perìgeion

un atto di poesia

El silensi d’i föj druâ, di Davide Romagnoli

davide1

di Nino Iacovella

Dopo la pubblicazione degli inediti sul nostro blog ecco arrivare finalmente l’opera monografica di Davide Romagnoli, El silensi d’i föj druâ (Il silenzio dei fogli consumati) dove il giovane autore dell’hinterland milanese, contrariamente al mainstream della sua generazione di “poeti laureati”, sceglie la lingua dialettale per aprirci al suo mondo fatto di scenari di pianura, rarefazione e nebbia. Con il registro famigliare e autentico della lingua dei padri Romagnoli in realtà tocca gli strati più profondi e lirici dell’esistenza. Nei testi è un susseguirsi di immagini sfocate, un vuoto interno-esterno che pare incorniciato negli scatti fotografici di Ghirri, dove si palesa una geografia, una natura morta nel quale l’io poetante è un’intrusione, uno scenario di solitudine dove il poeta si trova, suo malgrado, a vivere. La raccolta prende una forma diaristica, una sorta di rendicontazione pessimistico-esistenzialista (non a caso vengono citati in un testo prima Sartre e poi Eliot) di un vivere a somma zero: si rimane alla deriva, nell’assenza di un qualsiasi slancio, ma anche nella mancanza di un vero e proprio senso del dolore. La scelta della quasi ossessiva ripetizione di certe parole, dei relativi suoni, inconsciamente evocano l’insistente rumore della pioggia. “Niente, vuoto, silenzio e vento”, diventano simboli-suono che riempiono i giorni grigi delle stanze interne del poeta. Così come il senso del tempo che passa e che riflette, in ogni singolo correlativo oggettivo di eliotiana memoria, l’ineluttabilità di essere stati gettati nel mondo.

Parlà del nient, intend el nient
e vardà tuti i fàcc del noster vèss:
curiandul del vent apèna pa sa
slisà via in svelt n’i curtil di noster cà .
Un para de föj slüngà de’n rifles,
reful de vent de ‘na quaj marea,
brusà come castagn in d’un sidèl
fümen Nuember e giurnaj de ier l’alter,
intant che capissum ‘me druà el fià
e i culur che ghè resten per piturà
i pagin del noster dumandà amò
e fin a la fin se ghèm de dì
per i insema a tutt quel che passa
e che’l passarà, forsi, anca de chi.

***
Parlare del niente, comprendere il niente
e osservare tutte le facce del nostro essere:
coriandoli del vento appena passato
scivolati via veloci nei cortili delle nostre case.
Un paio di fogli allungati da un riflesso,
soffio di vento di una qualche marea
bruciati come castagne in un secchio
fumano Novembre e i giornali di ieri l’altro,
intanto che capiamo come usare il nostro fiato
e i colori che ci restano per pitturare
le pagine del nostro domandarci ancora
e fino alla fine cosa abbiamo da dire
per vivere insieme a tutto quello che passa
e che passerà, forse, anche di qui.

Aisi el cò: el ciel, i sò uregin:
‘me I’inìssi sbandunà de ogni storia
de paes indurrnent, tasuda de nòtt.
Sbassi el cò: i föj, i ò paròl de lègn:
fredei e ncmis dci spècc, di sò puesi,
due el se riflètt el dubi de savè
nient, o dumà pòc, del chel mund pu sè in là,
di sò puce, d’i sò fià, d’i sò di ègn di fiùr
e di cume carlighen via, pian, nel dì che vegn.
Resta dumà la sensasiùn de vègh dumà
el silensi
n’i acòcc, e fora dumà el rumùr
de turi paròl ch’ernrn bèle druà.

Alzo la testa: il ciclo, i suoi orecchini:
com’l’inizio abbandonato di ogni storia
di paese addormentato, taciuta di notte.
Abbasso la testa: i fogli, le loro parole di legno:
fratelli e nemici dello specchio. delle sue poesie,
dove i riflette il dubbio di sapere
niente, a solo poco, di quel mondo più in là,
delle sue pozzan­ghere, dei suoi fiati, dei suoi di segni di fiori
e di come sono sci­volati via, piano, nel giorno che viene.
Resta solo la sensazione di avere solo
il silenzio
nelle tasche, e fuori solo il rumore
di tutte le parole che abbiamo già usato.
***
Culùr de voj, fiùr de nient,
omen arbur faj de gess
e piant che paren végiatt
se derseden ‘me dì che piov
de fianc ai foss due salten
me pess durà i guidon sbarluscènt.
Cun una smanetada strusi la strada
massi el silensi del vegnì su,
insema aj alter che donnen pu:
ecc vert e tatuacc cuatà
penelà cundu nel cò del VIV.
Camp faj de ris, fos de curent
purtà a drè dumà de’n foj o de’n guarda:
rumùr de sang gris dent la pianura.

