perìgeion

un atto di poesia

Rutu Modan “La proprietà”

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di Giorgio Galli

Il fumetto si colloca a mezza via fra le arti simboliche e quelle di tipo “romanzesco”. Ci sono due modi di raccontare: il primo, diacronico, opera un compromesso fra il tempo dell’orologio e il tempo psicologico, rispecchia la struttura caotica del reale e dà la direzione delle cose solo in ultimo, retrospettivamente, come avviene nella realtà -ed è quello che fa il romanzo. C’è poi un modo di raccontare sintetico, che elude il tempo reale e si affida al movimento delle forme -ed è quello che avviene nella poesia, nel racconto, nel teatro. Il fumetto ha, sul romanzo, il vantaggio della forza delle immagini, e sul cinema quello di una maggiore economia di mezzi. Non disponendo del sonoro né del movimento, deve creare il suo tempo con le forme, mescolando il verbale e il visivo fino a ottenere un effetto di durata. Deve saper eludere il tempo psicologico del lettore attraverso un uso attendibile delle ellissi. L’ellissi, nel fumetto, è come il pedale nel pianoforte: va usata poco e nel modo giusto, ma è fondamentale per definire “il tocco dell’artista”.

Rutu Modan risolve il problema con brio e profondità. La “sceneggiatura” de La proprietà (Lizard, 2013) è fatta di ritmi molto veloci, ma non serrati, e, al contempo, gioca su due piani temporali: la Polonia di oggi e quella dell’epoca nazista.

Una nonna torna in Polonia per riprendere possesso di una proprietà dei suoi genitori. La accompagna una nipote. La ragazza non capisce il polacco e non conosce certi aspetti della tradizione ebraica. La nonna ricorda tutto, ma i luoghi e le persone sono cambiate. Ci sono strade conservate non com’erano, ma come i polacchi d’oggi credono che fossero. C’è perfino una simulazione di rastrellamento nazista, fatta a beneficio dei turisti, che è un po’ troppo realistica, e infatti la ragazza si spaventa sul serio. Che cos’è la memoria?, ci chiede Rutu Modan mentre sdipana, con naturalezza da scoiattolo, situazioni buffe, romantiche e comiche, mentre descrive con pochi tratti le psicologie di personaggi mai idealizzati, personaggi concreti, che sbagliano e hanno sbagliato, che hanno segreti e dispiaceri. Gioca col tempo, gioca con il realismo psicologico, gioca con i generi letterari, sfiorando il giallo, il romanzo storico e il romanzo familiare senza mai sposarli del tutto. E giocando ci dice qualcosa di serio: ci dice che la memoria è un divenire, e che la celebrazione, e perfino la storicizzazione, creano sempre dei falsi.

In un libro -quale non lo ricordo- ho letto di un uomo emigrò in Europa, al tempo del colonialismo inglese da un remoto villaggio indiano. Studiò, si fece, come si dice, una posizione. Quando tornò a trovare il vecchio padre, gli mostrò una mappa: c’erano il villaggio, e il fiume lungo il quale l’uomo aveva trasportato legname per tutta una vita. Il vecchio padre si offese. La linea del fiume, sulla mappa, non recava traccia dei suoi sacrifici e del tempo passato a lavorare.

La Storia si comporta coi suoi personaggi secondari come la mappa con il vecchio padre: fissa e astrattizza qualcosa che, per chi c’era, è vivo. Sottrae al deperimento ciò che, nella memoria, ha continuato ad essere e a mutare. Nella storiografia di quei grandiosi e tragici eventi che furono la seconda guerra mondiale e la Shoah, la storia della nonna e della sua proprietà, la storia del grande segreto che la nonna nasconde alla nipote, non possono essere fissate. Sono vive e continuano ad agire. Sono ricordate, e le cose ricordate contengono in sé il germe del loro decadimento, della loro mutazione, mentre la memoria ufficiale lo elude. I responsabili delle ricostruzioni storiche conoscono ogni nome e ogni mestiere degli ebrei che abitavano una certa strada. Conoscono ogni testimonianza e ogni fotografia. Ciononostante, la strada ricostruita è irrimediabilmente falsa, e la meticolosità della ricostruzione crea solo il ridicolo.

Nella sua saggia costruzione della vicenda, Rutu Modan ha ambientato la sua narrazione non al tempo dei fatti, ma in quello che pretende di immobilizzare i fatti. Ha fatto cozzare due epoche -e così ha dato al suo racconto sul tempo tutta la tensione di un metaracconto. Lo scontro dei due piani cronologici è reso narrativamente dall’alternanza tra il punto di vista della nonna e quello della nipote. Con una complicazione in più.

La ragazza e la nonna parlano tra loro in ebraico. La ragazza parla coi polacchi in inglese. Ma tutti gli altri parlano tra di loro in polacco. Graficamente, l’alternarsi delle lingue è rappresentato dall’alternarsi del maiuscolo e del minuscolo nelle nuvolette. Nelle scene in cui il punto di vista è della ragazza, quando lei parla la propria lingua -l’ebraico- le nuvolette sono in maiuscolo. Quando invece si esprime in inglese, sono in minuscolo. La ragazza, però, non capisce il polacco. E allora Rutu Modan riempie le nuvolette di ghirigori senza senso. Quando il punto di vista è però quello della nonna, non ci sono vignette geroglifiche: la nonna parla e capisce tutte e tre le lingue. Rutu Modian usa il maiuscolo quando la nonna si esprime nella sua lingua corrente -l’ebraico- e il minuscolo quando parla una seconda lingua -il polacco o l’inglese. Adoperando un sistema semiotico “che non torna”, l’autrice ci fa immedesimare, con grande semplicità, nel mondo interiore spaesato delle due protagoniste, nel loro tempo psicologico, e lo switch linguistico ricrea lo switch temporale ed esistenziale che lega e divide le due donne.

Un commento su “Rutu Modan “La proprietà”

  1. Giorgio Galli
    29/03/2019

    L’ha ribloggato su La lanterna del pescatore.

    "Mi piace"

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Questa voce è stata pubblicata il 05/04/2018 da in all'incrocio tra le arti, feuilleton, recensioni con tag , , , , .
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