perìgeion

un atto di poesia

Intervista a Paolo Saporiti / Seconda parte

 

 

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La disponibilità assoluta di Paolo Saporiti ad approfondire i diversi aspetti della sua scrittura ha portato ad una lunga intervista, che viene proposta in due parti. Dopo una prima serie di domande, con Paolo è nata la curiosità di concentrarsi soprattutto sui testi, che nella sua produzione rivestono un ruolo decisamente importante, anche se siamo lontanissimi dall’idea tradizionale di “cantautore”. Si tratta infatti di testi spesso aspri, impietosi, che però in altri momenti aprono parentesi di dolcezza disarmante. Considerando che Saporiti è autore dei testi anche nei lavori dei Todo Modo, è nata in modo spontaneo la chiacchierata che viene pubblicata in seguito, che segue soltanto occasionalmente un ordine cronologico, mentre più spesso costituisce un attraversamento verticale dei lavori di Saporiti, che con le sue risposte e le sue considerazioni apre squarci illuminanti sul suo percorso e sulla sua personalità.

Grazie davvero, Paolo, per la tua gentilezza così rara e preziosa.

(E visto che si parla dei brani scritti da Paolo, se avete voglia ascoltate questa sua cover).

 

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Ripartiamo da alcuni argomenti già sfiorati nella chiacchierata precedente, ma concentrandoci sull’aspetto testuale, che per te immagino sia estremamente importante. Tu scrivi i testi per i tuoi lavori solisti, ma anche per i lavori dei Todo Modo. Ci sono delle differenze di impostazione, di prospettiva, di volontà?

Sì. Per me stesso ho sempre cercato di andare a picco, rendendo universale il mio mondo interiore e la mia percezione delle cose, per poi tornare a galla. Con Todo Modo ho cercato di rendere la cosa un poco più sociale e condivisibile, frutto di un pensiero di gruppo, che partisse da assunti non per forza miei. Così ho cercato di nutrirmi delle storie e della vita dei miei compagni di viaggio e ho cercato di restituire una sensazione legata al momento, a tutto quello che stavamo vivendo mentre registravamo, con alcuni riferimenti a quello che stava accadendo fuori e dentro le nostre stanze. Il mandato era quello di essere me stesso, in modo anche un po’ sgraziato, provocatorio e fresco e credo di esserci più o meno riuscito, anche se la massa non se ne è quasi resa conto.

Parliamo di amore (tema pericolosissimo, ma “classico” nel mondo della canzone perché è fondamentale nella vita). La visione del rapporto di coppia che esce dalle tue parole è però molto diversa da quella pacificatoria, anzi… soprattutto nei dischi precedenti l’amore sembra il prodotto di un conflitto, sia interiore, sia fra due persone. Cito alcuni passaggi: “perché non muori e non prendi me?”; “come posso riuscire a sedare ogni tua ribellione / accende anche me”. Questa impressione, forse (dico forse) si smorza appena in Acini; è un’impressione corretta? In particolare “Paolo Saporiti” dal punto di vista delle atmosfere è un disco splendido, ma quasi claustrofobico… Visto che un altro vocabolo che usi è “rancore”, possiamo dire che l’amore e il rancore sono diverse espressioni della stessa radice? 

Io sono abituato a usare “facce della stessa medaglia”, mi affascina il conflitto. Ho sempre voluto parlare di amore nelle sue circonvoluzioni e contorsioni, nelle sue difficoltà, evoluzioni e nelle sue trasformazioni. Non è facile, come nella realtà, arrivare alla realizzazione completa ma in Acini parlo proprio di questo: ad amare si impara, volendo. Non è detto che nasciamo tutti capaci. Per me è stato un lungo e doloroso percorso, pieno di lutti da elaborare, dei quali ora sento di essermi liberato. Non mi sento più vincolato alle nevrosi o ai limiti dettati dal passato. L’amore può essere claustrofobico, urticante e violento. Siamo pieni di esempi di questo tipo. Senza dover per forza far riferimento all’ultimo femminicidio del caso, mi pare evidente che questa umanità debba ricominciare a capire qualcosa della propria esistenza, dobbiamo ricominciare a porci delle domande, senza ricorrere alle vecchie risposte.

