perìgeion

un atto di poesia

La coscienza del tempo, di Filippo Ravizza

Disperdere dunque la coscienza
del tempo evaporare gli anni
così senza pietà correre correre
lontani dal qui e dall’ora non
esistere sapendolo mentre
incessante risuona tra le tempie
e queste campagne la certezza
che dice: “Tutto è impossibile,
ma tu ricordati, ricorda il desiderio
offeso del tuo pur mutilato amare”.

di Nino Iacovella

Dei poeti che significativamente hanno vissuto nella seconda metà dello scorso secolo e che hanno pubblicato gran parte delle proprie opere al giro di boa del terzo millennio, Filippo Ravizza è tra quelli che ci offrono lo spaccato più vivido di quella generazione che ne esce con le ossa rotte dalla grande stagione dell’epica politica e sociale. Sin dal libro che precede La coscienza del tempo, e qui parliamo de Il secolo fragile, Ravizza ci vuole dire, in un sostanziale distico di opere, che il tempo della resa è giunto.

I versi di Ravizza, poeta formalmente e sostanzialmente classico (ricorrenti saranno i temi dell’amore paterno, filiale e fraterno, del senso della morte, la passione tradita, il tempo che sfugge) sono il canto epico di una sconfitta che non ha attenuanti. Un uomo e una generazione che ha vissuto nella speranza di una epocale evoluzione sociale e civile del proprio Paese che non si è realizzata affatto. “Apriti in me, secolo fragile / che tutto circonda che ogni / giorno trascina queste lontane / origini – una valle dei templi, una / via sacra – dentro al cuore palpitante / delle cose … cercaci in noi, secolo / fragile dove ho alzato la mia mano, / l’ho messa sulle spalle dei fratelli, / un piede dopo l’altro, un giorno / dopo l’altro come un solo volo / un ritornare sopra quelle nubi / quei fulmini opachi che parlarono, / parlarono un giorno ad un improvviso / silenzio, dissero di correre dietro / alle curve, guardare nel buio dei cantoni … / abbandonando il cielo scivolarono / nell’aria le cose, gli anni, scesero / davanti a te i bambini e i ragazzi / che sei stato; le costellazioni, tua figlia, / la solitudine di chi ha tanto sperato / e ora sa che ogni cosa ogni cosa in / fine china il volto e si dimentica, / affilato orizzonte che scompare.”

Il tono dei testi de La coscienza del tempo denota concitazione, il fiato che manca, la parola spesso ripetuta che inciampa prima di tornare a dire e a piegarsi. Fuori dal mainstream minimalistico dei nostri tempi, Filippo Ravizza ci testimonia che ha ambito, si, ha vissuto per buona parte della propria esistenza sulle ali del massimalismo ideologico e ne ha pagato le conseguenze, con tutto il carico di senso di colpa verso le generazioni a venire. E intanto che la confessione avviene, il tempo scorre inesorabile, non attende nemmeno che tu possa prepararti alla compostezza di un discorso rielaborato. La vita ti chiama e ti presenta il conto degli anni. Come in questo dialogo con il lettore: “Raccontami, dimmi di questo sole / cocente sull’acqua mentre / indifferenti girano le sfere / nel grande vuoto e tutto / scandisce come cicala nella / terra – oro la presenza la superficie / opaca segnata dal pieno dei corpi / e delle cose. Anni, mesi, giorni:/ tutto è inutile per noi; per te: / e questo, ora, lo sai. Passeranno / queste risa, queste grida, queste / meraviglie… a nulla sarà servito / averle amate come inclinate assenze… / risucchiati noi saremo, estinti. / Dunque ora tu siedi, abbi pace, / calma la tempesta del dolore, / resta nell’ alba e nella quiete / mio lettore, mio fratello; come / paglia bruceremo in pochi istanti, / nulla nel nulla.”

Rimane per l’autore, forse, la consolazione della poesia. Se non hai dio, forse solo la poesia è disposta a perdonarti: “non pretendere il miracolo / di esistere dalla poesia, non / pretenderlo… adagiati, abbi / pace, vivi questo momento / che ti dona la sparuta serenità / dei versi; possa accompagnarti / ancora… nulla di più alto, forse, / ci è dato.”

Poesia di ideali quella di Filippo Ravizza; poesia di fragilità, poesia di perduta bellezza. Poesia che tocca le corde del lettore e che per questo rimane.

La coscienza del tempo, La vita felice, Milano, 2017

***

NON SAI

Qui tutto è basso
per resistere al vento
noi anche cammineremo
e tu che pensi tu non
sai se sei migliore di
questi uccelli migratori,
di queste gazze di
villaggio, libellule che
chiamano il tuo respirare …
«Saremo sempre qui» scrivevi
una volta … non ci siamo
mai stati invece non
ci staremo mai; troppo
confidi la tua verità
in questo pieno che apre
alle realtà dell’ essere
alle sensazioni più dolci
alle illusioni di esistere.

Camargue, 5 luglio 2015

***

VIA VIA AL DI LÀ DEI PONTI

Si nascosero dunque,
volarono via, insieme
come fratelli non seppero
non seppero mai d’ essere
fatti di niente…
tentarono quindi di ignorare di
ingannare il tempo quel seguire
lontano dei crudi giorni, via
via al di là dei ponti, via
sopra ai fiumi e alle catene
delle ore e dei minuti…
via via senza sapere
potendo poco amare
il ricordo come una ripetizione
di gesti oscuri di camminamenti
incisi qui, qui, dove adesso ci
stiamo toccando dove ora
non riusciamo a comprendere
cosa vuol dire sapersi come
una parte senza scopo animata
nella carta, fedele alla linea
che fissa la matita, vicina
al cuore al tremore del sogno
o alla tenerezza di un addio.

***

FRECCIAROSSA

Vorrei vederti ma non posso
venire da te da qui da questa
“frecciarossa”, il treno che
mi porta a Roma e che
ora attraversa la Toscana verde,
campi e casolari, boschi e colline,
della patria della nostra lingua,
lingua della nostra patria …
eppure vorrei toccarti, toccarti,
vorrei baciarti e dire che ti voglio
almeno oggi per me … io
che mai ti ho avuta io
che mai ti avrò…
tu forse ora ravvivi i bei
capelli e gli occhi scintillanti
apri sul mondo che così tanto
ami …
tra i bui tunnel delle gallerie
mi viene incontro la gentile
Toscana, il nostro sangue
che è gentile quando non è
selvaggio e terribile quando
non è fuori di sé fuori dalle
ampie latitudini della Storia
occidentale, la Storia migliore,
e tu sai cosa sto dicendo …
avessi capito di più io
avessi sentito di più come
e quanto essere tutti essere
tutti veramente come veramente
mi scelgono queste morbide colline,
seni di giovani donne, come loro
teneri, come loro profumati;
mi scelgono, sanno che sono
un figlio, uno di quelli che trovano
qui la propria casa, la raggiungono
sempre anche a tentoni, anche tastando
nel buio della notte le conosciute
stanze i riconosciuti approdi della
quiete.

 

***

FINALMENTE

Preferire dunque lettere sparse
attente vibrazioni della mente
aprire aprire i cieli e i voli ali
che compitano le matematiche
parlano tutte insieme vengono qui
si raccolgono su questa immota arena
di sogni quasi una spiaggia vuota dove
vedemmo volare esili ragazze ali quali
un ricordo di quello che mai saremmo
stati quali una veglia un fuoco e delle
speranze vere di essere tutti, abbracciare
tutti, come un tempo felici nel remare
nello spostare acqua aria vento
la solidità apparente delle cose
in uno spazio finalmente creato
dal pensiero.

***

ALLA FINE, LE PAROLE INTERE

Alla fine, è come ricordare gole,
rocce bianche a strapiombo, pareti,
è cadere precipitando, è giù, in fondo,
un fiume tortuoso e secco vedere
da lì da certi passaggi, immagini
d’Italia e di Francia, laghi delle Alpi,
pianure di Milano, vedere la tua vita
vederla intera come a precedere una
meraviglia che dice: “Ora che è quasi
tutta trascorsa in fondo alla gola
tra le rocce o qui sul selciato di Milano,
è modesto il suo corso lo sai … più
grande poteva essere l’impeto o
anche la perseveranza del succedere…”
ma certe cose le ricordo le ricordo ancora
io che penso adesso a quale futuro
costruirà questa forte e ancora informe
volontà di essere, essere come acqua
e levigare pietre e ostacoli superare
i mulinelli della Storia sapere ancora
una volta che qualcuno ricorderà
chi fummo noi… e poi spegnere la luce
deporre la matita, affidare al silenzio
alla carta le parole intere.

__
Filippo Ravizza è nato a Milano, ove risiede, nel 1951. Poeta e critico letterario, è autore, prima de La coscienza del tempo, di sette raccolte di versi: l’ultima in ordine di apparizione è la fortunata silloge Nel secolo fragile, uscita nel febbraio 2014 (la seconda edizione è del novembre 2015) presso La Vita Felice. È del 2012 La quiete del mistero (Amici del Libro d’Artista), preceduta da Turista (Lieto Colle, 2008), Prigionieri del tempo (Lieto Colle 2005), Bambini delle onde (Campanotto, 2000), Vesti del pomeriggio (Campanotto, 1995), Le porte (Schema Editore, 1987). Nella sua città ha tra l’altro ideato e realizzato, insieme al docente e critico letterario Gianmarco Gaspari, “Lezioni della Storia – Dopo un secolo quale memoria”, un ciclo di conferenze iniziato nel 2011, lettura della Storia italiana ed europea attraverso la letteratura. Tra le altre vanno segnalate le conferenze che Gaspari e Ravizza hanno tenuto su Alessandro Manzoni, su Vittorio Sereni, Eugenio Montale, Umberto Saba, Italo Svevo e Giovanni Pascoli. Nel 1995, insieme al poeta Franco Manzoni, Filippo Ravizza ha redatto il “Manifesto in difesa della lingua italiana”, oggi parte del programma orale (cours de production orale) per il conseguimento del dottorato specialistico del Dipartimento di Italianistica dell’Université Paris 8 (Paris – Saint Denis, docente Laura Fournier). È stato chiamato a rappresentare la poesia italiana contemporanea alla XIX Esposizione Internazionale della Triennale di Milano (1996). Attualmente coordina le iniziative culturali di una grande organizzazione di rappresentanza economico – sindacale milanese.

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Questa voce è stata pubblicata il 18/03/2018 da in poesia italiana, recensioni con tag .
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