perìgeion

un atto di poesia

View-Master, di Simone Lucciola

 

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di Nino Iacovella

Non saranno in molti a sapere cosa sia un View-Master, apparecchiatura diffusa soprattutto negli Stati Uniti per la visione stereoscopica. Era il primo tentativo di visione 3D distribuito in larga scala, ed eravamo negli anni ’70. Negli USA si diffuse soprattutto per poter godere dei panorami americani. Ne avevo uno anch’io. Fu mio cugino newyorchese a regalarmelo. E con quella specie di giocattolo magico ammiravo le meraviglie di orizzonti e paesaggi sconfinati.

Simone Lucciola sceglie il View-Master quale titolo-simbolo dell’intera opera, e a buona ragione, perché View-Master è un libro in versi sull'”escapologia”, ossia sull’arte della fuga. L’io poetante parla di fughe da fermo, di sogni a occhi aperti, di viaggi veri e immaginari. Lucciola ha l’animo del flaneur che cerca di scavalcare il limite del proprio sguardo per arrivare dall’altra parte: nel mondo. D’altronde la provincia ingabbia oppure squarta, come i cavalli (palafreni) che legano braccia e gambe nelle contrapposte direzioni di patria, dio, scuola e famiglia; valori e convenzioni che in questo contesto non lasciano scampo.

Simone Lucciola è tante cose, verrebbe da dire troppe. È un punk-rocker, illustratore e disegnatore underground, giornalista musicale, poeta e barfly.

Sembrerebbe che l’eclettismo sia un’altra forma di escapologia. Un rifiuto di essere ingabbiato in una delle specifiche arti. Così come dalla sua poesia tanti sono gli echi che si ricompongono nella sua unica voce, un pastiche linguistico che tira in ballo cultura alta attraverso il citazionismo, cultura bassa attraverso innesti di slang, di romanesco e di giochi verbali arguti che tanto mi ricordano Dario Villa. In certi testi vi è un’aura di struggente spontaneità sentimentale, capace di toccare il cuore, come nei versi di Eros Alesi o in una ballata di Tom Waits.

Capofermi del poeta sono l’autenticità assoluta e l’amicizia, che tengono conto del naturale contrappasso dell’incomprensione con il conseguente isolamento. Per questo, nell’incipit della prima poesia, l’ordinarietà è nella solitudine dei 41 shangai che cadono a terra senza toccarsi, il ritorno a casa “vuoto” dove l’apparente spavalderia del personaggio svanisce e i dubbi esistenziali e artistici dell’uomo ritornano a galla nel flusso dei pensieri: “41 shangai cadono senza tangersi. / La sera torno a casa vuoto / e non so che palafreno seguire nel quartering / senza maramaldeggiare sui ferrucci / che sono l’anima flessibile / di una duttile apparenza. / Intanto solivago per Cavour / mi chiedo da che Vincoli svincolato svicolare / e perché chiamare un albergo ristorante Massimo d’Azeglio / se Massimo d’Azeglio nel 1875 era già morto.”

Leggendo la poesia Anarcolettico dedicata ad un amico scomparso mi torna in mente, per il tono esortativo, la commossa vitalità e il gioco di immagini la bellissima ballata di Waits Kentucky Avenue, una canzone dedicata al suo vecchio amico d’infanzia poliomielitico. Un esempio lampante in questi passaggi:

Prenderò un chiodo arrugginito
e inciderò le tue iniziali sul mio braccio
Tom Waits

Mi legherò all’aorta il ferro che ti tiene la mascella insieme

Simone Lucciola

Per dare un giudizio complessivo sulla poesia di Simone Lucciola bisogna dare spazio ai testi. Ma per quello che posso dirvi, a mio parere, in questo libro c’è sicuramente buona poesia e quindi un poeta. E se i palafreni tirano da tutte le parti sino a squarciare, il poeta ci dice che non ne ha paura. E che addirittura non ci sarà nessuno scempio. Perché al centro del proprio corpo smembrato apparirà ancor più visibile il battito di un cuore puro che, ai più, sarà clamorosamente inaspettato.