Sempre parlando di amore e di coppia, c’è un dualismo che emerge spesso. Anche qui cito le tue parole: “Sono una spina nel fianco alla tua libertà”, e prima, in PS: “come vedi non vali la mia libertà”. Cosa e quanto si perde e quanto si guadagna?

Finché si combatte con se stessi e con l’altro e si ragiona in termini di perdita o di guadagno, rimaniamo attaccati al palo. In amore, nelle relazioni, si fa spesso l’errore di voler valutare e considerare, prima di riuscire davvero a cedere.

Cedere è un verbo che mi sono spesso trovato cucito addosso, perché è stato di sicuro uno dei miei nodi in passato. E’ una delle mie grandi conquiste della vita, come uomo, come compagno e come cittadino del mondo saper cedere, sapersi aprire e arrendere all’altro, a tutto quello che abbiamo di fronte, nello spontaneo modo di essere e per quello che ci può raccontare e restituire di noi stessi. Abbiamo tutti da dare, oltre che da ricevere e questo è un gioco inebriante se si riesce a lasciarsi andare ma oggi abbiamo tutti così tanto da perdere che la cosa risulta spesso quasi impraticabile.

Più in generale, la visione che a volte emerge verso la vita è quella di una battaglia contro il vuoto, di un combattimento continuo, in cui la serenità è estremamente difficile da raggiungere. Penso ad esempio a “non esistono favole che posson lenire il mio essere” o “non capisco come sia possibile ribellarsi a questo male”. Davvero secondo te “venire al mondo” è prendere a spallate la vita, o anche scriverlo in questi termini è un modo per esorcizzarlo?

Prendere a spallate è uno dei primi modi, adolescenziali mi verrebbe da dire, per affrontare il vuoto ma cominciare a fare è sempre meglio che stare lì ad aspettare sordi, muti e magari annoiati. Aggettivo che non tollero davvero. Protestare è già un primo passo, molto più interessante ma questo a scuola te lo impediscono. L’importante è poi trovare l’accesso per cominciare a cambiare le cose davvero, senza conformarsi allo status quo, appena si è riusciti a varcare la porta della stanza dei bottoni della nostra vita. Venire al mondo può essere difficile, questo è quello che volevo dire. Non tutti veniamo al mondo nello stesso modo. C’è gente che sostiene che il momento del parto, il nostro primo respiro fuori dalla pancia della mamma, risulti determinante per non dire traumatico e angosciante. Io non volevo arrivare a tanto ma so per certo che la vita nei primi anni è fondamentale e che l’infanzia è determinante e che non tutte le famiglie escono “col buco”. Ognuno di noi si confronta con quello che ha e con quello che si è meritato e di sicuro la materia prima, quella che risulta più plasmabile e modificabile nel tempo, è la nostra, non quella degli altri, soprattutto in relazione a quella di chi ci ha generato. Siamo tutti, noi uomini-figli, giustamente orientati a prendere in mano le chiavi della nostra esistenza e a decidere cosa e come e quando essere ma non è detto che tutti ci riescano.

 

 

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Vorrei spostare l’attenzione adesso su altri aspetti che necessariamente sono molto personali, se lo permetti. Il primo: il rapporto con tuo padre. Ne esce un quadro dolcissimo, straordinario nella sua disperazione, penso soprattutto allo spoken word di Passaggio a livello: “Non risponde più alle mie chiamate”… “Potete intercedere”… il formato recitativo di quel pezzo rende la supplica ancora più toccante. Ma forse colpiscono ancora di più altri accenni, quelli che raccontano non soltanto il vuoto, ma la mancanza di una guida, di un consiglio. Penso soprattutto ad un passaggio di quelli che io sento baciati dalla grazia (per come musica e testo stanno lì, nel solo modo in cui possono stare), quando parli di un rapporto e dici: “e se fosse mio padre a gettarne le basi morirei qui con te” “e se fosse mio padre a dettarmi un segnale capirei che sia lei” (da Io non resisto). Chi è stato tuo padre, e che cosa hai messo di te e di lui in queste parole?

