perìgeion

un atto di poesia

“Il rigo tra i rami del sambuco”, di Emilia Barbato

perígeion.001

 di Cupido cupid

L’equazione attorno a cui è costruito il nuovo libro di Emilia Barbato, Il rigo tra i rami del sambuco (Pietre Vive 2018), è di una semplicità lampante:

corpo = terra.

Dovremmo anzi scrivere

corpo ⇄ terra,

perché il mondo di Barbato non è quello di Parmenide ma quello di Eraclito: un flusso continuo di immagini e percezioni. In queste pagine il piano di lettura è duplice: a un livello immediato il corpo è quello della madre, aggredita dalla malattia, mentre la terra è la “terra dei fuochi” di cui tutti conosciamo lo strazio. Ma il dato specifico è solo un exemplum: il corpo è qualsiasi corpo malato, la terra qualsiasi terra (forse addirittura l’intera Terra) martoriata. È in questo riflesso che la biografia diventa poesia. Leggiamo:

*

È benigno?
Perdoni la domanda,
io non conosco la parola storta
che cresce nell’intestino di mia mamma.

**

Ha freddo!
Così deve andare dopo l’intervento? È troppo magra e con tutte
quelle sonde non voglio
toccarla, capisce?
Osso dopo osso,
nel letto spoglio dove finiscono le ore c’è la terra dei fuochi di mia mamma.

Come si vede, l’autrice usa il discorso diretto, appena dissimulato dall’assenza di trattini e virgolette. Il tono (“Perdoni”, “capisce”) ci fa pensare che stia parlando con un medico. Ma è proprio lei a parlare? Non sta forse trascrivendo le domande di un estraneo, con il pudore di chi condivide la stessa angoscia e la stessa speranza? Entrambe le interpretazioni sono valide. Il nodo è proprio qui: non contano le coordinate specifiche del dolore, conta il modo in cui il soggetto fa eco al dolore proprio e altrui – un dolore sempre singolare, ma non per questo meno generale. Dichiara Barbato:

Parlo con mia madre ma in realtà mi riferisco a tutti gli ammalati che ho incontrato, infatti la chemio di mia mamma non le ha fatto cadere i capelli, ma a tutti gli altri sì. Dico mamma riferendomi a tutti, sentendomi figlia di tutte le donne che ho trovato in reparto. Aggiungo, figlia impotente.

Come nel precedente Capogatto (su cui un giorno dovrò senz’altro ritornare), Barbato tesse i suoi versi a filo a filo, con cura puntigliosa. Non le interessa l’effetto eclatante ma le piccole sorprese, come questa:

Si distingue una litania,
resta sospesa nella sua imperfezione
eppure propaga il senso e il suono che tuona

– qui il testo non parla della litania, si fa litania, dilatando progressivamente i versi e costruendo un gioco di echi interni (sospesa, senso, suono; suono, tuona) che moltiplicano il numero delle voci in preghiera collettiva. Oppure (corsivi miei):

[…] qualcuno strilla parole remote
di una bellezza senza fiducia.
La terra brucia
e genera e si accuccia […]

dove rima e quasi rima ammorbidiscono in musica il senso di tragedia collettiva, non certo per assopirlo, ma per toglierlo all’ambito della cronaca urlata e unirlo, nel segreto, al dramma personale.
È con grazia di ebanista che l’autrice combina materiali e strumenti (contenuto e forma) in vista di un utile che non è soltanto quello della poesia. La complessa texture di immagini è una palestra per l’occhio e per il cuore, perché si mantengano allenati a cogliere (oserei dire, a inventare) mondi possibili in ogni sfaccettatura del reale. Bisogna farlo, sembra dire Barbato, non perché è bello, e neppure perché ce lo chiede la poesia, intesa come mero esercizio d’intelletto – ma perché è necessario a vivere:

L’Apocalisse è vicina, se proprio deve
compiersi trafigga quei mondi contenuti
in bracci di peluria, siano i piccioli i soli
a pungere come tradimenti di una divinità.

Sotto la superficie così pulita (ancorché variegata) dei versi si intuisce comunque, a tratti, l’ansia di chi fatica a dire tutto, di chi è costretto ad ammettere che anche dire non è sufficiente:

Se solo sapessi creare una parola, se riuscissi
a racchiudervi l’integrità degli sguardi, la fragilità
dell’andatura sbilenca, a darle un suono ampio
– come il varco che ti curva le gambe –
se fossi capace di sfumare il pudore
e il bisogno di sottrarsi alla curiosità,
potrei scrivere con amore, fiera,
della curva liscia del tuo cranio.

Con levigata perizia radunare le prove minori,
i piccoli pezzi, i nostri intenti per valutare
l’autenticità della cosa che si rompe, sopportarne
il riconoscimento e giurare la parola vero è impossibile,
troppe motivazioni storiche nascoste e una certa
regolarità nei fallimenti, vero quindi non è
un aggettivo conforme alla realtà ma la somma
massima di sventatezza che la parola contiene.