View-Master di Simone Lucciola, Ghenomena, Formia, 2018

 

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1

Anarcolettico

ho perso un amico

ma vedrai che lo ritrovo

è soltanto questione di sintonizzare il canale

e ti proietterò con il mio schermo agnostico

ti parlerò addosso fino a farti parlare

farò riapparire un furgone qualsiasi alla Caritas

perché eri l’unico al mondo ad aspettarmi alla stazione.

2

Mi legherò all’aorta il ferro che ti tiene la mascella insieme

dirò a tutto il mondo quello che tu hai detto a me

a ciociaro a laziale a cavaliere medievale

faccia di gomma, core che arde, fragile eroe.

Senza i tuoi consigli farò errori nuovi e strabilianti

senza manco più chiedermi dove mai ho sbagliato

(dalla finestra del consultorio

guardavo un gattone appollaiato)

e in breve altri due passi da solo, con la bandiera e la croce,

e perdona se ogni tanto chiudo gli occhi

per vedere come si sta

quando ti staccano la luce.

3

Nel mentre ti ripeto stai in campana

il seguito alla prossima puntata:

altra Roma altra naja altro punk

altro filo spinato

altra gente che viene e che va.

Né retorica né epica, è un’epoca infame:

ce la siamo quantomeno cantata e suonata!

Botte de fero, un destino comune.

1

Repubbliche marinare

da cui mai più tornare:

e non è una boutade se scantonando un carruggio

vorrei veramente poi non essere rivisto ancora.

Dieci mesi in mezzo al porto come un camallo pazzo

e il telefono alle verdi ortiche con le voci amiche

i crodini con comizio annesso per un qui pro quo elargiti

i turisti trafelati agli interstizi tra uno scomparto e l’altro

(azzoppati e senza ferri i sopradetti palafreni quattro).

2

Darsi per perso, darsi per morto o non darsi affatto

«Non mi avrete mai, esattori e filistei».

Collauderò panchine lucidando il legno

nell’attesa di un imbarco che mi porti a ramengo

imprendibile rosetta da rivolta dei forni

sparpagliando nei dintorni cartoline dei tre giorni.

Correrò via come un corsaro

filerò via come un filibustiere

mozzerò via teste come un mozzo, se necessario.

3

Ripescherò nel fiume il trench di mio fratello

(dovrebbero esserci ancora due o tre arcipelaghi nelle tasche)

e pagherò operai edili cinque volte il cottimo

perché mi lascino dormire in pace.

Girerò a lunghe falcate i tacchi di stivali dalle sette leghe

sorvolerò castelli come Bomb Jack

finché, rosa sotto il tramonto d’oriente

dopo una lunga scarpinata,

il Fujiyama.

Così sarà in prevendita la mia eterna latitanza:

più assente della mia generazione quasi tutta al camposanto

o sulla via della sete, rinovellato Marco Polo

ai tempi in cui tornare non era dovuto.

 

Simone Lucciola è nato a Formia (LT) nel 1978. Punk-rocker, illustratore e disegnatore underground, giornalista musicale autonomo, si è interessato di poesia a partire dagli anni novanta. Ha pubblicato i libri a fumetti LO-FI (GRRRzetic, Genova, 2010) e Campana, a quattro mani con Rocco Lombardi (G.I.U.D.A. Edizioni, Ravenna, 2011, 2014, contributi di Gabriel Cacho Millet, Paolo Pianigiani, Giampiero Neri), e i libri di poesia Disulfiram (Giulio Perrone Editore, Roma, 2010) e Bianco di Titanio (deComporre Edizioni, Gaeta, 2014, 2015). È presente su numerose raccolte e antologie: su tutte si segnala il Quadernario Blu – Venticinque poeti d’oggi (Lieto Colle, Faloppio, 2012) a cura di Giampiero Neri e Vincenzo Mascolo. Potete seguirlo in rete sul suo blog Veleno per voi (simonelucciola.blogspot.it), aggiornato con cadenza settimanale.

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Questa voce è stata pubblicata il 30/06/2018 da in poesia italiana, recensioni con tag .
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