perìgeion

un atto di poesia

Miljana Cunta, Poesie di un giorno / Pesmi Dneva

 

 

 

9788899007560

 

 

Poesie di un giorno / Pesmi Dneva (QuDu, 2018) è la seconda raccolta di Miljana Cunta, autrice slovena che già ai tempi del proprio esordio, Per metà del cielo (Za pol neba) aveva riscosso notevole attenzione tanto in patria, all’estero, ed anche nel nostro paese dove il volume era stato interamente tradotto e pubblicato da Thauma nel 2013. Poesie di un giorno è però un libro molto diverso dal precedente, in quanto si tratta di una collezione di compatte prose poetiche che percorrono, con cadenza oraria, la giornata estiva di una donna anziana e di una bambina. Verrebbe istintivo pensare ad una nonna con una nipote che sembra Miljana stessa, ma la domanda è destinata a restare senza risposta ed è giusto così, dal momento che la Cunta rientra fra gli autori preziosi perché capaci di identificazione assoluta fra le proprie parole e quelle degli altri.

Apparentemente una struttura tanto rigorosa potrebbe suggerire l’idea che si tratti di una sorta di diario basato sul concetto di tempo, ma sarebbe un’interpretazione sbagliata. Un’ora, in Poesie di un giorno, non è un’ora di sessanta minuti: un’ora è l’allargarsi della giornata, “il mattino che si moltiplica come i pulcini nella stia dietro alla casa”, il timore che gli ospiti adulti ed estranei non vadano più via; ma è anche l’emergere prepotente dell’immagine del mare “verso il margine del mondo”, o il dormiveglia pomeridiano che reca con sé pensieri simili ad incubi. Questo vede, o meglio questo sembra trattenere negli anni la bambina, e vede anche la lentezza dei gesti dell’anziana – per cui le ore, ancora di più quelle notturne, sembrano avere un ritmo differente -, il suo scivolare senza rumore accanto al letto, il suo accarezzare un grembiule con fare assorto, “solo per sé”. È vero quindi che il tempo è sovrano fra queste pagine, ma si tratta di un tempo interiore, in cui i gesti diventano ricordi, rastremandosi oppure allargandosi nella visione che una bambina mantiene di ciò che ha conservato dall’infanzia.

Per chi ha avuto la fortuna di poter frequentare da vicino degli anziani o dei nonni, di conviverci almeno per un periodo, è difficile non riconoscersi in alcune delle istantanee di Poesie di un giorno, ad esempio il tempo trascorso davanti alla televisione, una passeggiata pomeridiana, la preghiera recitata “sino all’inevitabile amen”. Esiste una distanza evidente fra i ritmi dell’anziana e quelli della bambina, un’idea di atemporalità che passeggia “per i lunghi corridoi della casa”. Allo stesso modo lo spazio e gli oggetti sono qualcosa che la bambina non sempre comprende: “il comodino è colmo di proibizioni”, le pareti verdi e cupe, le porte pesanti. Eppure, avanzando nel maturare del giorno, compaiono momenti di complicità profonda fra le due donne che si ritrovano a ciondolare i piedi all’unisono nel pomeriggio o a condividere l’ombra degli alberi “all’estremo lembo dell’ampia radura”. Ma è di sera, soprattutto di sera, che lentamente la fratellanza prende corpo e consistenza, nel momento in cui, sotto il fardello pesante delle coperte, inizia il regno del linguaggio della notte, che per la bambina significa immaginare che le figure delle fotografie possano uscire dalle cornici e gli scampoli di tessuto rianimarsi come per miracolo. È allora, quando la stanchezza trasforma in vortice quanto rimane del giorno, che fra vecchia e bambina mette radici una dolcezza fisica di abbraccio e protezione che permette alle cattedrali dei corpi di svuotarsi e rasserenarsi, mentre “tutto il superfluo viene scagliato nella notte”; è allora che questa bambina – che oggi sembra parlare contemporaneamente al presente e al passato – può dire “anche noi due siamo felici. Né io né tu” quanto “noi”, che condividiamo la tangenza fra una vita che sta salendo verso il culmine e un’altra inevitabilmente in discesa, e lo trasformiamo in affetto destinato a lasciare testimonianza in un libro che “si è lasciato scrivere, non dalla vanità, piuttosto dall’incanto” che ha resistito allo scorrere del tempo.

 

***

L’anziana signora che sto visitando. Vive in spazi della casa meticolosamente acconciati. Le tende, cucite sulle slanciate finestre, sono lunghe braccia di belle ballerine, con le dita aperte sul pavimento attenuano l’odore cattivo della notte. Le rosse labbra si perdono negli specchi che moltiplicano gli spazi, gli occhi verdi seguono indifferenti la diafana corrente dei visitatori. Ogni mattina un nuovo scollo, la creatività è messa al riparo nella dovizia di attenzione. La musica pervade gli spazi come l’odore di sambuco. Su una pagina aperta a caso, il libro si è lasciato scrivere, non dalla vanità, piuttosto dall’incanto. Senza il bisogno di alzarsi ed agitare le braccia, alzare la voce o chiamare la gente a sé, senza dover lasciare la propria casa, l’anziana signora regna sovrana.

