perìgeion

un atto di poesia

Due per uno – Da Ernesto Ferrero ad Antonio Merola

 

Cover_F-Scott-Fitzgerald-e-lItalia

 

 

di Francesco Tomada

A volte le cose sembrano accadere per un caso fortuito ed incastrarsi alla perfezione, come se alle spalle ci fosse stato un piano, un ordito che probabilmente risiede soltanto nella nostra curiosità. Questo pensiero – scontato, lo so – mi viene in mente a proposito di due libri in cui mi sono imbattuto di recente in rapida sequenza, ed in qualche modo il primo ha preparato il campo affinché il secondo mettesse radici.

I migliori anni della nostra vita di Ernesto Ferrero (Feltrinelli) non è un volume recente, essendo stato pubblicato nel 2005; si tratta senza dubbio di un percorso molto interessante dal punto di vista documentaristico e culturale, in quanto l’autore racconta la sua esperienza lavorativa e umana all’interno della casa editrice Einaudi, dove venne assunto nel 1963. Per quanto si tratti quindi di una scrittura con radici autobiografiche, la ricchezza del libro risiede nella galleria di autori che ospita, e che Ernesto Ferrero ha avuto la possibilità di osservare da vicino e in alcuni casi molto a lungo: a partire dal leader Giulio Einaudi, sfilano davanti ai nostri occhi numerose personalità fondamentali come quelle di Bollati, Vittorini, Calvino, Levi, Pavese e molte altre, e per ciascuna di loro l’autore ha uno sguardo attento, affettuoso ma non troppo indulgente, sottolineandone tanto la profondità umana e culturale, quanto gli spigoli più evidenti del carattere. Insomma, uno spaccato rispettoso ma decisamente importante per comprendere il quadro letterario del nostro paese nella seconda parte dello scorso secolo.

 

 

ferrero

 

Il caso e gli incastri, dicevo in apertura. Il tempo di chiudere I migliori anni della nostra vita e mi capita fra le mani un saggio di Antonio Merola, F. Scott Fitzgerald e l’Italia (Ladolfi, 2018). Allora ammetto subito due cose: primo, diffido dei saggi di ambito letterario, che spesso mi appaiono essenzialmente accademici; secondo, conosco troppo poco la scrittura di F. Scott Fitzgerald, a parte Il grande Gatsby, per esserne realmente incuriosito. Però c’è un “però” che mi trascina dentro al libro, ed è l’introduzione di Merola, chiarissima, essenziale e lineare, in cui i primi responsabili della divulgazione delle opere di Fitzgerald in Italia rispondono ai nomi di Vittorini e Pavese, fra gli altri; ed è come se si fosse riallacciato un filo che non avevo nemmeno fatto in tempo a dipanare.

Va sottolineato ed evidenziato che il tono e le finalità del lavoro di Antonio Merola sono completamente differenti da quelli di Ferrero: F. Scott Fitzgerald e l’Italia è un percorso – di grande spessore e profondità, nonché di accuratissima documentazione – non soltanto sulle tappe che hanno permesso la pubblicazione e la divulgazione della produzione di Fitzgerald nel nostro paese, ma soprattutto sull’evolversi della lettura critica che nel corso del tempo è stata formulata sull’autore statunitense, a partire da quella “frivola” di Elio Vittorini, che lo incluse nell’antologia Americana (Bompiani, 1941), per giungere fino alle interpretazioni ben più complesse e accurate di Fernanda Pivano e Sergio Perosa.

Senza entrare troppo nel dettaglio – non è questa la sede – il lavoro di Antonio Merola presenta diversi pregi importanti. Prima di tutto, come già si è accennato, si tratta di un lavoro fondato su una ricerca importante: i documenti presentati sono congruenti ed illuminanti, ed insieme al ponderoso apparato di note esplicative costituiscono un’impalcatura solida per l’intero volume che tuttavia rimane scorrevole alla lettura. In secondo luogo, stupisce vedere come il valore di un autore come Fitzgerald, oggi unanimemente riconosciuto, sia emerso con difficoltà nel corso dei decenni passati, e la stessa Pivano, fondamentale in questo senso, sia riuscita a costruirsi una valida interpretazione dell’opera di Fitzgerald lentamente, passo dopo passo e traduzione dopo traduzione, quasi a testimonianza della complessità della scrittura contenuta nell’opera omnia dell’autore statunitense (e dunque non soltanto dei lavori più celebri e conosciuti). Infine, aspetto fondamentale per comprendere appieno lo spessore critico di Merola – nonostante la sua giovane età – l’autore compone un quadro che permette di porre in stretta correlazione le esperienze biografiche di Fitzgerald e la sua opera: vengono così superati i riferimenti precedenti e la produzione di Fitzgerald acquista una nuova luce, sfuggendo alle categorizzazioni, permettendo di leggere anche alcuni lavori meno conosciuti all’interno di un percorso globale, ed al tempo stesso gettando le basi per approfondimenti sui personaggi fitzgeraldiani e sulla loro interpretazione. Questo permette di superare il problema della “reputazione” dello scrittore-Fitzgerald, in quanto porta alla coincidenza di scrittore e uomo: “il materiale della narrazione proviene dalla sincerità con cui Fitzgerald elabora la propria esistenza”, scrive Merola, e ciò lo porta a compiere il primo solido passo verso quella che egli stesso definisce come necessità di “una critica empatica”.

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