perìgeion

un atto di poesia

Intervista a Paolo Saporiti / Prima parte

 

 

sap3

 

 

Da diversi anni Paolo Saporiti sta tracciando una traiettoria di grande valore all’interno del panorama della musica italiana. Artista difficilmente catalogabile, dopo cinque album cantati in inglese e (molto genericamente) classificabili come folk, con il disco omonimo del 2014 (Orangehome), salutato anche dalla critica più intransigente come un vero e proprio capolavoro, ha iniziato un nuovo percorso, sia per il passaggio alla lingua italiana relativamente ai testi curatissimi ed evocativi, sia perché il lavoro vede la presenza di Xabier Iriondo, chitarrista degli Afterhours, che concorre a spostare il baricentro della musica verso un rumorismo di stampo spesso più sperimentale ed aspro. “Bisognava dirlo a tuo padre che a fare un figlio con uno schizofrenico avremmo creato tutta questa sofferenza” (Orangehome), pubblicato nel 2015, è un lavoro ancora più estremo: in esso sono contenuti sei brani eseguiti due volte: la prima con la band e quindi con arrangiamenti più tradizionali – ma non convenzionali-, la seconda invece vede protagoniste le manipolazioni di Iriondo, spesso dissonanti e decostruttive.

Nel frattempo Saporiti, insieme a Iriondo e a Giorgio Prette, batterista anch’egli con una lunga militanza negli Afterhours alle spalle, dà origine al progetto Todo Modo: il gruppo pubblica due lavori, il primo omonimo nel 2015 e successivamente “Prega per me” (2017, entrambi per Goodfellas), in cui, pur essendo la voce e la scrittura di Saporiti decisamente presenti, l’asse si sposta verso le coordinate di un rock con forti derivazioni sperimentali.

L’occasione per questa lunga intervista deriva dalla recente pubblicazione di “Acini” (Goodfellas), nuovo lavoro di Paolo Saporiti, a distanza di tre anni da quello precedente. “Acini” è probabilmente un lavoro più accessibile rispetto agli altri, anche perché non vede la partecipazione di Xabier Iriondo, ma al tempo stesso è un disco dove ogni aspetto sembra calarsi perfettamente lì dove deve stare: si tratta di un songwriting personale, probabilmente non così aspro e cupo come in passato ma al tempo stesso per nulla accomodante, sottolineato da arrangiamenti assolutamente perfetti. Invitandovi ad ascoltare i lavori di Saporiti sulle piattaforme di streaming, vale la pena evidenziare come anche i video che accompagnano la pubblicazione di “Acini” siano dei lavori curatissimi e particolari, come nel caso di Arrivederci Roma e di Amica mia.

Di seguito viene proposta la prima parte della lunga intervista con Paolo; a breve verrà pubblicata anche la seconda.

 

acini

 

 

Se non ho perso qualcosa per strada, “Acini” è il tuo settimo album. Io però partirei da un poco più indietro, da quel “Paolo Saporiti” del 2014 che credo sia stato un passaggio importante della tua carriera, sia perché è stato il tuo primo lavoro con testi in italiano, sia per l’aspetto musicale: mentre in precedenza ti muovevi in un ambito che forse può essere genericamente definito “folk” (per quanto le definizioni possano avere valore), da lì in poi le strutture e gli spettri sonori si sono decisamente ampliati, proseguendo un percorso già iniziato con “L’ultimo ricatto”. A distanza di quattro anni, che cosa ha rappresentato per te quel disco?

Un punto di non ritorno ma per una questione strettamente linguistica. Per il resto, sono pronto a rimangiarmi tutto quanto, ogni volta, a seconda dello stato d’animo. Musicalmente avevo già messo le basi del cambiamento con “L’ultimo ricatto” e il percorso è proseguito fino ad arrivare a oggi, con una sorta di ritorno alla melodia e a una maggiore volontà di arrivare alle orecchie delle persone.

Lavoro per perfezionarmi in ogni singolo aspetto: voce, testi, arrangiamenti e collaborazioni. E’ la mia vita e farò quello che sentirò sempre, passo per passo.

All’epoca mi interessava testimoniare l’impossibilità delle relazioni e denunciarne il fallimento, ora invece parlare del successo famigliare.

Stravolgere le strutture e le sonorità, è stato un passo dovuto per risolvere l’immagine che mi portavo dietro da anni, quella di un bambino che gioca nella sua stanza con l’apocalisse fuori dalla finestra, proiezione e specchio del suo mondo interiore. Il bambino è cresciuto ma chissà che cosa porterà la vita…

Il lavoro successivo, “Bisognava dirlo a tuo padre…”, è forse ancora più estremo: gli stessi sei brani interpretati in modi molto diversi, una prima volta con il gruppo abituale e dunque più “canonici”, una seconda volta sottoposti ai trattamenti di Xabier Iriondo. Al di là del valore del disco, vorrei chiederti qualcosa sul significato di questa operazione: ti serviva cercare ed attuare possibilità differenti e lontane fra loro? Hai mai avuto paura che “Bisognava dirlo a tuo padre…” potesse sembrare eccessivamente volto allo sperimentalismo?

Ero cosciente del rischio ma avevo bisogno di manifestare quest’intenzione, nel nome del mio modo di essere. Rispettare la volontà di cambiamento che cerco in ogni progetto. Più o meno velatamente accenno sempre a quello che verrà, quali saranno i passi successivi. Ho vissuto ogni fase, fino a ora, come la parte di un continuum.

Non voglio dire che dentro di me sia sempre stato tutto chiaro ma quasi. E’ come se conoscessi la strada fin dall’inizio ma faccio di tutto per dimenticarmene, per rimanere in uno spazio di godimento reale.

Riscopro ogni volta tutto il processo mentre il tempo scorre e quando mi chiedono che cosa ho fatto, il gioco è ancora più bello, perché mi devo spiegare. In “Bisognava dirlo…”, ad esempio, anticipavo quello che è successo successivamente con la scissione tra il mio modo di cantare in Todo Modo e il mio modo più personale, tipico di “Acini”.

E’ un po’ come tornare a casa, voltarsi e guardare la strada che si è percorsa. Sentivo che era finalmente arrivato il momento di giocare con queste parti, senza avere paura di perdermi o di perderle. La questione dei confini è sempre stata pregnante per me, con un padre schizofrenico.

Confesso che le prime due domande mi servivano per arrivare ad “Acini”, che è un lavoro non solo bellissimo, ma dà l’idea di una logica prosecuzione del tuo percorso e al tempo stesso di una sintesi già raggiunta. Gli arrangiamenti sono ricercati, per nulla banali, sfuggenti ed indefinibili, però del tutto funzionali alla struttura dei brani e, mi sembra, meno estremi di alcuni passaggi dei dischi precedenti. “Acini”, dal punto di vista della scrittura, è forse il tuo lavoro più accessibile e contemporaneamente il più complesso, penso ad esempio a “Le passeggiate notturne del re”. Ti sembra corrispondere all’idea che tu, da autore, hai di questo tuo lavoro?

Sono d’accordo. Volevo comunicare e allo stesso tempo continuare a chiedere attenzione al pubblico, sperimentando. Voglio che chi ascolta condivida con me un processo di concezione e movimento comune. Avevo bisogno, dopo Todo Modo, di tornare alle origini e al mio modo di vivere e restituire emozioni in musica e per farlo ho chiesto aiuto a Christian Alati, una delle poche persone che conosco in grado di fare benissimo tutto quello che serve a partire dalla registrazione, per finire con la masterizzazione del disco, passando attraverso gli arrangiamenti ricchi di suoni che amo, attinti dal nostro passato e da uno stesso mondo di ascolti. Christian era la persona ideale. Non fa mai una scelta scontata o prevedibile. Questo è quello di cui avevo bisogno: la capacità di essere classici ma mai uguali a se stessi.

I tuoi ultimi tre dischi solisti sono legati, a partire dalle scelte di copertina, a tematiche familiari: penso non solo a te, ma a tuo padre e a tua madre. So che questa è una domanda forse troppo intima, ma vorrei chiederti se in qualche modo realizzarli (vista anche la tua età, sei giovane ma non un ventenne, immagino) sia stato anche un modo per “venire a patti”, raggiungere un accordo, un equilibrio con la tua realtà familiare; se cioè la musica possa essere anche uno strumento di pacificazione personale.

