perìgeion

un atto di poesia

Semplicemente “Io” (M. Ercolani su Laura Corbu)

 

 

di Marco Ercolani

 

Questo libriccino di Laura Corbu, La mia ombra è un leone danzante (gattomerlino, 2018), è il racconto di una sofferenza psichica, che nasce da un problema di balbuzie, di disistima, di angoscia sociale: “Le interrogazioni erano un supplizio. Cercavo di studiare a memoria per lasciarmi trascinare dalle parole. Una volta la maestra mi permise di bisbigliarle la lezione all’orecchio. Andai bene quella volta”. Grazie a uno stile semplice, persuasivo, paratattico, l’autrice ci consente di seguirla, in questo suo diario personale, come lettori che diventano suoi compagni di strada: “Ci sono cose che vanno raccontate. Altre che è meglio tacere. Alcune quando escono fuori fanno male come escoriazioni: sono proprio queste che è bene liberare. Tenerle dentro farebbe male. Libero lo spazio in modo che possa entrare dell’altro. Libero le parole che nella mente stridono e nel foglio danzano”. Quelle parole, che l’autrice balbettava, nella scrittura si sciolgono, si liberano, diventano progetti, speranze, descrizioni. “Io ho delle grandi idee ma dalle paure insidiose”. Laura espone il suo malessere con disarmante evidenza: non solo la balbuzie e l’angoscia sociale che ne deriva, ma i tentativi di ricerca della felicità, gli sbalzi d’umore, i ricoveri, gli smarrimenti, il desiderio di scrivere un libro e di usare anche il disegno, e non solo la scrittura, per liberarsi dai propri tormenti. Laura non sapeva più cosa fare di se stessa, si sentiva malata, perdente, percorsa da pensieri velocissimi, da buchi mentali: si vergognava della sua inadeguatezza, si sentiva perseguitata oppure euforica. Ma alla fine, sopraggiunto l’equilibrio, è riuscita a scrivere il diario della liberazione dalla parte malata di sé. Chi vive il dolore psichico non può scriverne se è chiusa all’interno di quella sofferenza: deve tentare di uscirne, proprio per capirlo e narrarlo, ma in un tempo successivo. In questo librino, che appare come un diario ma è anche una sequenza di racconti autobiografici, non ci sono mai frasi drammatiche, esagerate, patetiche: risalta una secca stenografia del dolore, anche nelle sue parti più oscure: “avevo la sensazione di non poter controllare la fuoruscita dell’urina e delle feci. Raggiungemmo la cabina. Io mi misi a letto. Ero convinta di essermela fatta addosso ma ero pulita. Sul soffitto c’erano degli specchi. Guardai la mia immagine riflessa come se quel viso non fosse il mio. E quando mia madre spegneva la luce io, presa dal terrore, la riaccendevo subito”. Piera Mattei, scrittrice, editrice e postfatrice del libro, lo conferma: “Le immagini, le situazioni e le parole mi scorrevano davanti limpide. L’autrice mi coinvolgeva nella sua sofferenza con una lucidità che mi toccava”.
La mia ombra è un leone danzante è il diario di uno sguardo addolorato ma freschissimo sulle cose, che non si ritrae né davanti all’evocazione della sofferenza né davanti alla possibilità della gioia. Il “cuore puro” di Laura Corbu è osservare e osservarsi, con quella spietata e infantile intensità che viene concessa più ai bambini che agli adulti: “L’anatra era uno spettacolo, dal verde sfumava verso il nero e si muoveva nell’acqua, facendo contemporaneamente un movimento in avanti e uno indietro, una vera ballerina. I grilli sono insistenti e fanno sembrare silenzioso il fiume. L’ombra dei cedri sposta i capelli dal mio viso come la mano calda di una madre”. Qui è evidente l’attenzione visiva di Laura al mondo: non è un caso che il libro sia anche accompagnato dai suoi disegni, tra cui alcuni suggestivi autoritratti.
“Sotto la diagnosi scritta col pennarello indelebile” Laura si sente viva. Non esiste solo un anonimo disturbo bipolare ma una persona reale che lotta per la sua libertà. Questo libro-diario-racconto non è solo il tracciato di un’autobiografia ma una sorta di involontario “manuale” per la libertà di coloro che, scorticati dal proprio dolore mentale, trovano finalmente la forza di reagire, e da esseri sommersi diventano esseri di speranza, riemersi. Il titolo stesso, La mia ombra è un leone danzante, trasforma la densità immobile dell’ombra-incubo in animale danzante, aggressivo ma potente. Quindi, di cosa ci parla Laura Corbu? Di come trarre energia positiva dal proprio dolore. E questa energia è racchiusa proprio in lei, come essere umano, capace di esistere, di fare il “salto” dal dolore alla consapevolezza. Scrive l’autrice:
“Mi metterò a ballare.
Tutto questo solo per comunicare.
La parola chiave è Laura.
Non è un aggettivo, non è un colore, tantomeno un’etichetta.
Anzi, ci metto il cognome.
Laura Corbu.
Ora esisto.
Nero su bianco.
Sono una zebra.
Sono un salto”.
La domanda che percorre tutto il libro è “dove finisco io e dove inizia la malattia”: la realtà che lo attraversa è quella del “qui ed ora” dell’autocoscienza, intesa come processo di liberazione:
“Sento la vita in me adesso.
Sono io, Laura.
Non so come sia possibile che io sia rimasta. Che io sia ancora qui.
Penso alla bambina che ero, ma sono qui.
Penso alla ragazzina piena di complessi che ero, ma sono qui.
Penso alla vita che ho vissuto, ma sono qui…
Tornando alla domanda iniziale: dove finisco io e dove inizia la malattia?
Mi verrebbe da dire: la malattia inizia quando le lasciamo spazio”.
Raramente ho letto con tanta semplicità un’enunciazione così complessa. Il malato lascia spazio alla malattia quando non ha abbastanza coraggio da trasformare i sintomi che lo avviliscono in segnali che liberano. La malattia è come una roccia cieca.
Ma Laura capisce è ora di finirla con le definizioni, e scrive, quasi con baldanza:
“Laura la bipolare? Laura la possibilista?
No, semplicemente ‘Io’.
E se queste parole possono venir fuori da una depressa significa che nell’oscurità c’è visibilità.
Oggi io vedo.
La mia ombra è un leone danzante”.

 

 

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