perìgeion

un atto di poesia

Ivan Crico – Seràie

 

Ivan_crico.jpeg

 

di Francesco Tomada

 

E’ sempre difficile scrivere della poesia di un amico: l’equilibrio fra la troppa benevolenza dell’affetto e il distacco necessario per osservare una nuova raccolta con uno sguardo il più possibile obbiettivo risulta decisamente difficile da raggiungere. Ma la nuova raccolta di Ivan Crico, Seràie (Edizioni Cofine, 2018) non ammette scelta, richiede una presa di posizione, reclama spazio con una forza che va ben al di là di ogni rapporto personale. Anzi, forse proprio perché conosco Ivan da molto tempo e ho avuto modo di apprezzare il suo percorso, Seràie è ancora più spiazzante: Crico negli anni si è ritagliato uno spazio importante nell’ambito della poesia dialettale (ma non solo dialettale, specifico), ha raffinato l’uso del “bisiàc” fino a renderlo terso, limpido, e guadagnarsi stima e apprezzamento al punto da ricevere nel 2009 il Premio Nazionale Biagio Marin. Chi passa su queste pagine conosce però la nostra diffidenza nei riguardi dei premi letterari, per quanto un riconoscimento come quello legato al nome dell’autore gradese non giunga certamente a caso; allora rincariamo subito la dose, perché anche Seràie viene pubblicato in quanto vincitore del Premio nazionale di poesia in dialetto“ Città di Ischitella – Pietro Giannone” 2018.

Dimentichiamo dunque il discorso premi, e affrontiamo Seràie piuttosto, che è in sé un libro sorprendente. Quel dialetto “bisiàc” che Ivan Crico aveva nel corso degli anni reso pulitissimo qui si trasforma spesso in lingua dura, spigolosa, perché è una lingua che “ha bisogno di dire”, perché Seràie, in modo molto più diretto rispetto alla produzione precedente di Crico, è un libro di poesia profondamente civile, indignata, sofferente. L’autore racconta che la raccolta ha preso forma in un lasso di tempo piuttosto breve, quasi d’impulso (anche se poi è stata rielaborata a lungo), a partire da frammenti di notizie giornalistiche, pagine web, ricordi, come una sorta di mosaico che emerge da una contemporaneità dilaniata dalla disuguaglianza e spesso dalla guerra, dichiarata o meno.

In questo quadro, che purtroppo tutti quanti conosciamo bene ma verso cui sembra essersi istituzionalizzata una sorta di assuefazione, Ivan Crico dà invece spazio alle voci e alle testimonianze delle persone, quelle persone che quasi sempre sono perdenti, dimenticate dalla storia. Ed è vero che si tratta di poesia, e quindi quella voce non è la voce del parlato, ma è anche vero che la lingua non può nemmeno vivere distaccata dalla sofferenza, ed infatti quello di Seràie è un “bisiàc” che si fa carico del dolore, a costo di correre il rischio di diventare “meno poetico”.

In un dialogo con l’autore mi sono permesso di definire questa lingua, e questa poesia più in generale, “imperfetta”. So bene che è un vocabolo a cui solitamente viene data un’accezione negativa, ma il mio intento, che ripropongo qui, è esattamente il contrario: Seràie è una raccolta talmente potente (dal punto di vista letterario e umano) che può permettersi anche il rischio di non risultare sempre aderente ai canoni della poesia, in quanto la poesia è già tutta lì, nella testimonianza di questi uomini e queste donne, nei loro nomi, nelle storie passate sotto silenzio. Seràie è una poesia che si scava la propria lingua così come deve essere, incurante del fatto che si tratti o meno di una lingua canonica, perché è giusta e basta. È anche una pietra scagliata contro l’indifferenza: non voglio andare oltre alle intenzioni dell’autore, ma – nel mutare delle storie e dei nomi – gli avvenimenti degli ultimi mesi, in Italia e all’estero, sembrano legare le poesie di Seràie in modo ancora più indissolubile alla contemporaneità, e dunque renderle ancora più importanti.

