perìgeion

un atto di poesia

Paolo Coceancig, Accade di vivere a stento

 

 

 

Copertina Coceancig web

 

 

 

Sono trascorsi più di venticinque anni fra la raccolta di esordio di Paolo Coceancig, quel “Graffiti graffiati” che venne pubblicato nel 1991, e “Accade di vivere a stento”, che vede la luce oggi. Si tratta di un tempo importante, un tempo nel quale l’autore friulano trapiantato a Bologna è comunque rimasto attento e attivo nell’ambito della scrittura, producendo articoli di ambito sociale e politico su diverse testate. L’esilio dalla poesia però è stato lungo, e viene da chiedersi prima di tutto quali siano i motivi che hanno fatto riavvicinare Paolo Coceancig a questa forma espressiva. O forse è meglio iniziare da quali non sono i motivi: sicuramente fra le cause non c’è, infatti, il desiderio di costruire un lavoro perfetto, formalmente ineccepibile, levigato e cesellato fino a renderlo opalino. Non che la poesia della raccolta sia formalmente sbrigativa, tutt’altro: se leggiamo con attenzione scopriamo l’alternarsi di numerose forme ritmiche, così come la presenza di rime, assonanze, ripetizioni, talora giochi di parole e doppi sensi. L’idea che viene trasmessa dalle pagine di “Accade di vivere a stento” è però quella di un libro che ha dovuto attendere di maturare fino ad assumere un peso ed significato che l’autore non è stato più in grado di trattenere; un libro necessario, insomma, in cui il senso dello scrivere raggiunge la propria inevitabile forma, e dove di conseguenza il detto ed il non-detto, il sottinteso, l’immaginario, a volte l’ironia e l’assurdo, trovano esatta collocazione. Ecco, la prima cosa che viene in mente per evidenziare il valore del libro è proprio che, se le parole nascono dal silenzio ed il silenzio è importante come e più delle parole, Paolo Coceancig ha fatto tesoro di questo insegnamento, lo ha eletto a disciplina, e oggi lui e noi possiamo raccoglierne insieme i frutti, ritrovandoci in una serie di fotogrammi che raccontano le contraddizioni e la forza dell’andare di un “adolescente adulto” che mantiene intatta la capacità di stupirsi, innamorarsi ed indignarsi del mondo.

Poche volte, fra l’altro, un titolo risulta così aderente al libro che introduce: “Accade” perché essere qui non è per nessuno una scelta; “di vivere” perché è di vita che si parla, a differenza di quel “Tutti morimmo a stento” di Fabrizio De André che viene in qualche modo evocato; “a stento” perché la poesia di Coceancig è poesia dell’attrito con il proprio tempo. Non solo non si vive per scelta, ma a volte per una condanna, “appena nati / già malati terminali”, e la prima solitudine è il taglio del cordone ombelicale che ci lascia senza contatto e senza Dio, un Dio assente che ritorna spesso nei testi, che c’è bisogno di pregare, a cui “si può anche credere […] / per cinque minuti soltanto / e poi smettere di nuovo”. È anche poesia di dolore: “quando si sta male si scrivono i blues”, ed anche questo è in qualche modo uno strumento per dichiarare la sofferenza, per imparare ad accompagnarsi ad essa; è il dolore che viene dalla perdita, dalla disillusione per la sconfitta di un’idea che è di umanità prima che di politica (Eravamo tutti comunisti), o per il consumarsi inevitabile dei rapporti personali in un acquitrino di ricordi (“cercami fra le cose che eri”). Ecco che allora Paolo Coceancig sente il bisogno di dare un nome ed una dignità a tutti i piccoli/grandi eroi che sono stati sconfitti da una quotidianità impietosa, e ne nasce una serie di ritratti dolcissimi e spesso amari, come quelli del pittore goriziano Nico Di Stasio, di Irina Ivanovna – angelo dimenticato di Beslan –, dell’operaio Gianni, dell’ala destra anarchica e imprudente che nei rigorosi moduli del calcio moderno viene messa ai margini come laterale di fascia.

Eppure, anche senza negare il disincanto, “Accade di vivere a stento” è un libro di tenace ed inesauribile speranza. Anche se le morte è inevitabile e “senza di lei nulla avrebbe senso”, comunque accade di vivere ed un senso va cercato, isolando quei “piccoli audaci momenti” che in qualche modo possono fare luce sul buio. E anche se è vero che “ogni vita / che è di sostanza / non è altro che aristocratica, / indomabile / incoerenza” di fronte all’ineluttabilità del nulla, ciò non fa altro che rendere ancora più significativi i gesti di attaccamento e resistenza, come rifiutare di cancellare i nomi di chi non c’è più dalla rubrica, o come quel grido (“io non sono il cancro / io sono Franco”) che rende tragicamente bellissimo un amico che sta morendo.

Un discorso a parte, per certi aspetti, meritano poi le poesie in friulano ( ne trovate alcune qui) che compongono l’ultima ampia sezione del libro. In esse è possibile trovare l’espressione migliore della poesia dialettale (non interessa, adesso, discutere se il friulano sia lingua o dialetto), nel senso che il dialetto permette in poesia una nudità ed un’essenzialità che spesso in italiano sono precluse. In diversi autori, questo porta a una scrittura più diretta e spigolosa; in Paolo Coceancig, invece, la parola sembra addolcirsi, evita gli angoli acuti dell’ironia, si fa ancora più trasparente. In questo manipolo di testi ritroviamo della terra natale dell’autore, ma non solo: il fatto, anzi, di toccare geografie differenti (Napoli) o drammi dell’attualità (il tema dei migranti), evita di relegare il friulano in un ambito limitato al territorio, e lo eleva a lingua vera anche dal punto di vista comunicativo. Dunque, più che recludersi nella terra di origine dell’autore, le poesie sembrano ricercare un legame con un tempo spirituale che forse non appartiene più alla città e all’uomo urbano, ed è il tempo dell’ultimo rosario di maggio, delle parole lente dei vecchi, di un bambino che scopre il mondo dal ramo di un gelso. È lo stesso bambino che oggi scrive e ci regala queste poesie e le inonda, di fronte al bene come di fronte al male, con il proprio stupore; è lo stesso “adolescente adulto” che spera nella grazia “di morire / prima del bimbo che corre libero / dentro di me”.

(dall’introduzione di Francesco Tomada)

 

***

 

 

L’ALBERO CON GLI OCCHI

 

L’albero ha gli occhi

ma non guarda,

parla,

per te sceglie

lunghe parole di silenzio

come sei piccolo in mezzo al bosco,

in balia di un principio di tempesta,

di una folata di vento,

di una belva affamata,

di una frana improvvisa…

e il cellulare non prende,

e sei felice,

così piccolo, tutt’uno

con l’infinito niente.

 

Si può anche credere in Dio

per cinque minuti soltanto

e poi smettere di nuovo.

 

 

NOTTE DOPO NOTTE

 

Notte dopo notte

abbracciandomi nel letto

hai scolpito il tuo corpo sul mio

e oggi

notte dopo notte

non c’è nessun altro

che si possa incastrare

in meccanica così compiuta.

 

 

TRILOGIA PER LA MORTE DI F.

 

I.

La morte è una madre sfatta

che ritrae la tetta

e ci lascia imploranti

con la lingua a mezz’aria

 

la morte è monocorde

è il suo allestimento che varia

 

la morte è poesia

si fa beffe della prosa

che è vita in agonia

 

ambarabacicicocò

adesso tocca a te

 

e tu vai

vai via adesso

da solo

come si fa

ad ogni fine vita

contromano

piano piano

un pezzo alla volta

l’immagine allo specchio

tradita e stravolta

 

e tu vai

vai via adesso

che ci sia o no dio

che ti sia uguale

che non ti faccia troppo male

 

da questa vita troia e pia

da tutta questa porcheria

da qui

adesso

amico

vai via.

 

II.

Di questa tanta morte senza sostanza

di cui comprendo l’impazienza

e le preghiere sono carta straccia

soltanto aspiro all’agonia della beccaccia

colpita a morte nella prima ora di caccia

gli ultimi istanti in mezzo alle pannocchie

al sorriso del vento ai versi della notte

lontano da queste squadrate mura

che sanno di amuchina e di paura

 

non invocherò salvezza adesso

non parlerò con questa gente

che si nutre della mia agonia

e che aspetta l’applauso

nell’attimo esatto

in cui mi porteranno via

non parlerò di dio

né di quello che è mio

non c’era niente prima

e non ci sarà niente dopo

lo stesso immenso vuoto

 

adesso e qui

io sono Franco

 

io sono Franco

e sono tanto solo

e sono tanto stanco

 

io sono Franco

io ho il cancro

io sono Franco

io guardo il cancro

io sono Franco

io tocco il cancro

io sono Franco

io non sono il cancro

io sono Franco.

 

           
III.

Dio è grande

ma non si espande

contro questo tumore

che fa rumore

odore

e che ha un sapore
di notte vaga

morfina nella piaga

 

su di te si china

la nera signora

ti fissa negli occhi

poi ti sfiora ti tatua i suoi scarabocchi

i rintocchi dell’ultima ora

 

brucia Franco

che finalmente sento l’odore

di un amico che muore

brucia Franco

che finalmente sento il sapore

di un amico che muore

vola Franco

oltre questo lamento

vola Franco

oltre questo momento

 

eri bellissimo

mentre stavi morendo.

 

 

WHO KNOWS WHERE THE TIME GOES

 

Qualcuno sa dove finisce il tempo

una volta che è passato?

Io lo so,

addolorata, piccola Sandy,

non va da nessuna parte,

rimane per intero,

all’infinito,

a scavare dentro di noi.


***


2 commenti su “Paolo Coceancig, Accade di vivere a stento

  1. iole
    21/02/2018

    molto

    "Mi piace"

  2. ninoiacovella
    21/02/2018

    Terza uscita della collana Perigeion. Aspettiamo Paolo a Milano per parlare del suo libro.

    "Mi piace"

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