Colori di vuoto, fiori di niente,
uomini albero fatti di vernice
e piante che sembran vecchi
si risvegliano come giorni del piovere
di fianco ai fossi dove saltano fuori
goldoni luccicanti come pesci dorati.
Con un colpo di gas striscio la strada
uccido il silenzio del venir su
insieme agli altri che non dormono più:
occhi aperti e tatuaggi coperti
pennellate nascoste nel capo del vivere.
Campi fatti di riso, fossi fatti da corrente
trasportati solo da un foglio o da un guardare:
rumori di sangue grigio dentro la pianura.
***
Quel che’el ghè de guardà l’è nò tüt quel che’el ghè:
i öcc se trànn nel vöj e ne l’erba cume fiö al sȗ
cun la vista che g’han i telecamer dell’iphone
ne la cunesiȗn cui mund, cui prà, cun la nèv.
Su nesun a drè a guardà, se el mar o el ciel,
la nèbia o’ilatt stravacà, la pèll 0’1 paltò
s sun mi che me guardi al pece d’i pagin
o i paròl ch’ù dì eh me guar l n al freg de la nòtt.
Sù nò e sùn a drè a dì, se l’è che pödi pensà
quand tàsi e senti in là di sass, di cà e di muntagn.
El spirit el sà de sàl e i öcc de sàbia.
Guardi el nient, e el nient l’è tutt quel che’el ghè.

Quello che c’è da guardare non è tutto ciò che c’è:
gli occhi si gettano nel vuoto e nell’erba come ragazzini al sole
con la vista che hanno le telecamere degli iphone
nella connessione col mondo, coi prati e con la neve.
Non so cosa sto guardando, se il mare o il cielo,
se la nebbia o ill atte versato, la pelle o la giacca
se sono io che mi guardo nello specchio delle pagine
o le parole che ho detto che mi guardano al freddo della notte.
Non so che sto dicendo, che cosa posso pensare
quando taccio e sento oltre i sassi, le case e le montagne.
Lo spirito sa di sale e gli occhi di sabbia.
Guardo il niente, ed il niente è tutto quello che c’è.

El silensi d’i föj druâ, Marco Saya Editore, 2018, Milano

Davide Romagnoli (Milano,1988) è insegnante di Letteratura Italiana, redattore, critico e umanista. Scrive saggi di critica di poesia, oltre che articoli di cinema e musica in riviste e portali. Poeta, sceneggiatore e musicista, vive e lavora tra Roma e Milano. Questa è la sua prima pubblicazione monografica.

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3 commenti su “El silensi d’i föj druâ, di Davide Romagnoli

  1. poesiaoggi
    01/12/2018

    L’ha ribloggato su poesiaoggi.

    Mi piace

  2. guglielm111
    02/12/2018

    L’ho letto direttamente in italiano per mia ignoranza del dialetto: si avverte la maledizione del nichilismo che si abbatte su un mondo ridotto a cumulo di frantumi, a partire da quelle inquietanti piante “che somigliano a vecchi”… La realtà è scissa, lacerata da un taglio netto che separa la scenografia del sensibile (che però è solo apparenza) da uno sconosciuto oltre immateriale (che però non è raggiungibile); ma perfino il dominio di ciò che siamo abituati a considerare tangibile e quotidiano a un certo punto si fa sfuggente, finisce per disorientare, per non lasciarsi circoscrivere in una comprensione razionale, tanto che il soggetto si scopre incapace di distinguere tra il latte e la nebbia – come se il suo senso della realtà subisca un arretramento progressivo, retrocedendo da ogni certezza e riferimento fermo fino ad annullarsi…

    Piace a 1 persona

  3. vengodalmare
    03/12/2018

    Resta solo la sensazione di avere solo
    il silenzio
    nelle tasche, e fuori solo il rumore
    di tutte le parole che abbiamo già usato.

    Sono riuscita a sentirlo quel silenzio, denso di tutto e di niente, e il suo suono nel vento. Grazie, molto belle queste poesie.

    Piace a 1 persona

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Questa voce è stata pubblicata il 30/11/2018 da in Senza categoria.
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