perìgeion

un atto di poesia

Luci dal fondo IV

Rubrica a cadenza irregolare che origina da questo articolo e ne continua idealmente senso e ricerca.

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Dove non specificato, i post sono apparsi sui profili Facebook degli autori.




Beati gli sbandati, perché sanno quello che fanno. E sono gli unici. Beati i contestatori, gli spiantati, quelli che stanno sempre a disagio nella moltitudine: quelli che ridono quando tutti hanno la faccia seria, quelli che risultano antipatici, quelli che dicono sempre “sì” e poi magari se ne pentono. Quelli che non hanno uno stipendio fisso e si devono arrabattare e quando pensano lo fanno perché il loro obiettivo mentale è davvero importante. Beati quelli che non leggono i giornali ma un’opinione se la fanno sui libri. Beati i fissati, gli ossessivi, quelli che inseguono i fantasmi e sognano l’amore che non arriverà mai. Beati quelli che non si accontentano del meno peggio. Beati quelli che riesumano le teorie più strane, leggono i libri introvabili e sono nauseati dalla stupida accondiscendenza alla mediocrità, al senso comune, alla banalità. Beati quelli che non si fidano di chi dice “Ho letto tutto Tolstoj e Balzac, ma anche…” e aggiungono uno dei titoli in classifica quella settimana. Beati i perdenti, i falliti, i relitti della storia, che pensano con le loro teste, il cui pensieor non serve a nessuno, che pensano per il fatto che pensare vuol dire vivere e non fanno fruttare il loro pensiero. Beati i carbonari, i boppers, gli alchimisti fuori moda. Beati quelli che vestono male, che mangiano con il gomito sulla tavola e si stuzzicano i denti. Beati i non fumatori e gli astemi, che cedono ancora il posto sull’autobus ma non lo scrivono su facebook, perché sanno che la legge morale è giusta di pers é e non per essere sbandierata. Beati quelli che non usano i social network. Beati quelli il cui migliore amico è il barista, il cui unico amico è il barbiere. Beati quelli che a Capodanno vanno a dormire alle 23.50 e beati quelli che non hanno mai giocato una bolletta in un centro scommesse.
Perché loro è il regno dei cieli.

