perìgeion

un atto di poesia

Tutte le poesie 1971-1994; Dario Villa

 

Dario-Villa

 

di Marco Ercolani

Forse mi è capitato di descrivere

l’assordante violenza del vuoto,

il lavorio da topo dell’alienazione,

il punto in cui le parole non tengono,

la nitida imprecisione dei sogni…

ma il fine non l‘ho capito, non ho trovato la frase,

non ho risolto teoremi minimi,

non dispongo di chiose per certi capitoli,

non so glossare la morte.

 

Dario Villa, come osserva Raboni, dobbiamo pensarlo come «una sorta di Corbière o di Laforgue che anziché immaginare o presagire tutto o quasi tutto il dopo (ossia, appunto, la “modernità”), fosse riuscito a sopravvivergli e dunque a ripercorrerlo, a ripensarlo, a rivitalizzarlo, quel dopo, con la curiosità e l’innocenza, con il fervore disincantato e al tempo stesso luminosamente, perdutamente sentimentale di un visitatore angelico».

La poesia è, in Villa, l’indipendente geografia del proprio spirito. Questa geografia, fresca, ironica, ambigua, rifiuta sia l’io come controllo sia l’es come vertigine. Si nega alla cronaca come alla mistica, scegliendo la natura carnale-spirituale delle emozioni. L’accento della poesia, sospesa tra emozioni corporee e speculazioni spirituali, si sposta spesso verso uno “stato-limite”, verso un fluttuante “parlare per metafore” dove la metafora è il principio costitutivo di una realtà poetica dove de-costruzione e ri-creazione si richiamano in un mobile gioco di analogie e rispecchiamenti «non c’entravo col resto, / avevo freddo, lasciavo / perdere, semrbavo un fanale; / ritmavo su piede lento / un’altra storia, epica e banale, / un disegno del fato, non lo escludo: / ero così: un cartoccio / di scarti, un coacervo/ di cosmogonie agonizzanti». La metafora si innesta nella sostanza delle cose con uno spirito indiscreto, marginale – uno sberleffo colto – che ricorda alcuni poeti cecoslovacchi amati da Angelo Maria Ripellino, da Vitezslav Nezval a Frantisek Halas. Non è tanto il tema universale dell’angoscia a contare, in Villa, quanto la presenza del proprio corpo-anima nell’alfabeto della sintassi come natura di beffarda esclusione («il mondo sgusciò poi / dal piano che lo includeva / dite pure il contrario / le balle dei geografi non mi interessano»). Nessuna scrittura poetica, nonostante sia sempre e soltanto finzione, rinuncia alla sua autenticità che, in questo caso, è un vagare distratto nelle pulsazioni di un sé fluttuante, corrosivo. Qualcosa di androgino e di indefinibile possiede la poesia di Villa, naturale e artificiosa con la stessa, sarcastica innocenza («la cosa mi aveva /alquanto fondato // mi aveva lambito / entrato sfondato // ma era passato del tempo / l’avevo dimenticata // o confusa con altre l’avevo / forse soltanto ridimensionata // anni che dorme si sveglia e fa dio / come piove bé ciao roba del genere»). La scrittura descrive umori ma non indica strade. Chi testimonia, non è ancora polvere, corpo dissolto. Forse vive uno stato di coscienza alterato o parziale, soffre fra ciò che è e ciò che potrebbe essere, sente la realtà come un’allucinazione, si aggira tra maschere e bambole, cerca caparbiamente vie d’uscita. In sintesi, non leggiamo solo un testo scritto ma il diagramma di uno stato alterato della coscienza, una transe del pensiero; il testo è traccia di quella transe e il suo senso è cercarsi, dimenticarsi, ricordarsi: «…poi, se ci penso, sono / già esistito in passato, / ho già bevuto, / ho già bevuto il liquore / sottile delle stagioni /con te o con altri mi sono / già inebriato di quest’ora, / di un vino d’ombre, di un atto mancato…». Questo “vino d’ombre”, questo “atto mancato”, è la sostanza di una poesia lunare e struggente, che talvolta si pavoneggia “con i vocalizzi dell’inconscio” (Guida), talvolta sprofonda in quell’”ellisse segreta” che è proprio la vocazione cosmica, corporea, ironica, di questa poesia: «…una gran vecchia voglia / di mangiare la foglia / di mandare già il nocciolo che sembra / sigilato nell’ostrica o nell’ostica / e spinosa questione / che sta sotto la polpa del pianeta». La morte del poeta, appena quarantenne, affrontata con stoico coraggio, non sembra estranea al tono slontanante del suo dire, che appare sgangherato e raffinatissimo, sempre votato a una sorta di suicidio biologico, di musicale dissolvenza: «evita almeno queste spiegazioni, / i dotti riferimenti psichiatrici, / cortocircuiti luminosi fra le mosche / ottiche volitanti nel campo visivo, / la solita orchestra / di percezioni e di cancellazioni / – cosa vuoi che gliene freghi / al marciapiede se lo calpestano?». Villa lavora costantemente all’erosione del proprio io con una grazia del tutto personale, con disincanto angelico e fredda sprezzatura, affidando ironicamente all’altro da sé la parola amata/odiata: «e va bé / sarò anche dotato / dei miei allegri meccanismi psichici / (ho rare facoltà di rimozione) // ma prova tu a abitare questa testa / qui ci sono le chiavi / divertitici un po’ se mai sorgessero / complicazioni chiama qualcun altro // (tanto per me o per te / per tutto il tempo / la vicenda si volge tra sé e sé/ con me o senza di me)».

(Seniorservice Books, 2001)

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3 commenti su “Tutte le poesie 1971-1994; Dario Villa

  1. Annasilvia Scumace
    16/01/2019

    Davvero intenso. Sottile. Psicologico. Letterariamente un epigono dei poeti maledetti.

    Piace a 1 persona

  2. guglielm111
    18/01/2019

    Si avverte in primis una rara, paludata consapevolezza letteraria, che si rifà a Zanzotto (plurilinguismo, funambolismo fonico che civetta col divertissement…), ma vi innesta una voce dal timbro potentemente personale, ruvida e scabra: uno sguardo diretto, senza fronzoli, spietato nel fotografare l’essere delle cose (e l’essere dell’io come cosa tra le cose) nella sua gratuità insensata e aberrante; una vertigine nichilistica, che percorre gli scenari tanto delle postmoderne desolazioni urbane, quanto di una soggettività collassante, che sembra in costante rischio di capitolazione, ma sempre allacciando il tono della confessione a un distacco auto-ironico, la rendicontazione del progressivo dissesto di un equilibrio personale ad inattesi squarci epifanici, ad affondi nel perturbante (mi vengono in mente gli “spaventosi /spazzolini da denti…). Non fa specie che un autore simile, per l’impervio legame fra scrittura e biografia che coltivava, non abbia incontrato riconoscimenti pari ai suoi meriti, riuscendo indigesto e fuori dal coro rispetto al manieristico cicaleccio poetico dei nostri anni.

    Piace a 1 persona

  3. ninoiacovella
    19/01/2019

    Grazie a Marco e a chi ha dimostrato interesse per la voce di Dario Villa, poeta da riscoprire.

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