di fianco a quella arancione, alla pari, come espressioni di mondi diversi, e permetterlo.

Parlo di facoltà spirituali perché il discorso non è letterario ma politico. Senza un adeguato sviluppo interiore (morale? filosofico? religioso?), non è possibile alcun genere di convivenza. Almeno per quanto riguarda gli esseri umani. Tutto il resto ha un suo equilibrio e riserva anche delle sorprese. Come, ad esempio, il fatto che una volta le carote erano viola e poi, a causa d’una mutazione genetica, alcune divennero arancioni. Questo colore fu trovato più gradevole e da allora è stata coltivata solo questa varietà. Ma la carota viola continua ad esistere, in un mondo altro, che diviene così la sua stessa esistenza.

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5 commenti su “La carota viola, di Massimiliano Damaggio

  1. Antonio Devicienti
    05/01/2018

    Grazie, Massimiliano, riconosco in pieno il tuo modo diretto di pensare (in te poesia e esistenza coincidono DAVVERO).
    E tu sai già che riceverai consensi, qui o su facebook o altrove, molti si dichiareranno d’accordo e quegli stessi che si saranno dichiarati d’accordo continueranno, ipocriti più o meno consapevoli, a essere carote arancioni, ubbidienti soldatini di un modo di fare poesia innocuo e di mortale noia, specchio di un Paese immobile che ama il suo immobilismo (hai ragione anche in questo).

    Liked by 4 people

  2. viomarelli
    08/01/2018

    si va avanti massimiliano, lasciali stare negli orticelli accademici e non, tanto non sanno quel che fanno, abbracccio

    Liked by 2 people

  3. Marilena
    10/01/2018

    Due sere fa a casa mia la pioggia era obliqua, ha sferzato muri, finestre, ha allagato il terrazzo, si è fatta sentire forte e chiara, vuoi mettere con la noia di una pioggerellina mite ed arrendevole?

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  4. ninoiacovella
    11/01/2018

    Senza un vero e proprio pubblico della poesia la poesia muore proprio di queste cose. Di cose piccole. Di piccoli poeti.

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  5. christiantito
    12/01/2018

    Ciao Max. Forza Max.

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Questa voce è stata pubblicata il 05/01/2018 da in ospiti, poesia italiana con tag , .
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