Simili confessioni, che suonerebbero sornione in altre bocche (il lettore quasi se le aspetta), appaiono del tutto libere da sovrastrutture. Per dirla con Michelstaedter: l’autrice è ben conscia dell’impossibilità di raggiungere una reale persuasione, una piena giustificazione del mondo e di sé stessa, ma non per questo si rassegna a nascondere questa consapevolezza dietro un velo di rettorica verbale: il discorso cerca comunque di farsi persuasione, non si lascia sconfiggere dall’irraggiungibilità della meta. C’è sempre un nuova piega di realtà da rilevare, una nuova assonanza fra interno ed esterno a cui accordare l’attenzione del lettore, un motivo per rimandare la resa.
È per questo che Il rigo tra i rami del sambuco è un’opera al tempo stesso dentro e fuori la sua epoca. Dentro per temi e modi (l’equazione da cui siamo partiti); fuori per la caparbietà con cui rifiuta di adagiarsi nel distacco ironico – quella posa per cui anche l’indignazione e la commozione vanno declinate in tono blasé; con l’assunto implicito che in fondo niente conti veramente. Per Barbato la malattia conta eccome; contano il degrado, lo squallore, il vuoto; non come simboli letterari ma come elementi ineluttabili dell’esistenza. Facciamone poesia, sembra dire l’autrice, ma restando umani, anzi, sforzandoci di diventarlo sempre di più.

Ti scrivo in giorni di apparente luce
– penso di scriverti ma non lo faccio
il buio entra in forma di punteruoli
che aprono in silenzio –
Con la maniera affannata dei pomeriggi
inseguo raggi, i favori del cielo,
il corpo di una sconosciuta che mi precede
e ondeggia sulla strada come un metronomo,
fuori tutto si direbbe procedere
con l’entusiasmo dell’estate
ma dentro sono ferma, stretta
a una nuova chiarezza,
mi chiedo quando questo sasso
che mi distacca abbia formato
una tale consistenza e quante
cose in questo modo io manchi.

I brevi lampi dove solide crescevano
le attese e l’indocile presente, l’odore
della terra, tracciamo in silenzio una retta
comune degli spaventi,
progettiamo affinità, ma la bellezza si
fa piena se incompiuta
guarda come si smarriscono le nostre
figure allo specchio.

Il volume, parte della serie iCentoLillo, è impreziosito da cinque illustrazioni di Nadiya Yamnych, altrettante variazioni sul tema della spersonalizzazione provocata dalla malattia e corredate da precisi riferimenti testuali alla terapia oncologica. Le illustrazioni di Yamnych mantengono di grezzo e sbilanciato quanto nei versi di Barbato è limato e conchiuso: dialettica potente, questa, che ancora non ho finito di decodificare. Poco male: la rilettura in questo caso non è un obbligo, ma un profondo piacere.

cielo stellato

Nadiya Yamnych, Cielo stellato

Emilia Barbato è nata a Napoli nel 1971 e risiede a Milano. I suoi testi sono apparsi in diverse antologie e sull’Aperiodico ad Apparizione Aleatoria delle Edizioni del Foglio Clandestino. Geografie di un Orlo (CSA Editrice, 2011) è la sua prima raccolta. Seguono Memoriali Bianchi (Edizioni Smasher, 2014) e Capogatto (Puntoacapo Editrice, 2016), I classificato sezione Libri Editi IX edizione del Concorso Nazionale di Poesia Chiaramonte Gulfi – Città dei musei.

Emilia Barbato, Il rigo tra i rami del sambuco (Pietre Vive 2018)

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7 commenti su ““Il rigo tra i rami del sambuco”, di Emilia Barbato

  1. Irene Rapelli
    25/09/2018

    Bellissime letture.
    Buongiorno. :-*

    Irene

    Piace a 1 persona

  2. Emilia Barbato
    25/09/2018

    L’ha ribloggato su Incauti Accomodamentie ha commentato:
    La prima volta che ho ascoltato una poesia di Guido Cupani ero a Venezia, almeno credevo, perché da allora l’intero universo ha iniziato a sussurrare nei versi e io ho visto ogni singolo astro e ogni rotazione, l’intera levità del cosmo nei miei occhi. Mi sono avvicinata piano e gli ho chiesto una dedica per un libro di poesia che rileggo continuamente, Guido mi ha insegnato la grazia dei passi di una formica su un libro celeste e quanto la fisica sia vicina alla poesia. Ora trovarmi nelle sue parole mi onora, mi sento felice e molto molto piccola. Grazie Guido e grazie a Perigeion per questo spazio prezioso. Vi sono grata.

    Piace a 2 people

  3. guidoq
    26/09/2018

    L’ha ribloggato su Guido Q.

    Mi piace

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