Per fortuna che ci sono libri necessari (nel senso migliore del termine) come questo, che escono con prepotenza forse oltre alla consapevolezza dello stesso autore, che nascono dalla riflessione, dalla pietas, dal riconoscimento della dignità che dovrebbe essere dovuta a ogni persona. C’è da augurarsi che in tempi come quelli che viviamo, in cui molti cercano un facile consenso facendo leva sugli aspetti più egoistici degli essere umani, una raccolta come Seràie possa rappresentare un mattone per la costruzione di uno sguardo che rifiuti la propaganda grossolana, e che nasca invece dalle parole vere e da quella profondità umana a cui Ivan Crico ha saputo dare voce.

 

***

 

Nota dell’autore

Le “seràie” sono delle lunghe reti, disposte a semicerchio vicino alla riva, utilizzate dai nostri pescatori bisiachi del monfalconese per un tipo di pesca settoriale, molto nota in loco, detta “La Trata”.

Da anni, nel mare sconfinato del web, vado anch’io a mio modo a pescare, isolandole dal resto, tutte le notizie che riguardano storie di persone che in modi diametralmente diversi – con motivazioni dal punto di vista morale anche opposte – hanno scelto di sacrificare la propria vita per amore dei figli, dei propri concittadini, di chi con esse condivide la pena di diritti negati od un credo, per salvare una specie animale od una foresta. Questo anche per cercare di sottrarle ad una rapida sparizione sotto stratificazioni di materiali di ogni genere, complice un linguaggio, quasi sempre, non memorabile. Si parla qui soltanto di persone che sono realmente esistite e di fatti realmente accaduti (tutti facilmente rintracciabili in rete), spesso impiegando in forma poetica – con una tecnica simile a quella del “collage” ma sempre finemente filtrate dalla mia sensibilità – le loro stesse parole o di chi le ha conosciute o studiate.

 

*

 

Làsaro

 

Covért de sangue e pòlvar

ma vìu, Làsaro garzonet che te surtisse

de la bonbardada sepultura

de Alèpo. Ancòi

 

che la pàissa la par senpre

più luntana, ancòi che in don

‘n’antro putel al à menà cun sì

la morte de là del cunfìn.

 

L’ora del giòldar ta l’ora più suturna

la se muda, ‘ntant che l’ sigo de le sirene

de le anbulanse l’inpina al vènt.

 

Lazzaro

Coperto di sangue e polvere / ma vivo, Lazzaro bambino che esci /dal sepolcro bombardato di Aleppo. // Ora che la tregua appare sempre / più lontana, ora che in dono /un altro bambino ha portato/ la morte al di là del confine. // L’ora della gioia nell’ora / più buia si trasforma, mentre / il suono delle sirene // delle autoambulanze riempie l’aria.

 

*

 

Rissìpis de Kobane

 

Sol un miar de talpade ta eli

e nantri. Li vedemo i so negri

confenoni, sintimo i so aràdi e calche

volta no capimo cos che i dise. Parleli

lengue foreste ma mi te pos dir,

so ben, che i ga sbìgula. Sbigula

de la belessa de quei che i sa ‘ncora

ta ‘l mondo cognossar la ose

 

de la belessa. Mi so che un zorno ti

te vignarà spassizar ta sti loghi e ‘l logo

te sercarà tistimognio de ste me streme

zornade. ‘L frontiso sdrumà, cu’na verda

porta duta sbusada dei tiri sbaradi

dei cechini. Te vedarà dei balconi. Un

al xe ta la fassada controbora, e de lai

te catarà ‘l me nome scrivù cu’l lingiostro

ros, ros comodo i scarlati che te metée

– te suviensto? – ta le nostre ciare

piane.

 

Cuciada drio de quel balcon

mare, drio contar i me ultemi

mumenti, go restà vardar ‘l lusor

del sol tamisà travers i busi

de le patrone; de longo ta quel lusor

caldo go restà a ‘npensarme de como

che se varìe podest tamisar un fià

de ciaro in ta sto mondo e como

che no se podarìe farlo sensa

firirse e calche volta murir

 

e cos, cos che te me manche.

 

Lettera da Kobane

Solo qualche migliaio di passi tra noi / e loro. Le vediamo le loro bandiere / nere, sentiamo le loro radio e a volte / non capiamo quello che dicono. Parlano / lingue straniere ma ti posso dire, / lo so, che hanno paura. Paura / della bellezza di chi sa ancora / nel mondo riconoscere la voce // della bellezza. So che un giorno visiterai /questi luoghi e cercherai la casa / testimone dei miei ultimi giorni. / Una parte è distrutta, ha una porta verde / con numerosi fori di proiettile dovuti ai tiri / dei cecchini. Vedrai delle finestre. Una dà sul lato / est, a fianco alla quale c’è scritto il mio nome / con l’inchiostro rosso, rosso come i fiori / con cui adornavi, ricordi, i nostri chiari / davanzali. // Dietro questa finestra / madre, contando i miei ultimi istanti, sono / rimasta a guardare la luce del sole / mentre penetra attraverso i fori / dei proiettili, a lungo in quella luce / calda sono rimasta a pensare a come / far passare un po’ di luce in questo mondo / e come non sia possibile farlo senza ferirsi /e a volte morire / e quanto, quanto mi manchi.

 

*

 

Augustin, zugador de balon

 

La val ‘na nutissia de ‘na colona

la vita de quel che l’à salvà doi putei

par negar po drioman. Epur no iera

la prima volta, savéu, che ta i sfolgi

i me veva nomà. Nassù ta ‘na tera

oltra al perlìn de sto mar, ta la Costa

 

de Avorio, iero rivà cunpena menar

– grassie ai me gol – la me squadra fina

ta la promossion. Cu’i amissi mercure

me catéuo ta la spiasa de Lido

de Classe, co ò vidù, infra le ondade

scaturide, sti puteleti iutidi del mar.

M’ò butà de bot menandoli, descunì,

in salvo ta la scuriera. I pie, i me pie

 

usadi a schivar ogne trai ta le piere

i me se ‘nbredea, vago a fundi, vanti

dei oci no ‘l cau de la porta passada

cato ma un scur grandon che ‘l se verze

e ‘l me iutisse. No xe bastadi tre quarti

de ora de rispirassion, sensa padìn.

par farme tornar in sì. Sta strania vita

 

senpre de atac, mort par far al tersìn.

 

Augustin, calciatore

Vale una notizia a una colonna la vita / di chi salvò due bambini per poi annegare. / Eppure non era la prima volta che sui giornali / si parlava di me. Nato in una terra oltre il blu / di questo mare, nella Costa d’Avorio, avevo / appena portato, grazie ai miei goal, la nostra / squadra alla promozione. Con gli amici // mercoledì mi trovavo sulla spiaggia di Lido / di Classe quando vidi, tra le onde furiose, / due bambini scomparire. Mi gettai in mare / portandoli, stremato, in salvo sugli scogli. // I piedi, i miei piedi abituati a schivare ogni / ostacolo tra le rocce in una buca s’incastrano, / affondo, davanti agli occhi non il traguardo / della porta violata trovo ma un buio immenso / che si spalanca, mi inghiotte. Non sono bastati / quarantacinque minuti di respirazione / artificiale per riportarmi in vita. Questa strana // vita da attaccante, morto per fare il difensore.

 

*

 

Note ta la Tìssen

 

I.

 

Ta sto scur che ‘l xe senpre zorno, de qua

un poc xe un bot. Al core ‘l nastro pian

a pian ma ‘l va fora de la sina, al ghe da

drento a lì che xe i carpintieri. Se leva

falis’che, l’oi, i sfoi i fa de smicia: taca

ciapar fogo. Ghe par che se lo pode

destudar, como che i ga fasest tante

antre volte. I vien zò de la gabina, i ghe va

arente, i serca de ‘nbunirlo cu’i estintori

ma no i xe carghi. ‘Na manega s’dionfa

de oi ‘n ta quel la s’ciopa, la passa ta’l fogo

como ‘na lengua e la spuda drioman vanti

de ela, dreta : la xe un lansafiame. Eli

no i li ‘nvultissa, li iutisse. Po calchidun

al cunparisse ta la passaia infra la ligna

quatro e sinque. No véuo vidù un omo

mai ta quei passi. Ansi, sì: ta quei placati,

là del dotor, onde che ‘l corp de l’omo

al xe sensa la pela, par mostrarte dute

le vissare. Dut conpagno; ‘na roba

che no se pol vedar un ta quei stati.

 

Notte alla Thyssen

I.

In questa notte che è sempre giorno / manca poco all’una. Scorre il nastro / a velocità bassa, sbanda, va contro / la carpenteria. Lancia scintille, l’olio / la carta fanno da innesco: c’è un principio / di incendio. Pensano che sia controllabile, / come altre volte. Escono dal pulpito, si / avvicinano, provano con gli estintori, / ma sono scarichi. Pieno d’olio un flessibile / in quel momento esplode, passa sul fuoco / come una lingua e sputa in avanti, orizzontale: / è un lanciafiamme. Non li avvolge, li inghiotte. / Poi qualcuno appare al passaggio tra la linea / 4 e la 5. Non avevo mai visto un uomo così. Anzi / sì: su quei poster, dal medico, dove il corpo / umano è senza pelle, per mostrarti gli organi / interni. La stessa, insostenibile, visione.

 

II.

 

Le striche dei mùscui, le nervadure:

dut, dut par fora. Oci e rece, no stemo

gnanca parlar. No ‘l me vede, no ‘l riva

védar, ma ‘l sinte la me ose che xe drio

ciamarlo, al se zira, le ganbe le ghe fa

Jacun, al serca la ose e ‘l me cognosse.

“Virtisse ti la femena, dighe che te me ga

vidù,che stago in pie, no sta farli star

in pinsier”. Lo toco, me bloco, no go de far.

Al ga la pela, ma no xela più pela, crodia

‘ndurida e squaiada. Ghe dimando lora

se ‘l se sinte de ‘ndarghe drio de le antre

opre, de ‘ndarghe drio de le ose. Al va

via, mi lo vardo che ‘l se dindula e par

che ‘l xe drio par ‘ndar zò oni pas. Duta

la càvria la xe ‘npinida de ‘na fumera

negra, i brusa i cavi de goma, sbregade

le tubadure cu’l àzido, le màneghe.

 

II.

Le fasce muscolari, i nervi: / tutto, tutto in vista. Occhi / e orecchie, non parliamone. Non mi vede, / non può vedere, ma sente la mia voce / che lo chiama, si gira, barcolla, cerca la voce, / mi riconosce. “Avvisa tu mia moglie, digli / che mi hai visto, che sto in piedi, non li far / preoccupare…”. Lo tocco, poi mi fermo, non devo. / Ha la pelle, ma non è più pelle, come una cosa dura / e sciolta. Gli chiedo se se la sente di seguire / i compagni, di seguire la voce. Va via, lo guardo / mentre dondola e sembra cadere a ogni passo. / Tutta la campata è piena di fumo nero, bruciano i cavi / di gomma, i tubi strappati / con l’acido, i manicotti.

 

III.

 

Ocio un amigo, despò, che ‘l core

dut sburì de tornovìa par catar

‘na ponpa; al me vede e ‘l me siga

ta’l muso: “Go rivà gavarli fora, ara!,

go rivà gavarli fora. Ma Toni al xe vìu

e ‘l xe drio brusar a là par tera”. Al siga

ta ‘l fogo. Tre sighi. E par dute tre volte

al nostro conpagno al serca de butarse

ta le lanpe de fogo e bogna cignirlo

ma como un mat al torna sigar: “Al fogo

‘l xe drio magnarselo!”. Ghe digo lora

de menarlo via, fora. Me ziro, e me sinto

ciamar. No son bon de credàrghe; vardo

mei, ma toca ‘npirar i oci. Xe do spirti

brusadi, smagnadi del fogo e che ‘nstes

i sta in pie. No i me sinte, no i sa onde

che i ga de ‘ndar, che troso ciapar, orbi

i xe. Ma ta i oci sovi l’ardisse al suvignir

de musi che i ghe vol ben, almanco

quel. No comòdo quei de nantri ziradi

de des, saldo, vers gnissuna banda

fora de sto piriol negro de fogo.

