perìgeion

un atto di poesia

Infanzia resa, di Sebastiano Aglieco

seb

di Nino Iacovella

Ho imparato nel tempo a pesare le mie considerazioni sulla scrittura, a viverla con maggiore equilibrio, eppure per la poesia non è mai cambiata quella visione massimalista di una delle forme di espressione letteraria che, o è tutto, o non è niente. Per questo, contrariamente alla saggistica e alla narrativa che riempiono gli scaffali della mia libreria, ho sempre scelto di tenere pochi e ben selezionati libri di poesia. Solo l’indispensabile. Infanzia resa di Sebastiano Aglieco è uno di questi. E cosa lo rende unico e importante? Perché è poesia che non cade nel tranello letterario. Di nascere per un intento letterario. La poesia in questo caso rimane se stessa: qualcosa che è al di dentro e al di fuori dell’alveo letterario; che arriva diretta al cuore della parola solo se rinuncia ai suoi tropi e alle sue precostruite strutture altisonanti. Perché la poesia è quanto di più vicino alla preghiera. E non si può che essere umili dinanzi alla preghiera. Al miracolo della poesia che si avvera sulla pagina bianca.

Qui abbiamo la nudità dell’autore, lo scavo tra le macerie dei propri conflitti interiori. Essere nudi e umili, nonostante l’altezza delle parole, significa costruire ponti di fratellanza tra poeta e lettori. Essere in assoluta stato di empatia con gli altri. E in questo libro l’empatia si sostanzia nei temi dell’infanzia e del lento apprendistato di un maestro che, per destino e vocazione, cerca di aprire il cuore e lo sguardo dei bambini. Poesia come dono. Dono offerto all’infanzia di ognuno: del poeta, degli allievi bambini, dei lettori. Poesia come una piccola fiamma passata di mano in mano e da proteggere nell’incavo di piccole mani in balìa del forte vento della vita.

Sebastiano Aglieco scrive con le parole semplici usate con i piccoli per ricostruire la fitta trama della complessità dei sentimenti umani. Parla con una voce commossa, che trema, ma che non tradisce mai l’intensità del canto.

Infanzia Resa; Libreria Editrice “Il Leggio”, Chioggia, 2018

IRRUZIONE
Sono apparsi con le macchine “suonanti”
hanno spalancato le porte
come formiche che stanano la terra dei nemici
hanno calpestato tutte le parole
lasciato al buio i bambini.
Qualcuno, fuori, mi ha detto: – Dobbiamo entrare tutti – …
ma io avevo paura dei bastoni
del sangue da asciugare sulla testa dei bambini
delle nostre identità negate.
I ragazzi hanno scalato le sedie:
– Pronunciate il vostro nome – abbiamo detto
– le braccia incrociate sul petto -.
Ho sollevato la mia gola nuda
l’ho offerta, con fatica, al dio cieco di una giustizia.
Dove sono i padri che annunciano la Legge buona?
Dove sono le madri che accolgono nel loro latte i senza piume?
Andate via.
Questo è lo spazio sacro dell’infanzia
qui si fermano le prime parole del mondo
qui si beve l ‘acqua buona della festa della vita.
(Venerdì, 29 maggio 2017)

***

ORA D’ARIA
Che cosa ti viene in mente
bambino, quando non guardi?
Parla, non sono conti in banca
le parole, trappole per darti un
voto e catturarti nelle trame dei grandi.
Mi chiedi allora he cosa sia
ciò che sperperiamo, io e te
aspettando una scadenza
quale viso nasconda il tempo
alla purezza, al dolore senza nome.
Perché, quando piangi, non lo sai?
Tu impara a custodire la biglia che hai
guadagnato ferendoti un
poco alla mia domanda.
Chiudi quella porta, dopo
ora finisce l’ora d’aria dell’infanzia.
Si torna in classe.

***

Dicevi che avevi pistole nelle tempie
protezioni contro un padre
ubriaco, non guardavi ma, fidandoti, ti facevi guardare.
Oggi, dopo il gioco, hai scelto il nome più segreto
del maestro più vero:
il guaritore ferito che guarisce.
Non ho da dire altro ai poeti:
guardate qui, nudi, davanti al petto dei bambini.

***

Tu non puoi essere mio figlio
tu, fra poco, attraverserai questa mia
terra e mi offrirai in pegno solo
un po’di dolore. Il mondo ci lascerà
passare nella mia bocca e sarà
più force il canto, il pianto
tu mi verrai a trovare nella
forma di un altro bambino.

***

Se scrivo, ora, è perché sento questa voce
necessaria, necessaria per me, e questo basta.
Non so niente dei poeti, della poesia
so solo del tempo bruciato nelle mie parole
1’istante velocissimo in cui ogni cosa è
splendente, prima dell’amore e dell’onore.
Non parlo al mondo
parlo di me, fratello nel mondo.

***

C’è un vento feroce
le poesie impazziscono sui muri
non so se resisteranno a questa inconsistenza
io le proteggo dal fastidio del mondo
chiudo a chiave la cantina come si chiude
la nostra finitezza.
Hai detto: – devi mangiare, prima
non puoi respirare tutta questa luce-.
(In cantina. Preparando la mostra “Poesia ininterrotta)

***

Oggi ho pianto davanti a voi
dalle mani chiuse sentivo le vostre voci
sussurrare: – il maestro è commosso –
mentre tutto finiva, la musica
le prove della sopravvivenza e
del perdono … perdono, ripetevo
nella mente, lasciatemi qui
apritemi alla luce nuova della terra che
si illumina di voi
del vostro breve accadere.
Poi Antonio mi ha toccato
come si tocca un uccello incatramato.
(19 maggio rappresentazione del Flauto Magico, teatro Arcimboldi)

***

Senti che non c’è più il respiro
tutto avanza nel respiro
tutto ci acceca nel poco tempo
in ciò che sarà splendente
nella fragile luce del mattino.
Baciami, abbracciami prima del livore
prima ancora che non so
abbracciami con le parole che non ci
saranno, portate dal dolore delle rondini:
Noi verremo ancora qui
n Ila casa che hai custodito per noi sotto la grondaia
per noi, solo per noi.
Non uccideteli i poeti
lasciateli senza niente coi loro occhi indecenti
buttate i vostri giocattoli sulla riva del
tempo, sarete e non sarete
nei sogni confusi del pioppo.
Ecco, è primavera qui ho la camicia rosa
la sciarpa azzurra che mi protegge dalle parole
fragili come le vostre perdite nel mattino.
Sono ancora qui e vi scrivo
per non morire.
(Maggio 2011 giugno 2012)

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