Angelo Petrella 1 Gennaio 2018




Ero quasi sicura che sarei morta nel 2017. Per undici anni ho avuto il peso di questo pensiero latente. E’ accaduto così, per un gioco perverso: nel 2006, una sera di settembre, con il mio fidanzato di allora cercavamo parcheggio sotto casa nostra. L’orologio dell’auto segnava le venti circa. Mio padre era morto da due settimane, nelle circostanze tragiche proprie di ogni morte. Alla radio sentivamo una canzone che non ricordo. A un tratto ho pensato all’ora che vedevo sul display, quel due zero zero sette, che scriveva un anno, che sembrava il mio futuro prossimo e mi incuteva terrore.
Ho iniziato a credere che quando la macchina si sarebbe fermata avrei visualizzato l’anno esatto della mia morte sul display. Era un pensiero imbecille, ma quando il mio fidanzato parcheggiò e spense l’auto, l’orologio segnava le ore 20 e 17 e io ci feci caso.
Non so se avete mai fatto dei giochi così idioti: saltare le piastrelle, fare a due le scale, raddoppiare i passi, collegare date a numeri che non c’entrano nulla. Io feci uno di questi giochi.
E da lì mi rimase la sensazione che sarei morta nel 2017, cosa che avvertivo come un orribile presagio. E più negli anni cercavo di dimenticare questa data, più nei momenti di sconforto, di angoscia, stress o paura, questo pensiero si faceva corpo, diventava un compagno scomodo per ore, a volte giorni, in alcuni casi lo spauracchio di settimane. Ho rischiato la morte nel 2012. Ma siccome non era il 2017, ero sicura che mi sarei salvata. Invece no, ho avuto culo.
Potete immaginare quanto io mi sentissi e mi senta tuttora stupida. Eppure, ogni tentativo di razionalizzare la cosa, ogni esorcismo tentato in questi anni sembrava dapprima alleviarmi, portarmi a sbarazzarmi del fardello.
Poi toc toc, il pensiero si ripresentava.
E così, i primi mesi del 2017 avevo paura a uscire di casa. Poi mi sono rassegnata al fatto che dovevo vivere come tutti. Prendere treni, aerei, bus, ma anche cucinare, espormi al freddo, allenarmi, attraversare la strada, sporgermi dal balcone. E’ stato un anno di rotture, in cui mese dopo mese, nel dipingermi la mia morte mi dicevo che ne avevo abbastanza dei dispiaceri futili, delle preoccupazioni marginali che però arrivavano a influenzare la mia vita. Era inutile stressarmi dietro rapporti che avrebbero aggravato questa angoscia, anche in modo indiretto. E ogni giorno festeggiavo dentro di me il fatto di esserci ancora, mi dicevo che no, non era accaduto niente, ma d’altra parte questo lasciava spazio a un atroce countdown, per cui, mi dicevo, se non è marzo sarà ad aprile, se non è a giugno sarà a luglio, se non è a settembre sarà a dicembre.
Infine dicembre. Le feste. Arrivarci.
La fine dell’anno.
La fine del 2017.
Potrei morire oggi, o domani, ma non mi interessa più, perché dopo questa ultima notte dell’anno ho capito almeno una cosa importante.
Le mie impressioni della realtà e la realtà non sono la stessa cosa. Le mie letture della realtà non sono la realtà. Non è vero che i miei o i tuoi pensieri negativi influenzeranno negativamente la mia o la tua vita: le nostre azioni sì, il nostro pessimismo no, o meglio non è detto. Non è vero che forzarsi a pensieri felici e positivi ci spingerà verso la realizzazione o il successo o quel che vogliamo. La retorica del pensiero felice è fallace. La retorica del volere è potere è fallace. La retorica delle coincidenze, delle impressioni, dell’impalpabile magico che condizionerà la nostra vita come un vento gitano è sciocca e svilente.
Il 2017 nonostante il pensiero nero mi ha portato una proposta di matrimonio, la conferma di un rapporto, un contratto di edizione e uno in prossimo arrivo, e molte scoperte felici, molte collaborazioni felici e una nuova maturità. Scrivo questo non solo per una mia catarsi, ma per tutte le persone pessimiste, depresse o altro che si sono sentite la croce di queste retoriche, per cui se non sei non fai, se non senti non sarai.
Puoi sentire l’inferno ed essere capace di costruirti un paradiso. Puoi pensare al paradiso e vivere un inferno. La vita se ne sbatte bellamente delle tue impressioni su di lei. La vita va avanti.

Eva Clesis 1 gennaio 2018




Siamo materia
che ritorna alla materia
di un pianeta fortunato
in mezzo all’universo