 

III.

Vedo poi il mio amico che corre / fuori di sé in giro a cercare / una pompa, mi vede e mi urla in faccia: “Li ho tirati / fuori, li ho tirati fuori. Ma Antonio è vivo / e sta bruciando lì per terra”. Urla nel fuoco. / Tre grida. E tutte e tre le volte il nostro compagno / cerca di gettarsi tra le fiamme e dobbiamo / tenerlo, ma lui ripete come un matto: “Il fuoco / lo sta mangiando”. Dico di portarlo via, fuori. / Mi volto, e mi sento chiamare. Non ci credo, guardo / meglio, non si vede niente. Sono due fantasmi / bruciati, consumati dal fuoco eppure in piedi. / Non mi sentono più parlare, non sanno dove / andare, in che direzione cercare, sono ciechi. / Ma nei loro occhi arde la memoria di volti amati, almeno. Non come i nostri rivolti / da adesso, per sempre, da nessuna parte / all’infuori di questo gorgo nero di fuoco.

 

*

 

Pàreci par partir de nóu

 

Le ridade le se vea destudade, despò.

 

I meneva via ‘nboressadi i modoni

del Mur, a Berlin, i se ‘npenseva

che no ghe sarìe mai stada ‘n’antra

guera, de ste bande. Ma se pronteva

 

antre sdrumade, antri pareci

drio par partir de nou, del Mar

Egeo.

         Conteiner che i xe, ‘ntant che i xe drio

spetar, doventadi i so loghi. E ogne note

striche longhe de càmio le se ‘nbriva: che

mèneli? De nantri i vèncui, ciapadi

par insonii?

 

                   ‘Na corantìa

che la ‘ndarà vanti par ‘na zaia

de ani. Che a duti quanti de ciapar

coraso la ne dimanda, ancoi

che ta i nostri vocabulari nome

che parole conpagne se cata

de la ose sbigula. De cognossar

 

che, duti, vemo un pressio

de pagar, un nostro logo

de sercar e de spartir ta’l cor

de sta luse – dolsa o sbilfara

che la sie – che la frua

de rusin i garofulari.

 

Preparativi per nuove partenze

I sorrisi si sono spenti, più tardi. // Portavano via festanti i mattoni / del Muro, a Berlino, pensavano che non ci sarebbe stata un’altra / guerra, nel continente. Si preparavano // altri crolli, altri preparativi / per nuove partenze, dal Mar / Egeo. // Container che sono, nell’attesa, / diventati le loro case. E ogni notte teorie / di camion partono: cosa trasportano? / Di noi gli incubi, scambiati per sogni? // Un flusso che continuerà per anni / e anni. A tutti è richiesto coraggio, ora / che nei nostri vocabolari solo / sinonimi si trovano / della voce paura. L’ammissione // che, tutti, abbiamo un prezzo / da pagare, ognuno un proprio / posto da trovare e condividere nel cuore / di questa luce – dolce / o terribile – che ossida / i roseti.

 

 

 

Cover13x21+alette

 

 

 

***

 

 

Annunci

2 commenti su “Ivan Crico – Seràie

  1. ninoiacovella
    07/09/2018

    Quando si dice la poesia necessaria.
    Nino

    Piace a 1 persona

  2. vengodalmare
    22/09/2018

    Premio meritatissimo; è vero, la poesia sta già nella testimonianza.

    Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 05/09/2018 da in poesia, poesia dialettale, recensioni, scritture con tag , , .
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: