perìgeion

un atto di poesia

Gian Citton, Il salice

a cura di Roberto R. Corsi


Con sommo piacere, come ogni volta che ricevo un
placet per portarvi scritture inedite, propongo un racconto di Gian Citton, poeta feltrino che assai raramente ha operato incursioni nella narrativa breve.
Il salice (la cui prima stesura risale a dieci anni fa) è una rielaborazione fantasiosa di alcune esperienze e incontri di Citton nell’acquario della poesia e segnatamente degli eventi premiali; descrizioni, circostanze e nomi sono stati cambiati e abbondantemente arricchiti di elementi di fantasia (compresi i versi finali, che sono dell’A.); così da potersi affermare, con la classica formula giuridichese, che “ogni riferimento a fatti luoghi e persone deve intendersi come fortuito”. E in modo da poterci concentrare, piuttosto, sulla percezione dell’ambiente premiale e sulla leggerezza benevola con cui lo scrittore ne descrive la retorica e le formalità. Ma più ancora sulla figura del terzo classificato, Carmelo, che irrompe nel racconto e nel cerimoniale come una ventata di autenticità (venalità compresa), persuadendoci che siano invece le storie e le biografie dei “pendolari della vita e dei premi poetici” a costituire la vera essenza della poesia. Vista, almeno un tempo, anche come forma di riscatto sociale dal proprio umile lavoro.
Trascrivo qui l’incipit del racconto, che è scaricabile per intero in PDF cliccando qui oppure sul link in coda.

 

IL SALICE
Gian Citton

Solo da una decina d’anni sono uno degli organizzatori del Premio Nazionale di Poesia “Gaja – Comune di San Venanzo d’Astico”, giunto quest’anno al suo venticinquesimo traguardo. Sono un appassionato lettore di poesia, ma non ho il dono d’essere poeta. Ho scritto versi negli anni dell’adolescenza (e chi non l’ha fatto?) ma non li ho mai lasciati leggere a nessuno; e ora, quando ascolto le poesie presentate al premio e posso curiosare anche in molte di quelle che la giuria accantona, spesso mi convinco della pochezza delle mie lontane prove poetiche. Ma, ogni estate fra giugno e luglio, compensa la mia mancata aspirazione l’incarico di allestire la cerimonia del “Gaja”. Stilo con la segretaria il verbale della giuria, contatto telefonicamente vincitori e finalisti, concordo con la tipografia la stampa delle pergamene, controllo che non ci siano refusi nei testi delle motivazioni; infine arrotolo e fermo con ceralacca e nastrino rosso gli attestati. Poi c’è l’addobbo della sala della premiazione: infiorare il palco dei giurati e delle autorità, disporre in bella simmetria le sedie per il pubblico, controllare l’amplificazione dei microfoni e la resa degli altoparlanti. Insomma mi appaga sentirmi parte della festa dei poeti, fare (come si dice) il servo di scena perché tutto sia oliato e senza intoppi: dalla premiazione al rinfresco e pranzo dei vincitori, organizzato dal parroco e dalle solerti suorine nella grande sala del Patronato.
Poi, la mattina dell’evento, mi eclisso. Divento uno del pubblico.
C’è in quell’occasione un’atmosfera di distesa curiosità, nei presenti un’aura di bisbigliato rispetto. È come sbarcare in un’isola felice dove gli indigeni sono ospitali, sorridenti, grati del tuo arrivo: l’isola dei poeti dove tutti si scrutano l’un l’altro benignamente, cercando di indovinare dal volto, dall’atteggiamento, se sei uno dei seguaci, degli eletti, o solo un amante di Calliope là attratto dal rito che ogni anno si celebra in suo onore.
Generalmente siedo nelle ultime file per meglio abbracciare la panoramica delle figure incravattate della giuria – sul palco, dietro un lungo tavolo. Una teoria di apostoli de “L’ultima cena”: al centro l’anziano presidente, i giurati a lui vicini e, agli estremi, le autorità e gli sponsor. Sempre alate le parole che escono dalla bocca del presidente, inneggianti alla Poesia varco verso l’Infinito… L’Assoluto cui anelano gli Spiriti che non si appagano dell’Ora e del Dove; circostanziate e più burocratiche le frasi delle autorità e degli sponsor, ma sempre ossequiose e attente al vocabolo forbito appuntato sul foglietto pro-memoria. (…)

 

Scarica e leggi tutto il racconto in formato PDF.

_________
Gian CITTON (1938) scrive poesia sia in lingua Italiana che in Feltrino, ottenendo attenzione critica e numerosi riconoscimenti. Vanno citate almeno le raccolte: Indovinare il mare (Book Editore), Devozioni musicali per vecchi fan e Ancora cò Catulo in Cornaròta (entrambe per Moby Dick). Il suo libro di poesie più recente è La provincia dei cani (Book Editore, Premio Casentino 2016). Biografia estesa e recapiti.

[riproduzione riservata, su gentile concessione dell’Autore. La foto è di kaboompics su pixabay.com – CC0 – Dominio pubblico/ Public domain]

Annunci

Informazioni su Roberto R. Corsi

Homo sum, humani nihil a me alienum puto. Scrivo per lo più [di] poesia e di musica classica, arte, cultura. I mostly write [about] poetry and about classical music, art, culture. ____ Instagram / Telegram / Medium ID: rrcorsi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 10/07/2018 da in inediti, narrativa breve, scritture con tag .
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: