perìgeion

un atto di poesia

Giorgio Mascitelli, Notturno buffo

di Giusi Drago

Leggendo i racconti di Mascitelli si ride, si sorride e si sghignazza. Almeno in prima istanza. Ma la comicità che pervade le pagine di Notturno Buffo è ambivalente, avanguardistica, e impegnata a definire meglio la realtà. E il reale per lo più non è gradevole e carezzevole, ha un suo fondo tragico; coerentemente a ciò il comico mascitelliano è un filtro di straniamento che l’autore – non essendo interessato a una narrativa mimetico-descrittiva – decide di applicare ai diversi aspetti della realtà. Credo che la scrittura di Giorgio Mascitelli erediti la cultura alta – da Boccaccio a Manzoni a Gadda – per parlare di temi bassi, di quotidianità, tic, cedimenti o minuzie, che tuttavia ben presto non si rivelano affatto secondari perché dalle nostre banalità quotidiane si sprigionano dinamiche veritative di ben maggior peso. Tutti i personaggi dei racconti – con le loro strampalate visioni del mondo, le manie, i loro buffi terrori notturni o diurni – non possono pertanto essere totalmente ascritti al registro comico, da commedia, perché da subito rivelano un volto dolente e tragico; del resto, se lo scrittore persegue effetti di abbassamento comico è perché il paesaggio morale e psicologico da lui descritto è connesso alle esperienze di questi nostri anni, che altro non sono se non tragicomiche. Insomma, cifra della narrativa mascitelliana è la capacità di individuare aspetti della vita che sembrano tanto comuni quanto inessenziali e farne un’allegoria della nostra condizione umana: ad esempio l’insonnia che tormenta il protagonista del primo racconto, Dalle memorie di un insonne, o il piccolo atto di viltà che pesa sulla coscienza del gelataio di Un cuore al gelo. Si tratta di particolari che forse non desterebbero la nostra attenzione, ma Mascitelli riesce a metterli a fuoco in modo da sottolineare tutta la portata illusoria e il peso dei conformismi, talvolta involontari, che questo tempo ci impone. E lo fa anche linguisticamente, adottando un linguaggio ora aulico ora iperspecialistico ora “espressionista e farcito di ogni stereotipo”, per usare le parole di Giovanni Palmieri, attento critico di tutta l’opera di Mascitelli nella quale ravvisa “una parodia del sistema sociale che viene criticato attraverso le maschere linguistiche”. Fino a quando, improvvisamente, attraverso una riflessione o una sentenza o un intero personaggio, nel testo si apre lo squarcio che impedisce la continuazione di questo accecamento, di questo incantesimo: lo squarcio illumina la situazione.

Prendiamo un racconto come Un happy hour – un breve testo di quattro pagine – nel quale la catastrofe, l’incidente che muove il plot è la porta di un bagno che non si apre. L’io narrante, una sorta di interior designer che immagina un brillante avvenire, è impegnato in un happy hour milanese “dall’interfaccia amichevole” con un partner d’affari, Gaston Monteron. E  tutto sembra procedere come da copione – “La sua Lei ordinò un cocktail dal colore rubino opalescente, dal cui bicchiere spuntavano alcuni alberelli e ombrellini; la mia ebbe un liquido giallo girasoli di Klein con riflessi ocra e fette di agrumi tropicali dentro il bicchiere; Lui, cioè Gaston Monteron, prese un liquore terra di Siena con molto ghiaccio però; il mio presentava un colore magenta chimico con sfumature smeraldine da caletta sarda al tramonto” – finché il nostro è indotto, da improrogabili esigenze della vescica, a recarsi alla toaletta, luogo da cui poi non riesce più ad uscire.

Seguono momenti di apprensione e di impotenza in cui – appurato che la sua ragazza non lo soccorrerà per ragioni di imbarazzo e opportunità sociale – si trova a dover “scegliere se chiamare aiuto in maniera plateale esponendomi al ridicolo di divulgare che non sapevo più aprire una porta che io avevo ben chiuso oppure di lasciar sfiorire il tempo dell’happy hour, magari offendendo l’illustre commensale, cioè Gaston Monteron, ma mantenendo inviolata la mia dignità nel mondo dei serramenti. […] Poi compresi con un’illuminazione istantanea che se ero chiuso in un cesso senza sfoghi, mentre cominciavo ad avvertire distintamente l’odore degli escrementi trascorsi da quello scarico, questa era un’allegoria. E non era un’allegoria amichevole”. Ecco come una lama di consapevolezza critica si insinua per un istante nell’animo del personaggio e sta per lasciare il suo segno, se non che viene subito rimossa e cacciata via. Non appena l’imprigionato nel bagno e nella “brutta allegoria” riesce a liberarsi, ogni cosa torna al suo aspetto scintillante e amichevole, grazie alla rimozione della verità: “Rientrai nel salone e subito una folata di sollievo mi accolse. Mi sedetti accanto alla mia Lei che rideva e scherzava dolcemente nel clima amichevole che si era ormai instaurato. Mai come allora mi immersi in lei, mai come allora mi piacque immensamente, mai come allora mi fece dimenticare di me, mai come allora ebbi tanta voglia di Lei. Mai come allora ebbi voglia di parlare d’affari. Nessuno faceva menzione del periodo e del motivo della mia scomparsa. Si era trattato soltanto di una brutta allegoria. Forse avevo mangiato pesante”.

Decisivo qui – per comprendere la profondità dell’autoinganno che avvolge l’esistenza dell’io narrante – è il ruolo della fidanzata, la sua Lei. Non ha prestato soccorso nel momento del bisogno, eppure Lui, dimentico di sé e dell’insensibilità di Lei, la trova più bella e desiderabile che mai (“voglia di lei” cantavano i Pooh ripresi da Mascitelli). Al desiderio sessuale si associa immediatamente una “voglia di parlar d’affari” – come nelle psicologie caricaturali del Milanese Imbruttito che spopolano su facebook.

Nonostante l’innegabile bêtise dei personaggi che popolano Notturno Buffo, sempre attiva è la pietas dell’autore che non si pone mai in modo moralistico nei confronti della materia trattata: c’è piuttosto compassione e orizzontalità, lo scrittore solidarizza con i suoi protagonisti, si presenta come una voce che ne condivide la sorte, che poi è la sorte dell’Occidente inebetito da falsi miti, feticismi e ritualità nevrotiche.

Penso al protagonista del Giubbotto, l’ultimo degli undici racconti di Notturno Buffo, in cui Mascitelli si diverte a riscrivere il Cappotto di Gogol’, consegnandoci un finale fantastico degno dell’autore russo, solo che mentre in Gogol’ è il fantasma del funzionario a vagare per la città derubando i signori dei loro cappotti, qui non c’è un fantasma ma un feticcio: è il giubbotto-feticcio a vagare di notte cercando il suo legittimo proprietario. Al contrario di Gogol’, nel Giubbotto è il feticcio a venir abbandonato dall’uomo, anzi è la merce – che prometteva di valorizzare l’umano – che sembra non tollerare la separazione dall’uomo e prova nostalgia. Chissà se questo rovesciamento non preconizzi un’ipotetica e futura rivincita dell’uomo contro la “personificazione delle cose e reificazione delle persone” analizzata da Marx, o se denunci una ormai inarrestabile simbiosi fra mondo umano e mondo delle cose. Di certo rivela la forza critica della scrittura di Mascitelli che non si rassegna ad accettare l’esistente così com’è. Per comprendere meglio le allusioni al feticismo delle merci e ai suoi arcani, vorrei soffermarmi sul momento in cui il riluttante Gio Batta, magazziniere con il dottorato di ricerca, cedendo alle insistenze della madre e della fidanzata si convince di aver bisogno di un giubbotto nuovo e si reca in un negozio. Riceverà dal venditore una lectio magistralis su che cosa sia davvero in ballo nell’acquisto: niente di meno che il rovesciamento dell’antica dialettica fra verità e apparenza, ovvero il disvelamento del potere taumaturgico della merce.

Dichiara il proprietario del negozio: «Al giorno d’oggi un giubbotto non è solo un giubbotto. Certo sarebbe eccessivo affermare che un giubbotto è una carta da visita perché alla fine è solo un giubbotto e che cos’è in definitiva un giubbotto? Un indumento che deve essere comodo, caldo ed elegante, ma quanto si sbagliano coloro che dicono che l’apparenza inganna. Ciò sarebbe vero se tutti i giubbotti fossero uguali gli uni agli altri, ma laddove c’è una grande differenza e pertanto una grande scelta, l’apparenza non inganna affatto. È vero in ogni caso che l’apparenza non è la sostanza. Noi la sostanza non la possiamo conoscere, della sostanza abbiamo solo l’apparenza e dunque l’apparenza è foriera di sostanza, che però ci sfugge sempre. Allora, mi chiedo di nuovo, che cos’è un giubbotto? Un indumento senza dubbio, ma anche un segno, il segno di una strada verso l’ignoto, cioè la sostanza. Anzi si potrebbe arrivare a sostenere che il giubbotto è la sostanza dell’apparenza e per questa via ha un rapporto con la sostanza vera, anche se noi non sappiamo quale. D’altronde è tutto relativo oggi, salvo la qualità dei nostri tessuti».

Gio Batta si irrita udendo queste parole, perché sente minacciato il rispetto del “principio d’identità” (ironia tipicamente mascitelliana, come se qui in gioco ci fosse soltanto una questione logica e non etica e ontologica), ma infine compera. Quali sono nel prosieguo della narrazione gli effetti del nuovo giubbotto nel mondo reale – lavorativo e affettivo – di Gio Batta? Il suo datore di lavoro, Curino, che gestisce un negozio di “modernariato e medie antichità”, è avido come un avvoltoio e ha confinato Gio Batta nel ruolo di magazziniere, pur proclamando di tenere in alta considerazione la sua cultura e la sua formazione universitaria.

 Curino, allorché stamane mi sono presentato per la prima volta con il giubbotto nuovo, […] si è dichiarato compiaciuto del fatto che con i proventi del mio lavoro mi fossi potuto permettere un capo così elegante. Gli ho risposto schiettamente che esso mi era stato regalato da uno sforzo congiunto di madre e fidanzata. A questo punto la conversazione buttava oggettivamente sul sindacale […] gli ho detto a Curino che avrebbe potuto darmi un po’ di più. Erano parole pronunziate senza convinzione, pro forma, ma evidentemente hanno colto Curino impreparato. Egli si è mordicchiato le labbra prima di rispondere che se fossero andati a buon fine un paio di affari importanti, ne avremmo riparlato tra qualche mese.

Positivamente sorpreso dalla sorpresa di Curino e perciò dimentico del fatto che, conoscendo io abbastanza dettagliatamente gli affari di Curino, avrei dovuto sapere che le probabilità che lui concretizzi un affare importante nei prossimi mesi sono pari a quelle che io realizzi una cinquina sulle ruote di Bari o Venezia, contando che non gioco mai al lotto, mi sono lasciato scappare un «Allora ci conto» che attesta da solo tutta la mia inconsistenza. Proprio in virtù di essa Curino si è sentito in grado di aggiungere che si rendeva conto che i miei proventi fossero non elevatissimi, ma d’altro canto i prezzi li fa il mercato e l’offerta degli addottorati in materie umanistiche è amplissima e naturalmente per la legge della domanda e dell’offerta il prezzo scende. Io, che nei controfinali sono un mago, ho ribattuto che ci sono molti dottori in materie umanistiche, ma pochi con l’umiltà e la perseveranza di aiutare anche nello scaricare i camion: poi son sceso in magazzino, lasciandolo con la bocca aperta e pur tuttavia con il portafoglio ben chiuso.

Al fallimento lavorativo fa eco il fallimento sentimentale. Gio Batta non si accorge che la sua inerzia sta pian piano corrodendo il rapporto con la fidanzata Carlotta, o meglio se ne rende conto a proprio modo, opponendo resistenza alle pressioni della ragazza che lo vorrebbe meno rinunciatario.

Anche Carlotta vorrebbe che prendessi un giubbotto nuovo, per la verità lei vorrebbe soprattutto che noi andassimo all’estero. Ha letto sui giornali che noi siamo la generazione perduta e si è appassionata alle storie dei cervelli in fuga: quella del giovane urbanista di Firenze che, trasferitosi in Norvegia, dopo tre anni aveva già fatto il piano regolatore di Trondenheim; quella del venditore di caldarroste di Concorezzo che, trasferitosi a New York, ha aperto una catena di miniboutique della caldarrosta; quella di un neolaureato di Bari, trasferitosi a Londra, al quale dopo soli tre mesi avevano già affidato un posto di tale responsabilità che con una sua mail di analisi di un’obbligazione ha fatto licenziare trecento persone. Quindi fondamentalmente vorrebbe che andassimo all’estero e replicassimo una di quelle storie di successo. Io però so che non è facile perché qualche esperienza con l’estero l’ho avuta: per esempio Curino mi ha mandato un paio di volte a Lugano a consegnare delle cose. Comunque, per il momento, Carlotta si accontenta che mi compri un giubbotto nuovo.

 Anche in questo racconto la fidanzata, che solo per il momento pare accontentarsi ˗ e la cui crescente insoddisfazione è prevista e temuta dal protagonista ˗ è il sismografo del precipitare della situazione. Al termine del racconto, quando Carlotta parte da sola per l’estero, la desolazione si impadronisce di Gio Batta e una volta di più emerge il ruolo nefasto svolto dal giubbotto-feticcio. Il protagonista rimprovera Carlotta di essersi illusa che, insieme al nuovo giubbotto, lui avrebbe acquistato anche un nuovo Sé. Invece il giubbotto nuovo non realizza l’uomo nuovo, così Batta capisce di “aver solcato, senza accorgermene, una linea irreversibile e di essermi sprecato. Se penso che non ho mai visto giocare Meazza né Suarez né Mazzola né Facchetti né tanti altri campioni…”

Il magazziniere con il dottorato preferisce esprimere la propria disperazione in termini calcistici, ma lo spreco, nel tempo mercificato, è dell’intera natura umana. Non gli resterà che scomparire, inseguito dal giubbotto (la proiezione di una vita nuova?).

Vorrei in ultimo sottolineare che Giorgio Mascitelli conosce l’arte di concludere i  racconti: le chiuse sono sempre efficaci e tempestive. Penso fra gli altri allo splendido finale di Una app per tutte le stagioni in cui il narratore (tornato in prima persona) riprende l’apologo della cicala e della formica, passando però attraverso il prospettivismo nietzschiano: per la formica esistono solo i fatti e non le interpretazioni, laddove la cicala sembra cedere sempre a interpretazioni troppo “drammatiche o surreali di fatti che sono solo fatti”. Di quali fatti si parla? L’apologo aiuta forse ad arrestare – al momento più opportuno – le divergenti interpretazioni che potrebbero scaturire dal gesto compiuto da Edmondo Scanfognati, protagonista del racconto, il quale ha appena rifiutato di farsi complice di aberranti logiche aziendaliste perdendo così il posto di lavoro. La figura dell’animale è icastica, inconscia e “oltreumana”, tanto da proteggere il personaggio da frettolose generalizzazioni o razionalizzazioni: le ultime righe del testo ci permettono in tal modo di osservare lo smarrimento che coglie Scanfognati dopo il suo gesto di diniego, senza doverlo per forza “interpretare” e categorizzare come atto di eroismo o di ribellione, o forse di inconsapevolezza. Non appena Scanfognati si rende conto che il suo “preferirei di no” non serve a nulla, ed è lui stesso sorpreso di averlo profferito con tanta veemenza, Mascitelli lo mostra con delicatezza nel semplice atto di sperare che la pioggia – monotona e insistente – possa una buona volta finire.

Tra tre mesi scadeva il contratto e tutto sarebbe finito lì: via uno Scanfognati se ne sarebbe fatto un altro, come credo dica il proverbio. Quando poté uscire da quell’ufficio, Edmondo alzò gli occhi verso la finestra e vide che la pioggia continuava a cadere immutabile secondo la sua regola. Pensò allora che avrebbe dovuto smettere a un certo punto. Deve aver pensato la stessa cosa la cicala della favola all’inizio dell’autunno, ma ciò che la cicala non sapeva è che sarebbe stata la formica a vedere la fine della pioggia. E credo che le formiche credano che le cicale diano sempre interpretazioni drammatiche o surreali di fatti che sono solo fatti e non interpretazioni. Le formiche, infatti, credono nei fatti e non nelle interpretazioni.

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Giorgio Mascitelli (1966) ha pubblicato i romanzi Nel silenzio delle merci (1996) e L’arte della capriola (1999), e la raccolta di racconti Catastrofi d’assestamento (2011) oltre a numerosi articoli e racconti su varie riviste letterarie e culturali. Il racconto Piove sempre sul bagnato (2008) è apparso in volume autonomo. Il compositore Giovanni Cospito ha tratto dal suo racconto Ancora un Incendiario?!, l’omonimo spettacolo musicale (2002). Attualmente è redattore dei blog culturali Alfabeta2 e Nazione Indiana.

Notturno buffo è uscito a settembre del 2017 presso Effigie edizioni.

Un commento su “Giorgio Mascitelli, Notturno buffo

  1. cepollaroarte
    15/01/2018

    Su questo libro può interessare la registrazione audio della presentazione che ebbe luogo presso la libreria popolare di via Tadini a Milano con Biagio Cepollaro e Giovanni Palmieri. E’ qui https://www.youtube.com/watch?v=mIFVaKOIV1c&t=1s

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