 

6:00

Il mattino è il sorriso luccicante di una sposa in bianco, fa sì che si dimentichi la tristezza dei corpi abbandonati. La via risciacqua da sé il chiasso fuligginoso, della notte rimangono solo i tortuosi ritorni verso casa. Maldestramente, la vecchia dimora districa se stessa dalla veste dell’oscurità, la luce abbozzata già rivela le rughe delle pareti. Esente dal tempo, il numero di casa è il segno di un inizio. Eternamente giovane, si desta nel nuovo giorno. Là vicino, là lontano, in un angolo cavo della vecchia casa, la piccola stanza respira profondamente la propria quiete. In questo luogo entro bambina e con una lingua che ancora non c’è. Poiché non ci sono oggetti qua, solo impressioni di un ricordo che scivola e se ne va. Come se nessuno ascoltasse, come se a nessuno interessasse – sento una voce districarsi. La prima preghiera è come una mano aperta, e nello spazio simmetrico del dono si accumula, concisamente, la speranza. Qua e là solo l’inciampo nella parola dimenticata, il barcollante richiamo del perduto, e avanti, sino all’inevitabile amen. Il corpo invecchiato è solo una delle cose che perdurano queste ore del mattino, sempre più ricurvo, sempre più verso il mistero. Immoto è, come un bagliore che nella luce del mattino non ha più scopo.

 

9:00

Il mattino si moltiplica come i pulcini nella stia dietro la casa. La luce impaziente cerca il punto di rottura – i raggi di sole vagabondi di fronte alla casa lo volgono a sensazione. Il giorno ci assedia da ogni parte, ma noi due siamo salve davanti all’intruso: c’è una fredda rete di ombre sotto le dita. La civetteria in tweed, la calma in cotone, i lampi di seta e il lungo infaticabile taglio delle forbici rumorose, che sanno fermarsi alla fine del viaggio. I bottoni in un disordine giocoso ed un filo sottile, appena visibile – l’atto del creare è salvo. Campioni di tessuto ondeggiano sui mobili e si lasciano perforare dove fa più male. Circondati da una vittima volontaria, deridiamo la bellezza, il lavoro sarà il nostro passaggio attraverso il giorno. Le parole sono inutili nella dovizia di attenzione. Il silenzio denso è come una lunga, lussuosa veste nella quale mi muovo con insolita destrezza e senza timore di cadere. Camminiamo lesti e come una attraverso l’altra, e non perdiamo tempo con digressioni. La pesante credenza scuote le sue preziosità ai nostri passaggi. Quando vi appoggio le mani, anche lei si rabbonisce.

 

15:00

La tenacia dei movimenti sotto il tegumento della pelle. Si liberano dalla resa, con sempre più forza, cala l’esitazione, il sudore che schizza è una leggera nebbia di visioni che inumidiscono la secca bocca dell’anziana. I due combattenti sono forti, si sfidano, attaccano, si elevano, scalzano la paura primordiale, tutta in loro, tutta al di fuori del gioco, avanti, indietro, avanti – indietro, avanti – indietro – avanti – indietro e oplà! – la rivoluzione dei corpi: la torsione dal suolo arso per tornare agli inizi paludosi: nel profondo sotto la superficie diventano movimento. Nella desolazione dei corpi, nel grido falsato, nello sguardo deformato, nell’impatto nel volto, nella brama del vincitore, nella disperazione dello sconfitto, nell’impatto nel volto, ammaliati di fronte alla sopravvivenza, risucchiati nel naufragio, nell’impatto nel volto. In pochi minuti settemila anni di duelli, in un angolo circoscritto del ring settemila immagini muscolari. Davanti allo schermo, sui piedi stanchi della sedia un sorriso scaltro e – il sonno pomeridiano.

 

24:00

All’ora del giorno che tace, sento sussurrare: Le cattedrali dei corpi si svuotano nell’ora alta del sonno, le voci si trattengono in una pausa gutturale e tutto il superfluo viene scagliato nella notte. La preghiera già giace per i corridoi del freddo edificio come una donna che ama, e resta in attesa che accada. Il ristagno delle ore ricoprirà nuovamente la speranza nata – poiché queste vastità sono già velate di pianto, queste profanazioni sono già redente, nei bassifondi di queste ferite già sguazzava il passo innocente. Non vi è più luogo dove nascondersi, eccetto che nel principio della pietà che prende ad amarti nell’impeto del proprio concepimento, come un bambino ti culla quasi sfiorando la terra. Tua è la grazia dell’insensatezza. Calda arde la notte della Tua benevolenza. Attraverso le dita aperte della Tua concessione – il cadere. Là dove trova posto questa preghiera, là riposa il mio volto.

 

4:00

Né mattino né sera. Lo spazio si è preso tutto il tempo per un riposo. Il cielo è alto e basso, sotto il suo benevolo sguardo è sospeso quanto sta nel mezzo. Le stelle accese spengono l’insonnia ridestata e il peso del lenimento s’innalza. Anche noi due siamo felici. Né io né tu. Tra il corpo che se ne va e il corpo che arriva, c’è una pausa. Tra il corpo che è la e il corpo che sta qui vi è levigata malinconia dell’eternità.

 

Traduzione di Michele Obit

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Questa voce è stata pubblicata il 24/02/2019 da in poesia, poesia slovena, traduzioni con tag , , , , .
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