perìgeion

un atto di poesia

Lucetta Frisa, “Nell’intimo del mondo” – parte seconda

frisa

di Giorgio Galli

«Ci sono ombre sui muri

ombre mortali dopo mezzogiorno

-non c’è altro lessico

[…]

e non parla italiano

nessuna lingua di padre o di madre

[…]

Ricominciare

con uno scarabocchio stupefatto»

Con mano libera e sicura, finita la fase di laboratorio, L’altra (2001) inaugura una fase del dire tutta presa dal mistero del dire, dalla ricerca di una lingua originaria, di un segno originario che esprime la meraviglia del segno per se stesso, come uno scarabocchio stupefatto. Vivere significa nominare, e la ricerca dell’origine significa la ricerca di una lingua primordiale, confinante col silenzio:

«Non scrisse più. Non seppe più scrivere.

Non ricordò neppure l’alfabeto.

Dunque, dicono di lei, che non ebbe più parole.

Solo visioni.»

Se il creato coincide col detto e alla poesia è data una forza adamitica, allora la sua sfida ultima è quella di esprimere un creato libero dalle parole. Finito il tempo del poeta artefice di nomi che hanno la forza delle cose, inizia l’era del poeta che libera col suo verso il mondo dai nomi che lo hanno falsificato. Si cerca uno sguardo puro come quello dell’animale nel poemetto La cagna. Uno sguardo preumano che assimili la veglia al sonno, e che così facendo riunifichi origine e fine. La nuova poesia si congiunge ai primordi della poesia. Lucetta ripete versi e strofe per sottolineare un bisogno ossesso e inappagabile e per riandare ai versi e alle espressioni formulari, tipici degli albori della poesia:

«Vorrei scrivere solo ora dello sguardo dei cani,

vorrei chiedere scusa agli animali, scusa alla vita.

E forse è lì che voglio arrivare, arrivare al mio presente

papavero osso mano che non tocca nulla,

arrivare a quella vecchia muta che ha già visto tutto

e ha oltrepassato la tristezza.»

Quello che si presenta a uno sguardo puro è però solo sofferenza:

«Quando il dolore è cielo, la palpebra lo raccoglie.»

Di fronte a questo male di essere che governa il creato intero, la parola, benché scarnificata fino al silenzio, viene riscoperta come fonte unica di calore e amore:

«vorrei che fossero parole sempre più aperte lo sai

che per me scrivere non è solo scrivere

ma suoni freddi e caldi e la percezione dei colori

un intontimento

e quello che c’è o ci potrebbe essere

cercando di dirlo.

[…]

Pensavo ai nomi

progetti di sogni

[…]

fino a quando ci faremo carezze

ci chiameremo

per nome»

E se il verso e la strofa formulari segnano il ricongiungimento alle forme antiche dell’epica, anche il tono muta di conseguenza: quelli che nelle prime raccolte erano il fantastico e il fiabesco di Lucetta, qui si sono fatti simbolo, cristallo, parabola e mito.

«Dobbiamo avere dignità

-perché si parla solo coi morti i folli gli spiriti delle cose

balorde e inutili-

la muta dignità degli animali morenti.

Così si dissero quella sera

incoronandosi re e regina

davanti alla notte.»

Questa manciata di versi sembra scritta da un Enea che medita sul suoi imperativo cosmico e sulla fine di Didone:

«Gli assoluti sono aridi, asciutti.

E andava mostrando nessi

lontani, difficili

nel voto di mezzo

come

un lungo lunghissimo intervallo.

[…]

Quante volte vorrei chiamarla indietro

ma qui

c’è solo la sua mano che scrive

di lei

andata via.»

Di fronte alla lacerazione dell’assenza, che domina tutto l’essere e ne sembra l’unica garanzia di realtà, c’è una sola possibilità di ancora incontrarsi, di ancora esistere, ed è il dire: un dire irredento, incatenato alla frenesia di slanci irrazionali e al disinganno di una coscienza che è ulteriore alla ragione:

«lo devo dire

a chi non è più di questo mondo

perché siamo in tanti, tantissimi,

ci scambieremo questi brevi messaggi

ma come un gioco di bambini

[…]

Qualcosa come una voce

bisbiglia di camminare

ancora sulla terra dei fogli.

Altra stella non c’è

per incontrarci.»

Nel 2003 Siamo appena figure è la nuova raccolta che dà inizio a un modo nuovo di intendere il rapporto tra la parola e l’Oltreparola. La meditazione passa attraverso le opere dei grandi pittori. Lucetta si confronta passionalmente con le arti non verbali. Il suo verso ha una forza eruttiva, il suo dialogo è anche scontro, conflitto, faccia a faccia. Se confrontiamo questa silloge con Trittici di Annamaria Ferramosca, è patente che Ferramosca è in rapporto vibrante ma pacifico col segno pittorico, mentre Lucetta è in un rapporto, anche qui, conflittuale e fratturale. Esemplari i roventi versi dedicati alla Maddalena di Georges de la Tour:

«E lentamente smemorando i nomi

e le cose allusero ad altro

la notte simulò un buio più vasto.

L’aria si accese e vibrando mutava

le certezze visibili in ombre

che tornavano in luce inconosciute

al buio ritornando, se ardevo il tempo

in trasparente polvere d’aria –

e fui solo uno sguardo nello spazio.»

Nelle visioni degli antichi maestri, la realtà è una realtà proiettata, una realtà di realtà. “Dicono” Gli sposi Arnolfini di Van Eyck:

«Se questo fosse il sogno di un’altra coppia

un mistero cortese che invisibile soffoca

nel quieto disegno delle cose per svelarsi

solo di là, nell’ardore di gesti dissennati

in ombre e profili capovolti. Ma è così

che ci immagina il nostro desiderio.»

Nel dialogo fra il soldato e la ragazza che ride di Vermeer, la conoscenza del mondo è possibile solo conoscendo il segreto che è il mondo per noi:

«Non credere alle carte geografiche

mai sapranno condurti su strade felici:

te lo dice una donna che viaggia

libera nella casa dove impara

certi segreti che tu ignori.»

E la scoperta stupefatta a cui si approda, non nuova ma rinnovata dallo stupore e dal percorso con cui ci si è arrivati, è quella del nesso originario tra parola e Oltreparola, inesplicabile e inevitabile, incarnato nella Santa Maria Egiziaca del Tintoretto:

«Calmo e chiaro è il mio libro sono sola con lui

mentre fremiti d’alberi e ombre si insinuano

tra abito e pagine e sento

la seta del foglio e dei miei riccioli sciolti sulla tempia.

Dove sono?

Nella casa sicura del libro o in questa ardente

inquietudine se tutto brucia bisbiglia

d’oro e di rosso se questa luce strana

è entrata nella mia carne e non posso più leggere.

Se ora tutti i confini si disfano senza interrogarsi.»

Lo sguardo puro dell’uomo è uno sguardo culturale. L’Oltreparola esiste solo in rapporto alla parola. La presenza del libro è presenza umana e viceversa. Inabissata nell’origine, Lucetta riscopre, semplicemente, che che in principio era il Verbo. E il Verbo che riscopre è la poesia: la poesia che tiene insieme origine e fine, principio di vita e principio di morte, oscurità e luce,primordiale e culturale:

«Luce

stretta

tra due ombre.

Libertà non c’è né elevazione;

la terra sta tra le sue sbarre.

Solo il sogno è respiro.

Si parlano parole parlate da altri

si sognano sogni di altri

i vivi vegliano

i morti per poter parlare.

[…]

La luce la legge sul fondo

mentre scrive

la affida al polso emozionato.

Sale alle labbra

cade assopita sul foglio:

è un bagliore

la poesia.

Le cose non si possono aprire né dire

limpidamente come profezia.

Materia opaca negli spazi mortali

materia sempre scossa

è il sogno –

luceombra girovaga.»

ARTICOLO COMPLETO IN PDF

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4 commenti su “Lucetta Frisa, “Nell’intimo del mondo” – parte seconda

  1. Sono stupefatta, come ogni volta mi accade sui versi di Lucetta Frisa e ora sulle parole di Giorgio Galli nella sua profondissima analisi testuale e di pensiero.
    Ho sempre incontrato, nella poesia di Lucetta, come cifra personalissima, la sua ansia di raggiungere la lingua primordiale dell’umano. lacondizione ancestrale di un tempo arcaico dove il nostro sguardo già indagava l’altrove, si parlava una lingua essenziale, semplice e totale come la lingua animale, comprensibile lungo ogni meridiano, Lucetta, come dalla splendida analisi di Giorgio, si spinge fin nel territorio misterioso dell’evocazione del silenzio, che nei suoi versi si fa perturbante e immensamente loquace. Grazie, Giorgio, per far risuonare tutto il climax di questa scrittura.
    Sommessamente grata anche per aver tu voluto citare in – spero degno paragone- la mia poesia.
    Un saluto caro ad entrambi e alla redazione di Perìgeion
    Annamaria Ferramosca

    Piace a 1 persona

    • lucetta frisa
      12/03/2018

      Annamaria le tue parole sono sempre splendidamente adeguate e, potenti, anche se un po’ eccessive. Ma attraverso quanto dici mi sembra quasi di meritarmele…Ci voglio credere perché mi rinforzano l’autostima.Sei una grande,generosa amica oltre a una grande poeta,grande come la tua anima GRAZIE!

      Piace a 2 people

  2. Giorgio Galli
    07/03/2018

    Grazie di cuore, Annamaria.

    Piace a 1 persona

  3. ninoiacovella
    12/03/2018

    Vorrei scrivere solo ora dello sguardo dei cani,

    vorrei chiedere scusa agli animali, scusa alla vita.

    E forse è lì che voglio arrivare, arrivare al mio presente

    papavero osso mano che non tocca nulla,

    arrivare a quella vecchia muta che ha già visto tutto

    e ha oltrepassato la tristezza.

    Un esempio di poesia quando è poesia. Materia e forma universale.
    Grazie a Giorgio per questa dedica in trilogia a Lucetta. E grazie a tutti gli intervenuti.
    Nino

    Piace a 1 persona

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