perìgeion

un atto di poesia

Giovanni Fierro, Gorizia On/Off

 

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di Francesco Tomada

 

Forse la scrittura – uso la parola “scrittura” invece di “poesia” non a caso – è davvero un piccolo miracolo, in frutto di un’intersezione momentanea di circostanze ricercate con tenacia: disposizione d’animo, sedimentazione dell’ascolto, disciplina nell’applicazione e nella ricerca, forma e contenuto, e ovviamente talento. Questa considerazione, che per molti aspetti so essere banale e scontata, serve per introdurre le condizioni in cui è nato Gorizia On/Off (qudulibri), ultimo lavoro del poeta isontino Giovanni Fierro: ideata come una semplice pubblicazione di post su Facebook a cadenza settimanale, nel corso del tempo si è progressivamente trasformata in un percorso compiuto e coerente, compatto nel suo svolgersi.

Poco importa, a questo punto, chiedersi se si tratti di poesia canonica: è “scrittura” perché inizialmente pensata per le dimensioni e la struttura del social network, è “poesia” per la sensibilità che spesso ritrova e raccoglie versi e immagini dai testi precedenti di Fierro, per la coesione che queste parole dimostrano, trasformandosi in un viaggio nell’interno della città e delle persone che quotidianamente la vivono. Poco importa anche chiedersi se i nomi siano reali o immaginari, se le storie appartengano davvero a qualcuno oppure no, perché finiscono comunque per essere storie di tutte le persone che ogni giorno si avvicinano e si sfiorano in qualche punto di tangenza che Gorizia On/Off riesce a catturare.

Pur radicandosi nel territorio in cui nasce, Gorizia On/Off è quindi uno spaccato a suo modo universale nel raccontare i piccoli dolori, i turbamenti individuali, ma anche i drammi di portata molto più vasta, come ad esempio la tragedia dei richiedenti asilo. Per questo si tratta di un libro che merita attenzione e ascolto, e che in fondo dimostra come anche la rete, ed i social network in particolare, possano rappresentare un punto di partenza quando un autore trova in essi uno stimolo per giungere ad una elaborazione così personale ed al tempo stesso comune.

***

 

4

 

Oggi la luce su Gorizia è un nodo

che non si scioglie, le foglie in corso Italia

sono un salto finito, dai rami degli alberi.

Uscito dal tabacchino vicino all’incrocio,

con la cintura troppo stretta

alla vita, Michele Bensa si ferma

e si dice: “Mi fido delle sigarette,

quando il fumo che butto fuori

mi fa vedere il mio respiro, esatto.

È una verità. E fumare è l’unica cosa

che riesco a fare meglio di mio fratello”.

 

 

10

 

Le altalene di Gorizia sono la sorpresa che ti libera

dalla terra, da ogni nodo che ti stringe al cuore.

L’altalena del parco della Rimembranza ti porta

fino al dentro della parola ‘abbraccio’, tra le sue foglie

e i suoi rami e lì ti lascia, con le scarpe slacciate;

quella dei Giardini Pubblici arriva sull’orlo

del dire ‘mi ricordo di te’, e poi non torna più indietro,

contenta di conoscere una promessa.

Tra le case di S. Anna l’altalena è la spinta che ti porta

sopra la fontanella d’acqua fresca, dove inizia

la primavera assieme al volo delle rondini sopra il volo

del pensare il ‘perdonami’.

Con la pelle fresca della sua età da venire, Alessia Braidot

tutto questo lo sa molto bene, e non vuole più crescere.

 

 

26

 

A Gorizia l’amore è il piacere da confessare,

non il suo peccato; è l’abbraccio del silenzio

che sta nel fondo della fontana del Nettuno

in piazza Vittoria, è la pronuncia di “Nova Gorica”

che sbaglio sempre. Conosco l’amore con cui

Fabio Stella apre la bottiglia di vino bianco

alle otto e venti del mattino, si riempie il bicchiere

e si ricorda che “la fiammella del gas è l’unica

stella che so accendere”. A Stefania Suligoj piace

la parola ‘tacadìz’, e di ‘attaccaticcio’ vorrebbe

solo un corpo caldo sul suo, a fare del respiro

un bacio, e poi un incanto e poi un fiore.

Fra queste case e vie, l’amore si muove

con il passo di un colore che ha paura di asciugarsi presto.

Ma se è sbagliato, non di cuore ma di precisione,

qui l’amore pensa ancora che si può vivere

di aiuti statali. Questo non l’ho detto a Giulio Bon,

quando sul muro di via Favetti ha scritto

“Serena ti amo, anche quando studi”.

 

 

30

 

Gorizia sotto la pioggia è un silenzio con la colpa

della paura, in ogni respiro che scopri è anche

il tuo. La galleria Bombi si apre su piazza Vittoria,

ha trecento metri di budello, e stasera li portano

qui. Afghani e Pakistani, più di cento. In questo

venerdì sera in cui manca l’aria che spinge al cuore

il pensiero migliore. I loro nomi hanno il suono

di una provenienza, Anwar, Iqbal, Akhund, Malik,

Massoud, Khan, Fahim, Ashraf, hanno radice in

ciò di cui hanno bisogno, latte, acqua, coperte,

zucchero, biscotti, scarpe, pane.

Stasera la Galleria Bombi è una grotta, è l’approdo

al loro naufragio, iniziato già a casa, e misurato

a piedi scalzi, con pelle scura e occhi accesi.

Ti chiedo, ma perché proprio qui? Per ricordargli

che hanno bisogno di una tana?

E allora digli di inventarsi il letto, e magari un abbraccio

e anche la buonanotte.

Per il loro andare ci vuole una stretta di mano,

a riconoscere la mappa più giusta. E io so questo,

la prossima volta che ci passo, qui assieme ai miei

figli, potrò solo dire loro, “vedete, care creature,

qui si può dormire, ma non sognare”.

 

***

 

 

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2 commenti su “Giovanni Fierro, Gorizia On/Off

  1. Giorgio Galli
    28/03/2018

    C’è una familiarità non intimistica che forse si ritrova solo nella poesia dialettale. Una bella scoperta.

    Piace a 1 persona

  2. gianni montieri
    29/03/2018

    molto bene Francesco su un libro importante come quello di Fierro.

    Piace a 1 persona

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Questa voce è stata pubblicata il 28/03/2018 da in poesia, recensioni, scrittura con tag , , .
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