perìgeion

un atto di poesia

Patrizia Sardisco, “eu-nuca”

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di Giorgio Galli

“Di cosa parla” una raccolta poetica intitolata eu-nuca (Edizioni Cofine, prefazione di Anna Maria Curci)? Parla di quello che siamo diventati. Dello spirito dei tempi. Traccia un ritratto senza sconti di tutti noi, attraverso la ricognizione dell’immagine più disturbante dell’attualità: quella dell’Europa di fronte ai migranti. Lo spettacolare fallimento dell’Unione europea nel garantire agli sventurati d’oggi quei diritti per cui si è battuta ieri è analizzato attraverso una metafora: l’Europa è una vecchia egoista e arida, che si tiene stretta il suo salvadanaio e le sue sicurezze minute, e non è disposta a modificare la sua immagine in accordo alla realtà dei tempi. Non essendo disposta ad accettare la realtà -quella dei flussi migratori- la nega, negando il reale bisogno di quella gente, la storpia trasformando quei bisognosi in criminali, o semplicemente non le concede alcuna esistenza, cancellando intere masse umane come fossero parole fastidiose da depennare. O, più vigliaccamente, rimanda il problema, facendo accordi criminali con Paesi criminali o con altre soluzioni eternamente provvisorie che producono centinaia di morti in mare.

Scrive Anna Maria Curci nella Prefazione: “Quel prefisso eu anteposto a nuca, dismessa la parentela con il significato nel greco antico, non sta più a indicare alcunché di benevolo, giacché esso non è che l’acronimo per European Union. La EU è l’Unione Europea che si è messa alle spalle, dietro la nuca dunque, solidarietà, casa comune, accoglienza, e che si è fatta marcescente amministratrice dei no, dei rifiuti e dei rigetti, degli schermi di carta, delle foglie di fico degli accordi su paletti e fogli di via”.

Nessun facile “antieuropeismo”, però, nella scrittura di Patrizia: la vecchia Europa, mai così vecchia e sorda, non è un’entità astratta: siamo tutti noi, cittadini europei destituiti d’ogni umanità e desiderosi solo di una “sicurezza” codarda. Ma Patrizia Sardisco non fa oratoria civile o politica: fa poesia, e dice tutto questo attraverso un lavoro sui segni, i significati e le immagini. Scrive ancora Anna Maria Curci: “La scrittura di Patrizia Sardisco richiede, anzi pretende da chi legge e ascolta una attenzione amplificata, una disponibilità a inoltrarsi lungo il sentiero dei segni, a immergersi in acque di mutevoli temperatura e toni cromatici, ad andare a fondo e a risalire la corrente. Nessuna adesione epidermica, fuggevole e senza impegno; al suo posto, sensi tesi a intercettare gli indizi, sparsi non a caso ma collocati -è proprio il caso di affermarlo- ‘ad arte’, per cogliere in ampiezza e profondità il canto (ché di canto si tratta) della voce poetica. Se altrove vige dunque con il lettore il patto della sospensione dell’incredulità, dinanzi alla poesia di eu-nuca ci troviamo dinanzi alla proposta di un patto di sospensione dell’attitudine a una mera ‘degustazione del testo poetico”. Ci troviamo, in altre parole, nella necessità di una disposizione profondamente, integralmente critica verso il testo e verso la realtà di cui il testo si occupa. Questa disposizione critica è perseguita anche con l’uso di un lessico specializzato, crudo, scientifico: “Medicina, psicologia, filosofia, geologia concorrono al dire poetico”, scrive Anna Maria Curci, e “assumono il valore di lanterna che guida il passo al riconoscimento di un dettato poetico sapido e provocatorio, preciso nel suo voler essere pietra d’inciampo, epifania dello scandalo”.

Una poesia integralmente scomoda, lontana da ogni facile spiritualismo, da ogni facile oscurità o trobar clus, da ogni facile comunicativa. Leggiamo l’ “entrata in scena” della Vecchia nel componimento #0 (tutti i trentuno componimenti sono contrassegnati da un numero preceduto da #) e vediamo come la musica del verso è usata in funzione architettonica, per tenere un insieme che è un ritratto d’epoca -della nostra epoca:

«pingue e di sangue
esausto
a ostentare
obnubilata da obsolete tiare
la supponenza della tua postura
la nuca nuda
e sciatta

fai paura»

La parola centellinata, rallentata di questi scarni versi precipita, dopo una pausa, in quel “fai paura” che è il sentimento suscitato dal regresso civile di un continente, ma è anche un urlo d’allarme, una chiamata in causa rivolta alla coscienza del lettore: “fai” paura, non “fa”: tu sei parte e concausa dell’orrore.

Che cosa fa la Vecchia?

«Paventa le correnti
spinte di spore spurie
rigurgito di primavere
promananti dal mare»

Possiamo cogliere, nei trentuno componimenti della raccolta, dei veri saggi di esattezza del dire:

«ti tremano le mani: t’ostini in distrazioni
hai frequenti momenti d’amnesia
in sogno hai creduto che bastasse
mettere in fila piccole monete»

«estetica economica
calcare i neri ai margini
rinforzare le linee
di confine
esaltare le campiture interne»

«nel cortile sul retro
la Vecchia ha il suo orticello
pianta da quel suo luogo
caldo e asciutto
dissuasori nel mare»

«se la realtà sta ai grafici
la verità è futura»

Nell’economia dell’opera, anche un passaggio dal settenario all’endecasillabo assume un preciso valore semantico, e coglie il lettore di sorpresa come la modulazione improvvisa alla fine del Bolero di Ravel -ma con ben altro scuotimento di coscienza. Leggiamo i settenari rapidi e severi del componimento #3, ritratto dell’ipocrisia della Vecchia:

«parole sante asettiche
_ma una parola buona
non si nega a nessuno

un monito infecondo
un obolo, un elogio
un fiore giù da un molo
fuori dall’area cieca

_mentre si volta accorta
a non bagnarsi i piedi
non sporcarsi le mani»

Segue il #4, così:

«paralleli infiniti il cielo appende
sul pentagramma delle migrazioni
sui tetti delle case senza antenne
_non c’è segnale, ognuno attende solo

monta le pietre, i muri a fermo immagine
contro il mare un sipario quotidiano
distesa all’attenzione fluttuante
una macchia di rosso sulla quiete

e il cielo inscena un foglio quasi bianco
un profondissimo disegno cieco»

Il brusco passaggio a un ritmo più disteso -ma innervato d’inquieta indignazione- suggerisce un tono di preghiera, un’invocazione latente a un qualche dio di fronte all’avanzare dell’inumano: E non è azzardato dire che, per Patrizia, il divino e il metafisico coincidano qui con ciò che un tempo era l’umano, e che oggi pare non essere più.

C’è una domanda che ricorre negli osservatori più disincantati dell’attualità: che cosa siamo diventati? La risposta di eu-nuca (nel componimento #29) è la seguente:

«Dopo le miserie
dopo le macerie
dopo i pochi noi e troppi loro

le mani sono sempre
un calcolo inesatto
ci tormentano i gesti
dal futuro

i resti di divino
nomi da dover dare
a ogni impronta persa nella corsa»

Patrizia, insomma, muove da un intenso lavoro interno alla poesia per giungere a un risultato concreto, un cambiamento nella coscienza civile -e nel quoziente di umanità- del lettore. Ma modificare, attraverso il lavoro sulle forme, la nostra visione della realtà concreta, non è il lavoro per eccellenza della letteratura?

***

Da eu-nuca

#5

non sono i figli tuoi i fuori luogo
dove sono rotte le acque

frastuoni di fratture di
pangee incollate a freddo
e l’urlo di quest’ora è acqua in bocca
se è sbagliato il pigmento l’ipossia è inaudita

guardali, Vecchia, gettati al mondo
gettarsi all’altro mondo
saranno in chiaro ora qualche ora
more di salmi oleografie e news

saprai l’eclissi del tuo eliocentrismo
senza salienza umana

 

#9

siamo certi del dominio
siamo un intorno di punti
che gode di proprietà geometriche
di proprietà private
luoghi di punti con gli steccati intorno

l’extra che preme è un extra luogo
un no-logo
un non omologo

nei luoghi liquidi il dominio arretra
delega alla vacanza della norma
coscienza col colletto inamidato
ripiega carte nautiche e aspetta
l’autoazzeramento del problema

 

#24

occorrerà convincere di essere,
della giustezza della propria parte
della buona regia
_che qui è lontano dal corpo dell’inferno
che non avrà le braccia mai l’inferno
o gambe o mani
o dita lunghe e l’ombra
di nessun onta, né accusa né rivendicazione _
occorre stare calmi e usare
calme e diplomatiche parole
lasciar sbollire il mare
prendere tempo
tenere stretto il largo
resistere e diffondere la voce
che quello nella culla
è il cuore giusto del tempo antropizzato
il resto è contingenza necessaria
l’acido sanatorio della storia

 

#30

temi la goccia le diluizioni
oh Vecchia troppo giovane!
prona non vedi l’onda
che monta fisiologica

e se paventi il calibro
di questa corda
che ti vuole funambola
imbracata

non sai quanto finissimo
quel laccio
che ti soffocherà
ancora con le mani nelle tasche

3 commenti su “Patrizia Sardisco, “eu-nuca”

  1. Patrizia Sardisco
    15/02/2019

    Ringrazio Giorgio Galli per il suo intervento e la Redazione per l’accoglienza.
    Sono onorata e felice.

    Piace a 2 people

  2. francesco sassetto
    16/02/2019

    Complimenti Patrizia! Finalmente un’ottima, efficacissima, autentica nello spirito e nelle soluzioni linguistico-stilistiche poesia “civile”! Si mettano sull’aggettivo tutte le virgolette che si vogliono, si storca pure il naso, ma di questa poesia, oggi più che mai, c’è maledettamente bisogno. Il poeta ha il dovere di osservare, testimoniare e prendere posizione. Non giudicando o schierandosi, ma additando ciò che sente e vede. E la nostra progressiva perdita di attenzione, di umanità, di pietas fa rabbrividire e prepara, temo, un ben fosco futuro. Patrizia, hai scritto benissimo dei migranti. Toni asciuttissimi, essenziali, appassionati ma senza un pelo di retorica. Una boccata d’ossigeno in un panorama di poesia contemporanea sempre meno disposto, mi pare, a parlare con i versi dell’orrore quotidiano. Grazie Patrizia e ancora complimenti sinceri.

    Piace a 4 people

  3. Patrizia Sardisco
    16/02/2019

    Carissimo Francesco, ti ringrazio di cuore per le tue parole, appassionate e generose, e per i complimenti: mi incoraggiano e mi sostengono lungo una strada ardua ma che avverto ineludibile. Sono lieta di non percorrerla da sola. Un abbraccio.

    Piace a 2 people

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