perìgeion

un atto di poesia

Gangbang, Luca Ormelli

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di Nino Iacovella

Luca Ormelli esordisce come poeta a un’età matura in un tempo dove l’ondata del giovanilismo letterario sembra dilagare. C’è qualcosa dell’ambiente poetico nostrano che ammicca favorevolmente alla produzione in laboratorio di certi autori “under” e relative scritture, non importa della poca maturità di queste voci ma di quanto possano ben posizionarsi nei binari del mainstream.

Già essere una voce d’esordio anagraficamente ben al di sopra della soglia degli under 40 significa di per sé essere deontologicamente fuori dal coro. Perché la scelta è voluta, ponderata.

Leggo dalla biografia: nato a Padova nel ’74, dopo gli studi in filosofia si trascina di lavoro in lavoro, attualmente lavora come analista informatico.

Tra biografia e poetica c’è una forte assonanza con la caustica visone nichilista di Houellebecq, e più precisamente con il suo esordio narrativo Estensione del dominio della lotta (qui vi è anche la comune esperienza lavorativa nel campo informatico). Un nichilismo esistenziale feroce. Ormelli uomo d’altronde, da una recente intervista di Matteo Fais, afferma di essere sopravvissuto a un cancro, agli psicofarmaci, a una separazione, al lutto per la morte di suo padre in gioventù. Sa cosa vuol dire vorticare a lungo sul bordo del maelström e rifugge scientemente da qualsiasi retorica formale e sostanziale. L’autore punta dritto al centro del nulla.

Avendo intravisto la bocca dell’abisso, Ormelli ritiene inutile il quotidiano divincolarsi dall’abbraccio del destino. Ridicolo ogni supporto morale. Così come è asfittico e corto il tempo che ci è stato dato, così deve essere la struttura formale della poesia di Ormelli. In un gioco di parole, questa deve essere: rapida e ripida. Sviluppo breve del testo senza alcun appiglio di salvezza: ci si può aggrappare alle pareti del vuoto per rallentare la caduta, ma la direzione è una sola, quella che va nel fondo.

Ormelli è poeta lirico con un cuore nero anti lirico. Nel suo io poetante non c’è traccia d’amore né per se stesso né per gli altri: sono le mattine come queste / che ti fanno odiare il mondo / che vorresti spaccare la testa / a qualche vecchia pensionata / e sentirti un po’ Raskolnikov.

Ogni testo è una implosione personale, un collassamento della propria resilienza dovuta a un mondo che non lascia speranze, perché ha rotto i freni e prosegue accelerando sempre più verso l’autodistruzione sociale.

Ormelli è tra i pochi poeti che utilizzano il racconto personale – come d’altronde Houellebecq – per innestarlo scientemente nella realtà: il rumore di fondo della società neoliberale amplifica lo strazio dell’esistere, perché subdolamente soggioga la libertà degli uomini, il cui triste e tardivo risveglio da questa morsa ora si manifesta in forma di rabbia e violenza.

E la rabbia non risparmia in questo caso né l’autore né tutto il resto dell’umanità che arranca tra povertà e sottomissione: il prossimo è soltanto un compagno di sventura o un utile idiota in un mondo dove ognuno deve svangarla da sé la questione del vivere: Non ho mai capito l’affaticarsi senza fine degli insetti sociali. Preferisco i ragni – attendono inerti che il loro inganno si ripeta.

Nelle poesie di Ormelli si riconosce l’attrito malthusiano, la lotta rabbiosa sia all’interno del proprio conflitto esistenziale che all’esterno di un mondo contraddistinto dalla scarsità di risorse da condividere. E in questa lotta rimaniamo, parafrasando un suo testo, come lucertole temporaneamente scaldate dal sole dell’esistenza, ma il nostro gelo è dentro, è lì che si spezza qualcosa quando sei solo.

Gangbang, Luca Ormelli, Controluna Edizioni, 2018, Roma

Nel muro che ho dinanzi

leggo segni del domani

una crepa lo attraversa

dall’alto – in diagonale

fino a cadere per terra.

***

Il marciapiede straripa di gente.

Cani che pisciano.

Un filo d’erba rompe l’asfalto.

Lo osservo circondato dal progresso.

Le sue nervature delicate.

L’intrico verde incoronato dal vento.

Le formiche lo ignorano.

Compatte. Serrate.

Non ho mai capito l’affaticarsi

senza fine degli insetti sociali.

Preferisco i ragni – attendono

inerti che il loro inganno si ripeta.

***

Se mi buttassi giù dal tetto

di un palazzo dell’Arcella

sarei per questo più poeta?

Se me ne andassi a vivere

su una quercia e intrecciando

con i rami la mia barba mutilata

mi giocassi il futuro

tra farmaci e White Russian

mi chiamereste eroe della Resistenza?

Scrivere versi è noioso come suonare

jazz e inutile quanto leggere Cioran.

A un poeta non resta che questo:

prendere a calci nel culo

chi marcia per l’accoglienza.

***

Pensano alle piastrelle loro

al barbecue in pietra

sul prato ben rasato

il sabato pomeriggio

all’Esselunga

per farsi le scarpe

come Dio comanda

da buoni vicini

io penso ai cazzi miei

a non lasciarmi dietro

nulla

d’intentato.

***

Potrei essere davvero

felice

non con voi

né tra di voi

ma contro di voi

ancora

più lontano

da Dio.

***

Questa realtà o un’altra non fa differenza.

La realtà è una finzione necessaria.

Altroché ontologie, metafisiche o classifiche

di gradimento buone soltanto per i quotidiani

e le puttane che ancheggiano in Tv.

Bastasse la sertralina a ridare un senso.

A dare realtà alla vita.

Ma la vita è roba per giovani,

e la realtà un lungo addio da separati in casa.

***

Quando un poeta scrive

è sempre crudele di una crudeltà che conquista.

Il poeta è un terrorista impunito

che si fa saltare i nervi

al chiaro di luna.

***

La vecchiaia è una coperta

piagata di urina. E sarebbe già buona sorte.

Da baciarsi le mani. Dritto & rovescio.

Il minimo che ti può capitare è un cancro.

Di lavorare in ufficio fino alla nausea.

Parlate pure di negri e vegani. Di economia.

Io alla morte ho dato la vita.

Luca Ormelli è nato a Padova nel 1974. Dopo gli studi in Filosofia, si trascina di lavoro in lavoro. Attualmente lavoro come analista informatico. Alcuni suoi testi sono apparsi in rete. Gangbang è la sua prima pubblicazione.

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