Lorenzo Baffico 24 dicembre 2017




È questa “la fine dell’orgia” la dissipazione del desiderio, non la sua estinzione, ma la sua caduta, la sua resa. Abdicare al desiderio è rinunciare all’immaginazione è negarsi di poter progettare un mondo diverso. Vero: abbiamo prodotto molta più infelicita di quanta possiamo sopportare, ma ancor più vero è affermare che abbiamo ucciso il soggetto desiderante facendolo diventare un soggetto degenerato. E allora dobbiamo avere il coraggio di dirlo che ” se i sogni son desideri” l’uomo in rivolta non può essere quello che ne è privo, non può essere quel soggetto atarassico e infelice del nuovo lassismo, nemmeno del lassismo spirituale. Il tessuto antagonista nasce dalla quantità di infelicità immessa e in questo Bifo ha ragione, ma il teorema dell’infelicità non si risolve soltanto sovvertendo una procedura economica, perché nel rapporto, seppur evidente, tra capitalismo e salute mentale si rischia di farsi addomesticare la rabbia, così come rendendo docile la creatività si è accettato di farci indorare la pillola. Nelle utopie che da sempre mi sorreggono (o mi fanno sprofondare) auspico sempre uno smettere di vivere l’arte da travestiti galanti, e lo auspico come unica forza possibile per smascherare la nostra menzogna di fingere di essere chi non siamo, voglio più ribelli e meno poeti, voglio più urli e meno versi, voglio più collettivo e meno condiviso, voglio che qualcuno dica che stiamo combattendo una guerra e questa si è una guerra civile. Ma come cazzo la volete combattere la guerra con la sensualità della perfezione, con gli indianini saltellanti sotto il dragone, con le letturine dei tarallucci e vino, con le tante goccioline nel mare della bontà, coi penta stellati finti va a fan culo. No le guerre non si combattono così, le guerre si combattono con le piazze, con qualche pietra quando serve, le guerre si combattono stanando il nemico, fosse pure il nemico che è in noi. La felicità non è un diritto è una conquista breve, un sapore corto

Alessandro Assiri 1 agosto




Molti di voi mi fanno paura.

Pier Francesco De Iulio 25 agosto




In questi tre decenni di attività letteraria ho avuto la fortuna di conoscere scrittori, artisti e critici di grande levatura. La caratteristica comune (da John Cage ad Amelia Rosselli, a Paolo Volponi, a Elio Pagliarani, a Giancarlo Majorino, a Luigi Di Ruscio, ad Arnaldo Pomodoro, a Francesco Leonetti, da Luperini a Guglielmi, a Martignoni, a Lorenzini , per citarne alcuni) credo sia stata spesso la sostanziale umiltà diventata capacità di ascolto e generosa disponibilità. Quando sono attento ai più giovani non faccio altro che restituire i doni che ho ricevuto da questi grandi. Lo scrittore, l’artista e il critico mediocre li riconosco subito per l’istintiva antipatia che mi provoca la spesso erudita supponenza. Sono prontamente ricambiato dal loro odio che si manifesta con una sorta di sistematica damnatio memoriae, divento ai loro occhi preoccupati improvvisamente invisibile.

Biagio Cepollaro 30 agosto 2017




Queste sono le cose, qui è la vita,
il freddo che fa fuori mentre in sogno,
perché è sogno la nostra sorte umana,
ci osserviamo contraffatti ed arresi
morire alla nostra mancanza, vivi
noi stessi a volte, a strappi come immensi,
lievi acquazzoni nel nero che c’è.

Ora, al campo di calcio guardando Milo che gioca e prende gol e tuffandosi ancora su linee immaginarie mi racconta la sua ampiezza. Io non so…non mi tufferei con quella foga.
Il senso della vita intanto è essere aperti alla presenza immateriale che abbiamo in noi. Completamente disponibili ad essa.

Luigi cannone 28 settembre 2017




Tre giorni fa nella mia classe ( 3 Liceo) una ragazzina ha iniziato a piangere e respirare forte, non smetteva.che fare?Panico anche io….chiedo CHE TI SUCCEDE?nessuna risposta,singhiozzi più convulsi…..Panico: che faccio??? ….poi mi sono rilassata, l ‘ho abbracciata, e quasi in braccio,tutta appoggiata a me…l’ho portata fuori classe, nel totale silenzio dei compagni.Fuori le ho detto solo : “Ti voglio bene, stai tranquilla.sono qui!”.ha smesso di ansimare e piangere….dopo tre secondi e ha sorriso.Grazie, timidamente.Ho aggiunto ancora : “Ti sono amica e so che sei una brava ragazza”…Altro abbraccio.Si è ripresa…..A VOLTE, MI DICO CHE A SCUOLA PRIMA DI TUTTO.BISOGNA AMARLI QUESTI RAGAZZI, poi …solo poi, ci mettiamo dei contenuti didattici.È un ‘epoca difficile da vivere, ci vuole a volte solo TANTO AMORE…

Gabriella Fantato 8 ottobre 2017




Penso che non voglio più lavorare.
Penso che non ho un tempo illimitato per godermi le cose belle di questo mondo.
Mi fa tristezza pensare a me che lavoro quando vorrei volare.
Un giorno alla settimana per vivere è sufficiente solo ad annusare quello che mi fa stare bene.
E a farmi sentire ancora di più la distanza fra quello che sono e quello che vorrei essere.

È un fatto, sono triste.
Ho un bel lavoro e sono triste.
Ho una casa un’auto vestiti cose e sono triste.
Sono un’ingrata.
Sono incontentabile.

Quello che vorrei? Godere. Tutti i giorni. A tutte le ore. Sentirmi tremare di gioia solo muovendo gli occhi. Solo respirando.
Posso?
Forse.

La tiritera è quasi finita.
Per oggi non smetto di essere triste.
E di restare convinta che
il lavoro è una necessità.
La bellezza, la gioia, l’amore, lo sono molto di più.

Iole Toini 13 ottobre 2017




È per l’effetto degli affetti che si cambia mira.

Roberto Ceccarini 18 ottobre 2017




Come definiresti la Critica di Poesia? E anche in questo caso, a cosa serve la Critica di Poesia?

Per rispondere a questa domanda è necessario fare il punto sullo stato di salute della critica letteraria.
I critici letterari indossano gli abiti da intellettualini da salotto e spadroneggiano, con la complicità di un sistema editoriale corrotto, per mettere in atto operazioni di mistificazione che nulla hanno a che fare con la vera letteratura. A questo da molto tempo è ridotto il mondo della critica letteraria. Pochi sono i critici impuri ancora impegnati sull’essenza dell’opera piuttosto che su tutto quello di marginale e superfluo che gravita intorno a essa. Molti, purtroppo, i servi sciocchi al servizio di poteri culturali. La critica letteraria è morta. Direi che i funerali sono stati celebrati.

Alessandro Canzian che intervista Nicola Vacca 18 ottobre 2017 (sulla pagina Facebook di N.V.)




Nelle ore in cui soltanto i topi
la fanno da padrona
e l’eco dei passi non li sveglia
né li fa fuggire dalle feritoie
che accolgono l’asfalto delle strade
s’ode dei matti l’orazione
alle stelle ormai scappate via
una nenia che è una forma di preghiera
una ninna-nanna al cuore che protegge
il sonno in quell’ora presta dei piccini
disseminati nei palazzi tutti intorno
cullati da lucine di notte disposte dalle madri
ma sono loro, i matti, che sorvegliano i sogni.

Francesco Forlani 19 ottobre 2017




Un caro amico

ha cancellato

dal vocabolario

la parola “devo”,

con la parola “voglio”,

e in n atto magico,

sciamanico,

il mondo si è ribaltato.

Ulisse  Casertelli 18 ottobre 2017




Chiamano crisi il trasferimento di ricchezza dai più poveri ai più ricchi.

Biagio Cepollaro 25 ottobre 2017




Il vero mistero dell’esistenza umana non è legato alla vita ed alla morte, ma all’esistenza della nostra parola.

Claudio Orlandi 1 novembre 2017




Stavamo camminando ieri per le strade della Laguna di Tenerife, la zona universitaria ed il centro culturale e artistico dell’isola. Un incanto. Una sensazione di pace indescrivibile. Un’aria che non ho mai respirato in trentacinque anni di vita. Un tenore si è messo a cantare all’improvviso, una vera magia, la gente intorno commossa ascoltava. E poi gli applausi di tutti alla fine della performance. Il tenore non aveva un cappello per raccogliere la solidarietà dei passanti.
Sono andata a baciarlo e a ringraziarlo e come me, molte altre persone. Non posso descrivere a parole cio’ che abbiamo vissuto. In fondo è questa la Bellezza della Vita, fare dono di sè agli altri, regalare momenti di pura poesia. Regalare un’emozione, un sorriso, un breve attimo di felicità.

