perìgeion

un atto di poesia

Viola Amarelli, Il cadavere felice

 

di Giusi Drago

 

“ho perso, ho perso, ho perso”

ma non ricorda più cosa

da vincere ci fosse

 

Sono questi i versi conclusivi de Il cadavere felice di Viola Amarelli, uscito nel 2017 per i tipi di Sartoria Utopia in 120 esemplari numerati (realizzati con impeccabile eleganza “dalle menti e dalle mani” di Manuela Dago e Francesca Genti). In questa chiusa risuona un’acuta e ironica consapevolezza della vanità del nostro sapere, del nostro dire e del nostro fare: un tema declinato da Viola Amarelli in molteplici variazioni. Se retrocediamo fino all’incipit del libro, troviamo infatti a mo’ di epigrafe:

– di cosa parlano?

– al dunque, niente

sorda sirena

La raccolta si apre e si chiude all’insegna di una dimenticanza, di una perdita non tanto di memoria quanto di significato: “perso splendidamente” dichiara un verso, con il quale l’autrice ribadisce la propria distanza dall’orizzonte agonistico che caratterizza il sapere occidentale. “La vita è l’arte di essere perdenti, nulla di nuovo – dimentica” scriveva ne L’ambasciatrice.

Mi preme ricordare che “sorda sirena” è citazione di una straordinaria poesia di Giuliano Mesa in cui viene indicata la vera natura della fine, ovvero il suo essere già in cammino, in atto: “è già finita / non resta che finire”. Forse meno tragica di quella di Mesa, anzi in apparenza irriverente – ma non meno consapevole – è la riposta che la poesia di Amarelli dà all’inconsistenza, al teatrino, al vacuo di tutte le parole:

le belle parole

le giuste

le sufficienti

quelle necessarie

finiscono nello stesso

punto dove nascono.

il silenzio – sipario

 Silenzio – sipario – sorda sirena: come reagisce dunque la scrittura a questa mancanza di senso? Avanza frantumando la sintassi (asintattismo della tradizione della neoavanguardia) e per accostamenti visionari di matrice surrealista, poi precipita o si innalza improvvisa in sentenze acuminate. Questa sua sentenziosità (densa e attraente) è potenziata dal riferimento a tradizioni spirituali non occidentali, su cui tornerò.

I tre elementi uniti – frantumazione della sintassi, visionarietà surrealista (il titolo stesso dell’opera Il cadavere felice rimanda al cadavre exquis, gioco di parole e di società inventato dai surrealisti) e sentenze acuminate – fanno sì che nei versi di Viola Amarelli si produca, per utilizzare una terminologia del linguista de Saussure, un certo grado di incongruenza sintagmatica e un effetto di verticalità, cioè un rafforzamento del paradigmatico.

La coppia sintagma / paradigma ha a che fare, secondo de Saussure, con l’orizzontalità e la verticalità del linguaggio ed è questo l’aspetto che mi interessa mettere in luce riguardo all’opera di Amarelli. Mi spiego meglio: nella successione sintagmatica domina un ordine orizzontale (spazio-temporale) in cui ogni termine si relaziona ai termini che lo precedono e seguono nella frase, mentre lungo l’asse paradigmatico o associativo c’è uno sviluppo verticale, perché il termine scelto è in una concatenazione virtuale di termini somiglianti, ma che non compaiono nel discorso. Il paradigmatico è puntuale, come “il centro di una costellazione, il punto in cui convergono altri termini coordinati”, ma soprattutto istituisce rapporti di affinità in absentia: un termine ne richiama un altro che può sostituirlo, dove c’è l’uno non c’è l’altro. In questo senso la scrittura di Amarelli potenzia l’aspetto paradigmatico del linguaggio, sia perché entra in dialogo con i fantasmi, gli assenti, sia perché ha una modalità espressiva selettiva, disgiuntiva, alternativa. A titolo di esempio riporto una poesia di Viola dove orizzontale e verticale si definiscono reciprocamente, nel regno (costellazione) dei morti:

nell’ambito // nel novero

dei morti

la graduatoria orizzontale

a pira a fossi

m’accosto, la tocco

tra breve la terra già grassa

di sotto il sordo del magma

che preme, che cerca

l’osmosi continua, intrauterina.

 l’odore, delle erbe. non dei fiori.

 

L’ossimoro “graduatoria orizzontale” viene subito incalzato e rafforzato dal prevalere della verticalità paradigmatica delle “pire” e dei “fossi” (alto/basso). La terra grassa sorregge, pur se a propria volta minata dal “sordo del magma” che comunque non cancella in superficie “l’odore delle erbe”. Di fioritura, qui, non è il caso di parlare.

 Ma la poesia di Viola Amarelli ha molti timbri, oltre al confronto con la morte, che pure resta essenziale (del resto, una sezione del libro si intitola φαντασματα e un’altra dèmoni); è anche “salto lieve di festa” e sfoggia quindi in più luoghi un’attitudine ilare e “schiattosa” (cioè, in napoletano, dispettosa e provocatoria). Molti testi oscillano tra satira ed epigramma – Viola è stata una precoce lettrice del poeta Marziale –   stemperando quindi la severità di una scrittura a tratti nervosa, asciutta e prosastica: “dite qualcosa / io vi dirò altro”.

Non dimentichiamo poi che il cadavere del titolo è felice – come mai? di che cosa è felice? si fa beffe di noi, non ancora morti? La questione riguarda piuttosto ciò che il corpo ha imparato della vita e può imparare del morire, riguarda il paradossale statuto dell’aver fatto esperienza. Le sentenze che Viola Amarelli pronuncia a partire dal sapere del corpo (e dai limiti del corpo) sono lapidarie e vere, perché scaturite da un’angolatura postuma, per così dire. Chi parla è naturalmente un vivente, ma allenato a esercizi buddhisti di distacco, di impermanenza e di svuotamento – pur restando ancora immerso nella vita –, è questa la prospettiva non occidentale che potenzia le sentenze. Ne fanno fede versi come questi:

brucia brucia come legna le passioni

illimpidisci, tutto ha già vibrato

“Tutto ha già vibrato” denuncia l’inganno del desiderio, smaschera l’ideologica esaltazione dell’uomo come animale desiderante, quindi perennemente teso e frustrato – o annoiato, nelle pause in cui il desiderio muore e lascia la presa…

scopo bevo drogo

trista confusa insisto

finché dura, provo

cosa può un corpo,

poco

 

Il corpo può poco e “poco del molto è certo”: per esempio, il nascere e il morire. Tornando agli esercizi di impermanenza della tradizione orientale (frantumazione dell’io nella sua illusoria durata), non è secondario che alcune delle più impressionanti – per noi occidentali – meditazioni a cui è chiamato l’adepto o il rinunciante nel buddhismo coinvolgano proprio il corpo.  Non solo ispirazione ed espirazione, anche le parti impure (per esempio le lacrime, la saliva il pus, il liquido sinoviale, il sangue e l’urina) del corpo vanno contemplate e prese in considerazione “separatamente, una ad una”. Un altro esercizio spirituale, ancora più estremo, prevede la contemplazione di corpi fatti a pezzi e smembrati (meditazione utile per esercitarsi nella comprensione dell’inesistenza del sé) fino a che del corpo spolpato restano solamente “le ossa bianche come la neve”. A tale contemplazione dello smembramento del corpo è spesso associata una meditazione sullo scheletro o sulle ossa sbiancate. “La contemplazione delle ossa sbiancate consiste, per esempio, nel fissare la propria attenzione sull’alluce destro o sinistro e nel vedervi un enorme gonfiore. Il discepolo lo scortica mentalmente e ne vede uscire un liquido giallo come sangue purulento. Dopo aver visualizzato la putrefazione delle carni, alla fine vede unicamente l’osso bianco nel quale si trova una goccia di luce. A questo punto il discepolo visualizza questa goccia di luce che purifica tutte le ossa dello scheletro fino a trasformarsi in pura luce. Il discepolo allora accede al vuoto e all’oblio del suo corpo” (da Trattato di antropologia del sacro,  a cura di Michel Masson, vol. 8, Jaka Book, 2008)

La peculiare forma di felicità del cadavere potrebbe essere quella di giungere, una volta purificato e semplificato dai gravami corporei, alla sua natura d’osso con goccia di luce annessa. In una poesia Viola lo esprime così:

aironi, fenicotteri, libellule
ma le poiane pure hanno il loro ruolo
scarnificano, pulendo all’ossoessenza
quello che resta, quel che m’interessa.

In un’altra così:

uno sciame di mediocrità

ronzanti sulla polpa – quel che resta –

sull’osso, ma

il cadavere – dicono – felice

 

Si tratta naturalmente di una felicità paradossale, ossimorica.  “Scrivo perché voglio indagare aspetti della realtà che mi sembrano paradossali e che gli altri sembrano accettare” afferma l’autrice con la franchezza che la contraddistingue. Richiama Brodskij che riteneva la poesia un corto circuito cerebrale, cioè una forma di conoscenza rapida, efficace, capace di produrre riflessioni inedite. Da questo punto di vista la lingua poetica, nel suo essere generatrice di cortocircuiti, è connessione elettrica fra tutte le rappresentazioni mentali, ma Amarelli sa che le parole sono pietre, cioè inassimilabili, estranee: non ci resta quindi che frantumarle (consumandole nell’uso) o farle rotolare come biglie (nel gioco).

le parole sono pietre.
tu scheggiale
fino a che non diventano sabbia, polvere.
fine

Non credo sia sbagliato connettere questo sbriciolarsi delle parole con lo smembramento del corpo, lo suggerisce anche la plurivocità del termine “fine” in questa bellissima chiusa.

Per concludere a mia volta, chiamo ora in causa Nanni Balestrini e il suo Prendiamoci tutto. Conferenza per un romanzo. Letteratura e lotta di classe del 1972 dove si legge: “Indipendentemente dal fatto che la poesia abbia un discorso esplicito o oscuro, essa ha sempre rappresentato e rappresenta tuttora il grado più alto di consapevolezza e di trasformazione del linguaggio della società. Per questo, che è la sua unica funzione e il suo significato, la poesia sempre investe e modifica la realtà: quella del linguaggio appunto. Il mondo no, quello non l’ha mai trasformato, né mai lo trasformerà la poesia. Ma perché quest’idea bizzarra, perché proprio lei dovrebbe farlo? Perché non la scultura, il balletto o il giardinaggio?” Credo che Viola Amarelli potrebbe concordare con queste affermazioni che sottolineano i costitutivi limiti della poesia desublimandola; dal canto suo l’autrice ci ha consegnato, sul rapporto poesia e realtà, una dichiarazione di sapore tautologico, e forse per questo radicale e sapienziale:

Io ho questa lingua, ereditata. La torco, la smonto, la brucio. Rimbalza, reingoia, la lingua già amara. La spezzo, si spezza, paterna, conata. Il mondo è parole, a cambiarle il mondo si cambia. Una rosa è una rosa è una rosa. Roseggia. L’ortica orticheggia. E risana.

 

Poesie

 

una città fantasma verde e gialla

al centro di ogni solitudine

sbiadisce, si prosciuga

giorno a giorno svuotata

di persone, suoni ed erbe

 

la valle e gli elefanti, qui a occidente

 

*

 

aveva cuore, il sufficiente

ma l’anima, oh

quella, era venduta

e ne avvertivi

perfino in bocca

perfino tra le cosce

pallida l’evanescenza,

ammalorata.

 

*

 

potresti scrivere una poesia semplice?

 

certo, una parola sola

affetto

 

e un dono: mangiare insieme pane e pomodoro

 

salto, lieve, di festa come la tua vita

nel balenio di coda, corsa che

 

danza

 

*

 

le cose non vanno come dovrebbero

come vorresti, piuttosto, dillo

non sei le cose

 

falle andare, resta amato un attimo

la stria di catrame degli stradini

roventi di sole al calore

 

la striscia di sangue, peonia su gambe

le cose la cosa che dici

che parli che ignori, non vedi

la tocchi

 

partirono in tanti, arrivano in molti

ricambio dell’aria al riciclo

gli affetti, silenzi che abbracciano

culle, risate nei grappoli

beata lussuria di buio e di acqua, le aringhe

sul Baltico, il freddo, corrente

il geyser e la lava, l’hai vista? l’hai detta?

 

che spreco di suoni, starnazzo noi oche

le cose non vanno, si fermano, splendono e

piangono

 

*

se non ci fossimo – quando più non ci saremo ­­–

andrebbe, andrà, tranquillamente tutto avanti (indietro)

come prima che comparissimo

– quando homo latitava in qualche giro elicoidale, intramebale –

tranquillamente tutto andava indietro (avanti);

o del rasserenarsi una speranza

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3 commenti su “Viola Amarelli, Il cadavere felice

  1. ninoiacovella
    21/04/2018

    Mi piace questo modo di scrivere che si plasma sull’argomento, mimetico sino alla scarnificazione letteraria che, così, riflette la morte. E il taglio critico di Giusi Drago è sempre un dono che gratifica sia l’autrice dei testi che i lettori di questo post. Grazie.
    Nino

    Mi piace

  2. francescotomada
    24/04/2018

    Finalmente riesco a passare da qui per lasciare una traccia di apprezzamento per la scrittura di Viola, che è ricerca continua, spostamento, evoluzione, ma con una solidità e una consapevolezza fuori dal comune, e la capacità di piegare la lingua verso il significato. E grazie alla lettura di Giusi, che per diversi aspetti trovo simile come attitudine e percorso a Viola.

    Francesco t.

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  3. viomarelli
    24/04/2018

    grazie a Giusi per la profondità dell’analisi e grazie, sempre, all’ospitalità di Perigeion e a suoi lettori, Viola

    Mi piace

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