Tutto. Mio padre è stato tutto ed è dentro tutto, oggi come allora. Come mia madre e il Paradiso in terra che è stata la sensazione di pace che mi porto dentro ancora, che mi è stata irrimediabilmente tolta col divorzio, che ho rincorso protestando e manifestando per anni e che ora stringo e porto in palmo di mano. Quando mio padre è entrato in clinica, con un tumore che gli aveva reso il cervello un gruviera, ormai malato terminale, in quella che oggi si chiama Hospice o clinica delle cure palliative – studiate per condurlo alla morte senza dolore – mi hanno fatto firmare delle carte, domandandomi, mentre vergavo i fogli: “Chi è lei?”. Con un tono per cui mi sono sentito come se mi stessero chiedendo con che titolo lo stavo facendo, con che diritto. Chi è lei? Un medico, un servitore, un inserviente, un infermiere, un saltimbanco, un gioppino che stava giusto passando di qui? Io, da buon narcisista quale ero, ho risposto: “Sono il figlio di mio padre”. Stavo rivendicando, con rabbia, il rispetto per lui e per me. Rispetto che per lui avevo visto svanire e scomparire coi miei occhi, a partire dal primo manifestarsi della sua prima malattia (la schizofrenia). Chiedevo spesso di essere visto e capito, oltre che ascoltato e l’ho probabilmente fatto anche sul palco. I miei hanno divorziato e mio padre si è ammalato e tutto è precipitato, fin da subito. L’ho visto internato alle Betulle – un ospedale psichiatrico del varesino – per poi trasformarsi e mai più tornare lo stesso, fino a quando è quasi ricomparsa la normalità, grazie a una buona terapia finalmente e a un briciolo di amore non riconosciuto in più ma poi è morto e io non ho mai più saputo perdonare mia madre, fino a qualche mese fa. Né lei, né il suo nuovo marito e forse nemmeno me stesso, per lungo tempo. Ho sempre cercato in giro una capacità di attenzione, che rivendicavo senza mai incontrarla o quasi mai, neanche in me stesso ma poi ho smesso. Mi sono abituato a punti di vista sociali pesanti, fin da piccolo. Quando mio padre non riusciva più a girare il cucchiaino da solo nella tazzina del caffè, imbottito di psicofarmaci e il barista se la rideva tra sé e sé, idiota che era, ho coltivato fantasie di vendetta, tipo accoltellamenti vari, finendo con l’identificarmi nell’antipsichiatria, quando studiavo psicologia. Sognavo l’ora in cui un qualche incompetente psichiatra di turno potesse essere radiato dall’albo o spedito in galera, lui e le sue pillole o l’elettroshock, piuttosto che la lobotomia e le camicie di forza…

“Se fossi papà chiamerei molto spesso”, “mio figlio è lontano da qui e non ha cura di me”. Queste parole da Arrivederci Roma, se non sbaglio, sono invece riferite a tua madre, immaginate nella sua bocca in una canzone che è un gioiello, da cui sembra emergere un rapporto differente da quello con tuo padre…

Mio padre era un chimico che si è ammalato di schizofrenia. Mia madre era la donna che lo ha lasciato, per difendere se stessa e i suoi due figli. Si è rifatta una vita e io ero troppo piccolo per poter capire o saper già perdonare tutto. Sono dovuti passare degli anni, morire mio nonno, morire mio padre e ritrovarmi da solo, con mio fratello, per poter trovare di nuovo un alleato e non l’ennesimo nemico, come è stato per lungo tempo, condizionato dal resto della famiglia e volevo raccontare proprio di queste cose, di come le famiglie possono essere tutto e il loro contrario, fucina di amore e di odio. Forse per questo oggi, siamo tutti così, oltremodo in confusione. Perché la famiglia a cui ci eravamo abituati, nel bene e nel male, non esiste più e con essa gli ideali e i falsi miti d’un tempo. Prima di poter ritrovare ora il centro, ci vorranno necessariamente degli anni e una grande crescita globale.

Capovolgo il discorso, dai genitori ai figli. In La mia luna, l’ultimo brano di Acini, c’è un altro di quei passaggi baciati dalla grazia, in cui canti “e per quanto riguarda tuo figlio ho un bagaglio del meglio di me”. (qui, come sai, conosco in parte la bellissima risposta, ma appunto perché è bellissima merita di essere letta da altri) Se torniamo indietro, a “Io non ho pietà”, cantavi, anzi quasi gridavi, “quando guardo i tuoi figli vedo solo conigli”. Ci spieghi questi versi, di prima e di dopo?

Prima non avevo figli, in realtà, come ormai sai, non ne ho ancora oggi di naturali ma ne ho uno, col quale convivo da anni e al quale sono molto affezionato, il figlio della mia compagna, al quale spero di poter dare tutto quello che merita di ricevere da parte di una figura come la mia che, almeno per ora, avrei sognato di avere io tutta per me. Qualcosa di più di un amico ma un po’ di meno di un padre, un compagno di vita che in qualche caso sappia prendere per mano e accompagnare senza giudizio e pregiudizio, scambiando e ricordando il bambino felice e sognatore che è stato.

Volevo chiederti qualcosa su Come Hitler: un brano che potrebbe apparire come una canzone d’amore, ma nella mia interpretazione è tutt’altro, per come si allarga nel senso suggerito dal titolo… il tutto in contrasto con una parte musicale che, soprattutto nella seconda parte, diventa quasi una filastrocca leggera…

Il tuo intuito non mente. Spesso ho giocato all’ascoltatore questo tipo di tiro, vestendo di delicatezza i messaggi peggiori. Ai tempi lo facevo usando l’inglese, ora, in l’italiano, la cosa ha iniziato e prendere una piega diversa e si è modificata. Non scherzo più, voglio essere vero in tutto e per tutto. Ovviamente si trattava di ironia e di una profonda speranza di morte per chi, un personaggio schifoso come Hitler, si permettesse mai di voler usare violenza su una donna, magari indifesa come una bambina.

 

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Chi è il lupo che in “Vero” potrebbe uccidere l’umanità intera?

Chiunque incarni la pochezza umana, la piccolezza, i soldi, l’invidia. Magari un parente, magari un’amicizia sbagliata. Qualcuno comunque di cui ci si poteva fidare. Qualcuno che si è nascosto, sotto mentite spoglie, per anni, facendosi bello della propria fede, paventata la domenica, tradita appena poteva, peccando appena uscito dal confessionale, in ogni cosa umana concreta, ogni santo giorno della settimana.

Ritorno anche su Clandestino, che mi sembra forse il pezzo più diretto ed esplicito che tu abbia mai scritto. “Conosci il mio destino è soffocare ogni tua ipocrisia”… quanta ipocrisia vedi oggi (e con oggi intendo ancora di più adesso, in questi giorni) nella gestione del fenomeno-migrazione e della persona-migrante?

Stiamo vivendo il tempo dell’ipocrisia, nutrendoci di virtuale.

La cosa sta soltanto peggiorando e diventando sempre più evidente.

Tutto può essere raccontato come vogliamo, senza contraddittorio e c’è talmente tanta gente che beve tutto quello che sente e che vede, che parrebbe quasi impossibile crederci, eppure… E’ tutto vero.

E’ un incubo che spero finisca presto ma la fine del tunnel è ancora molto lontana.

I politici stessi ci parlano attraverso delle selfie-interviste su temi che ci toccano “a parole” e che invece non ci sfiorano nemmeno. Preferiamo accettare di essere trattati così, come fosse tutta “cosa loro”, perché ci siamo adeguati e conformati al peggio e ogni cosa che abbiamo delegato ci scivola addosso, senza un minimo di rappresentatività.

Volevo fare un poco da cartina tornasole ma ho la sensazione che chi vuole capire oggi, chi vuole sentire e ascoltar davvero, si stia comunque estinguendo. Di chimici non ce ne sono più, siamo di fronte a una glaciazione, non possiamo che continuare a sperare che dal freezer possa uscire qualche ricetta inaspettata, in grado di trasformare e modificare le nostre pance e tavole da talent, una volta per tutte.

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