Riesci a venire a patti nei dischi se sei riuscito a farlo nella vita. Di sicuro, grazie anche al percorso fatto con la musica, ho avuto ultimamente accesso a nuovi punti di vista, sul passato e sulle cose in generale, che mi hanno permesso di svoltare. Il punto di arrivo è sentirsi abbastanza liberi da poter giocare con tutte le proprie parti. Questo vorrei raccontare, tra le altre cose. Ho fatto molta pulizia in me stesso in questi anni. Ho lavorato su di me fino all’ossesso nel profondo e il gioco è valso la candela. Volevo dire a tutti che si può fare: si può cambiare. Ho impostato la mia esistenza, fin dall’adolescenza, in una direzione di crescita, con disciplina. Ho sempre pensato che fosse un nostro dovere cercare di migliorarsi come esseri umani, come abitanti di questa Terra e la musica è la traduzione diretta del processo che provo a realizzare nella mia quotidianità. Scrivere un romanzo famigliare è una delle strade che mi ero prefissato. Tutto andava raccontato come “dono” nei confronti di quello che ho davanti agli occhi. Ho trovato un buon modo di stare al mondo e lo voglio regalare. Ho pensato: meglio affrontare la sofferenza oggi, piuttosto che fingere di non provarla e nasconderla sempre sotto il tappeto, per poi trovarsi con un bel tumore addosso, magari. Meglio denunciare un sopruso oggi, piuttosto che far finta di niente domani e alimentare un cattivo modo comune di stare al mondo. Se ne rimane inevitabilmente vittime.

Qual è il tuo modo, in generale, di concepire la musica? Te lo chiedo riferendomi a un brano splendido di Alessio Bonomo, che credo tu conosca: “La musica non esiste, esiste un’altra cosa di cui la musica è una serva e come tale va trattata, e infatti io non suono…”. Tu hai una eccellente tecnica, ma nello stesso brano Alessio dice “la tecnica è una virgola”. Qual è, se c’è, l’altra cosa di cui la musica è una serva e la tecnica una virgola?

Mi verrebbe da dire la vita.

Non conosco il lavoro di Alessio Bonomo e quindi non posso entrare nello specifico, ma la musica è serva della vita, di noi in quanto individui e animali sociali, attori protagonisti di ogni singolo attimo di questa esistenza e la tecnica ci fa soltanto da strumento, ci aiuta.

 

 

todo modo prega

 

Sei coinvolto nell’esperienza dei Todo Modo, gruppo di cui fai parte insieme a Giorgio Prette e Xabier Iriondo. Insieme avete pubblicato due dischi. Come vivi questa collaborazione con due musicisti che hanno un background importante, ma forse diverso dal tuo? In che modo riuscite a trovare un metodo di lavoro comune, e che cosa di questa esperienza ti porti poi nel tuo percorso solista?

La collaborazione con Todo Modo è stata determinante in questi anni. Purtroppo mi poni questa domanda in un momento di grande trasformazione del progetto in cui i confini sono ancora troppo slabbrati per poterne parlare liberamente.

Il momento della mia entrata ha comunque significato, fin dall’inizio, ricerca e lavoro introspettivo, una totale conferma dell’attitudine di cui abbiamo parlato fino a ora.

Ho dovuto trasformare e acquisire nuovi metodi di lavoro, un nuovo modo di stare sul palco e di cantare. Non da ultimo, la scrittura. Non avevo mai scritto su basi improvvisate da altri, fatte di sola batteria e chitarra elettrica.

Il lavoro con professionisti di questo livello, devo dire che è più un contributo alla causa, da lontano, piuttosto che un parto comune. I momenti che ognuno può dedicare alla creazione sono spesso limitati allo studio di registrazione e, per trovare una quadratura del cerchio, bisogna intendersi parecchio su quali sono gli intenti profondi, dato che si viene a perdere il rapporto quotidiano che nutre una band che nasce con l’adolescenza. Una è una famiglia, l’altro è uno scambio di lavoro.

Vorrei chiederti alcune cose relative ai testi, che immagino per te abbiano un ruolo decisamente importante: si tratta di testi evocativi, a volte aspri, tutt’altro che scontati e prevedibili. Penso ad esempio alla presenza frequente dell’immagine della morte, così come a quella di un dio che appare quasi pagano. Per questo aspetto mi sembri molto lontano dalla tradizione italiana del “cantautore” come cantastorie, piuttosto legato invece ad altri riferimenti e processi creativi. In che modo lavori con le parole, e in che modo vorresti che contribuissero ai tuoi brani?

Io vengo da altri mondi. Non conosco il cantautorato italiano come dovrei ma, dopo tutto, non conosco neanche la musica e faccio il musicista.

Ho cercato di fare di tutta una lunga serie di difetti, una virtù, con l’idea di rendere il tutto il più personale possibile attraverso un frullatore emotivo. I confini tra me e la musica sono molto labili, nel bene e nel male. Tutto o quasi tutto quello che vivo di forte, finisce in parole e musica e ho imparato, nel tempo, a restituire con verità quello che mi passa dentro.

Grazie al teatro la voce è diventata uno strumento puro. La scrittura un’opportunità cristallina. Se ci aggiungi la chitarra, con tutto il suo risuonare, ottieni quasi una figura mitologica.

La forza del cantautore, per questo, è grande. In una sola figura riunisce più competenze e conoscenze che si sommano e si integrano in un unico prodotto finale, la canzone.

I testi, gioco forza, sono parte del prodotto, non vengono né prima né dopo, sono lì e il meccanismo è un poco simile a quello dello scultore per cui, da un ceppo di materia grezza, improvvisato per natura, giungiamo a una figura che si staglia per bellezza e disomogeneità dalla realtà, andando per sintesi e sottrazione e poi per sommatoria (l’arrangiamento).

Ogni mattina un pezzo del creato si modifica da solo e io, ripetendo e ripetendo, sono solo il tramite di questo lavoro.

Sempre riferendoci ai testi, mi sembra che nei tuoi lavori solisti siano sempre o quasi estremamente personali, mentre nel secondo disco dei Todo Modo siano spesso rivolti verso l’esterno, l’osservazione degli altri, quando non esplicitamente “civili”, come in “Clandestino”. Immagino che sia una scelta: determinata da cosa?

Ci ho lavorato su, l’ho cercato ed era semplicemente giunta l’ora di dare voce ad altri aspetti del mondo, raccontare altre storie, “civili” come dici tu e allargare il giro. Farlo a contatto con gli altri è un ottimo modo per iniziare. Non sopporto i soprusi e non mi sono mai schierato dalla parte dei forti. Non credo nella politica in musica però, come è stato quasi necessario fare per poter lavorare per anni qui in Italia. Credo se ne sia abusato e che le menzogne narrate abbiano avuto il peso della moda e della politica stessa, fallite proprio perché di fondo menzognere, schierate su ideali posticci. Temo che sia una delle ragioni del disamoramento che è passato nei confronti di buona parte dei cantautori. C’è una sorta di disillusione imperante e ora riconquistarsi quello spazio di fiducia è un’impresa titanica.

All’interno della scena musicale italiana la tua mi sembra una traiettoria individuale, difficilmente inquadrabile all’interno di una scena o di un movimento, e penso che ciò sia una prova di grande dignità artistica ma anche forse un limite dal punto di vista commerciale. È così? C’è qualcuno/a a cui in qualche modo ti senti affine, una di quelle figure che possono servire come confronto reale, per capire dove si è arrivati?

Innanzitutto, lasciamelo dire, è prova di una situazione generale del paese di basso livello. Non avere la possibilità di fare parte di un movimento e riconoscersi a stento in una scena è uno spreco. Ragion per cui risulta più che comprensibile e giustificato, se non dovuto, il rifugiarsi di tanti all’estero, fisicamente o mentalmente che sia. Scelgo però di citare alcune persone che fanno cose di grande valore artistico e che questo Paese ignora quasi completamente, grazie all’ottusità di chi potrebbe muovere i numeri e si rifiuta di farlo. Cristiano Calcagnile, Alberto Turra, Xabier Iriondo, Marco Parente, Christian Alati, insomma gente con cui ho avuto il piacere e l’onore di lavorare e che ho conosciuto e riconosciuto nel tempo e che rispetto per coerenza.

E infine una domanda in qualche modo “obbligata”, dato che Perigeion si occupa soprattutto di letteratura, ma che ti rivolgo con piacere e curiosità: qual è il tuo rapporto con la letteratura? Ci sono autori che senti particolarmente vicini a te, e che in qualche modo entrano in osmosi anche con la tua attività di musicista?

Sono stato molto vicino alla letteratura anni fa, oggi immerso nella saggistica, filosofia e religione, dopo aver abitato intensamente poesia e teatro. Mi porto dentro gente come Dostoevskij, Rilke, Pinter, Kristof, Platone, Kafka, Cioran, Esenin, Beckett, Shakespeare, Strindberg, Heidegger, Checov, Kundera, Buber…

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