Manuela Maroli 26 Ottobre




Non sono una buona madre..sono.complicata, ho le mie paranoie …sono fragile e i miei sbalzi di umore a volte spaventano pure me. L’ unica cosa che mi consola è che da tutto questo casino è venuto fuori un bel figlio…bello come lo sono tutti i figli per le loro madri , lo so…ma quando parlando sento che , con acutezza e a volte con crudeltà, mi elenchi tutti i miei limiti…beh…penso di esserti cmq stata utile …capire quello che non si vuole essere è l’inizio di un percorso lungo e complicato ma proficuo. Chiedo scusa per i miei limiti…ma mi piace pensare che tu saprai superarli. C’è un momento i cui i figli insegnano e allora bisogna saperli ascoltare. Buona notte a tutte le mamme complicate.

Paola Salvi 25 giugno




Sono giorni di stanchezza inenarrabile, di dubbi, di emozioni trattenute che implondono, di pensieri dalla consistenza del macigno di Sisifo che mi rotolano in testa rovinosamente.
Gli esami. In una scuola qualsiasi ascolterei tutti i giorni adolescenti che imbastiscono il resoconto più o meno accurato delle varie materie di studio in programma. Nella scuola in cui invece insegno si tratta di ascoltare storie di vita, di emigrazione, di destini segnati da sofferenze e aneliti di riscatto, sogni e progetti che barcollano in attesa di un responso (domanda di asilo politico accettata o no?), si tratta di imparare la geografia di paesi a cui in passato avrò dedicato sì e no dieci minuti della mia attenzione, di scoprire guerre di cui non conoscevo l’esistenza, di confrontarmi con le mie rigidità mentali, la mia ignoranza, il mio benessere, le cose che do per scontate, le convinzioni che mi porto cucite addosso a cui non riesco a fare a meno, il mio essere spettatrice di un mondo che si muove davanti ai miei occhi e alla mia penna nera, che dovrebbe partorire voti mentre io inghiotto la rabbia, l’impotenza e anche la frustrazione di fronte a certe narrazioni snocciolate in un italiano precario che si inceppa eppure arriva dritto come un pugno, al centro (scriverei cuore, ma poi sembra una roba patetica). Sono giorni senza parole. Quando mai avrei immaginato di parlare con un ragazzo ceceno che ha vissuto due guerre e ha girato l’Europa, fino alla Norvegia di cui conosce persino la lingua, con la donna di Kuala Lumpur che si è innamorata di un nigeriano qui in Italia, col ballerino di break dance in fuga dall’Iran, con i nuovi schiavi che mi sfilano davanti ingabbiati in lavori sottopagati da spaccarsi la schiena, quelli che hanno viaggiato tre anni tre attraversando paesi e deserti e poi il mare per approdare nel nostro finto El Dorado, donne che hanno partorito squadre di figli lasciati indietro, donne che curano i nostri familiari e hanno abbandonato i loro lontano perché cosi possono farli studiare farli stare bene, ma anche brillanti ragazzi svegli e ricettivi che in meno di un anno imparano l’italiano e trovano un lavoro a tempo indeterminato e mi insegnano che tutto cambia, bisogna adattarsi (così m’ha detto un ragazzo egiziano di 17 anni), gente che sa fare cose che noi abbiamo dimenticato, mestieri antichi, sarti falegnami artigiani agricoltori, ho conosciuto un pakistano apicoltore che dice che qui non ci sono abbastanza api, uomini che scappano dalle macerie e un ragazzo somalo che mi dice voglio imparare a fare il muratore tornare indietro e ricostruire il mio paese, donne velate che io (nella mia presunzione) mi chiedo se davvero sono felici di indossarlo, genitori che hanno portato nel nostro paese i figli a curarsi, è un esercito di vite che dopo due settimane di ascolto mi preme dovunque nei pensieri e mi fa stare male. Nel mio nichilismo penso spesso che non valga la pena di vivere nemmeno una di queste sofferenze, mi chiedo perché si continui a mettere al mondo figli in queste condizioni, vedo il nero che prende piede, il buio che affonda tutto il resto. La verità è che non sono in grado di sostenere tutta questa esistenza, davanti a queste vite pulsanti e ricche di forza e di disperazione, io mi sento trasparente, sfinita. Non ho mai pensato al futuro nei termini in cui mi si delinea nello sguardo di queste donne e di questi uomini. Non ho mai pensato così in grande come pensano loro, con poche parole e meno strumenti ancora, non ho mai pensato al mondo come qualcosa che mi appartenesse davvero. Perciò alla fine sono io sotto esame, e sono bocciata tutti i giorni, e faccio i conti con la mia inadeguatezza e con l’incapacità di accogliere questa vita senza paura e per intero. Il mio coraggio è un lucciola pigra a un passo dal sonno eterno se lo paragono a quello di chi riesce a costruire per sé e per i propri cari un senso luminoso in mezzo a tutto questo niente, che scalda anche me, anzi mi brucia. Per questo la penna nera è fondamentale. Per cancellare nella routine di un esame qualunque la verità che non so sostenere, la straordinarietà di questi incontri che mi parlano una lingua altra, fatta di mani e di occhi che da un altrove lontanissimo mettono radici dentro di me, qui, adesso.

Silvia Rosa 26 giugno




Il paradiso esiste. E’dall’altra parte dell’economia di mercato.

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Ennio Brilli 14 agosto 2017




Fate ciò che potete finché siete in grado di farlo.

Roberto Poetico 26 maggio 2017




Da bambina a chi mi diceva “l’erba voglio non esiste nemmeno nel giardino del Re!” rispondevo piccata “ma in quello segreto della Regina, sì!”. Poi l’educazione mi ha rovinata. Tutti questi condizionali infiocchettati, vorrei vorrei, chiedere per favore, evitare di dare disturbo esistendo e desiderando. Santo cielo. Una vita a chiedere permesso. Voglio volere, presente indicativo, voglio e basta (e peggio per il Re se nel suo giardino l’erba voglio non cresce!).

Silvia Rosa 20 aprile

Luci dal fondo II

Luci dal fondo III

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2 commenti su “Luci dal fondo IV

  1. iole
    19/01/2018

    Scrivo e cancello parole che tentano di dire quello che ho raccolto da qui. Che sia davvero un raccolto è la prima cosa che mi viene. E non per incensare autori, o Christian Tito che ce li ha proposti. C’è un minimo comune denominatore che mi fa capire una volta di più quanto la poesia – la vita! – di più, l’amore!, e sì, veramente, l’amore – ci dia modo anche di vedere il bene che fa filo lungo tanti percorsi e che ci fa sentire che non tutto è orrore, opportunismo, insensibilità. E di stare insieme a questa persone – a voi! – mi rende immensamente grata e felice. Grata e felice.

    Piace a 3 people

    • christiantito
      22/01/2018

      Cara Iole, non ci crederai, ma questo senso di comunità che tu trovi è esattamente quello che mi fa cercare, nel pericolo grandissimo, forse mai così grande, proprio nei luoghi più manifesti della sua disgregazione. Ecco perché è esercizio zen. Ecco perché ne ricavo intenso piacere. Sono io che vi sono molto grato. Ma veramente. Christian

      Piace a 3 people

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Questa voce è stata pubblicata il 19/01/2018 da in all'incrocio tra le arti, dalla rete, fotografia, musica, poesia, Senza categoria.
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