perìgeion

un atto di poesia

Piero Simon Ostan, Il verde che viene ad aprile

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Sono convinto che, se osserviamo la copertina del libro, la cosa più importante non sia il titolo ma la firma, quel nome tramandato e smarrito e riconquistato come risulta evidente nella sezione centrale della raccolta; e che la pienezza di queste poesie, delle quali nemmeno una appare superflua, derivi da un processo lento e faticoso per ritagliarsi un posto, un ruolo, una consapevolezza. “Nessuno può farsi da sé il suo nome”, scrive Piero, esattamente come nessuno può scegliere il proprio volto, ma sono “le parole che sempre diremo… a scavare il volto con pazienza”, a disegnare le espressioni che di noi stessi presentiamo chi ci sta davanti. Sono le stesse parole che ritroviamo in Il verde che viene ad aprile, che Piero Simon Ostan ci offre così come le potrebbe offrire a se stesso, alla sua compagna, o ai suoi figli quando saranno abbastanza grandi da poterle comprendere: molto più che un libro, Il verde che viene ad aprile rappresenta un modo di stare al mondo e nel mondo, radicato nell’oggi ed al tempo stesso aperto verso un domani che è ancora tutto da immaginare.

(dalla prefazione di Francesco Tomada)

***

VII mese

 

abbassando dietro i sedili

sta tutto per il viaggio

il beauty colmo, la spesa,

le cose del mare

 

c’è tutta l’intelligenza spaziale

a cui dar fondo, nell’incastro

di scatole e valigie

 

più difficili sono le borse

che non hanno forma.

 

Nella logica dello stipare il baule

qualcosa sfuggiva:

 

quest’anno, dei sedili dietro

uno rimaneva su, libero di cose

 

come per l’arrivo di qualcuno

a provare se ci stava

 

*

meteo

 

c’è un tagliaerba per ogni famiglia

con trenta metri quadri di giardino

riempiamo a malapena due tre sacchi.

 

abbiamo in molti degli honda potenti

i migliori -dicono- sul mercato

sono costati quasi uno stipendio

ma nel borgo solamente due fratelli

spartiscono il roboante rasaerba.

 

Nella trifamigliare o nel palazzo

le nostre vite sono lontane un muro

ma corrono parallele, per caso

si imbattono fuori sul terrazzino:

sono parole di rito sul tempo.

 

Ma una mattina, dopo la bomba

d’acqua, ci siamo domandati come

stavamo, se c’era bisogno, abbiamo

ascoltato sull’attenti la risposta

e come fosse potuto accadere

tutta quella pioggia in una volta.

 

Le solite previsioni sul meteo

che spesso ci diciamo, per inondare

il silenzio, stavolta non sono state.

 

Nessuno infatti aveva indovinato

che l’acqua si sarebbe infiltrata

nelle nostre vite fino a riempirle.

 

*

Stamattina è il ritmo che viene

dalle travi di uccelli sul tetto

forse passeri nostrani.

È da un po’ che si fanno sentire

ma oggi anche cantano, i piccoli

sono cresciuti.

Sono sistemati in un buon posto

a poche battute d’ali dal canale

li indovino progettare la giornata,

prepararsi per partire.

 

Con questa giornata vicina alla primavera

vorrei saltellare sul tetto

non tanto per imparare a volare,

quanto per ingoiare insetti gonfi di sole

e sentire l’odore del cielo e del fango.

 

Capire solo la direzione dell’aria,

la consistenza delle nuvole

e non saperne proprio nulla

dello spavento del vuoto

 

*

autoritratto

 

È il taglio degli occhi di mio padre

non il suo colore

l’attaccatura bassa dei capelli

quasi piatti i piedi e lo stesso stampo delle mani

o forse è lo stare scorretto della schiena

 

ma più che altro è la stessa la mandibola che balla

quando la cena sa di poco e la camicia non stirata

l’apprensione dei giorni che fa lo stomaco compresso

con la tensione continua dei nervi raccolta nelle giunture

è la sua sintassi quando dico le frasi che non vengono

preciso il lampo nello sguardo che ricuce le cose

rifà buono il tempo

 

la solitudine lui dei boschi io delle parole.

 

Sarà poi un giorno mio figlio

e il figlio di mio figlio

sarà l’aggirarsi nell’identico buio delle strade

ad aspettare che venga il vento giusto

e il chiaro dentro gli occhi

 

*

la classe delle farfalle

 

Al tuo arrivo in asilo hai saputo

che eri nella classe delle farfalle.

Hai colorato il disegno ma non sei

stato dentro i bordi neri delle ali.

 

Il tuo segno di riconoscimento

da cucire sul bordo della bavaglia

è uno scivolo tutto colorato.

 

Che la vita sappia posarsi su di te

con la leggerezza che ha offerto ai fiori.

Dopo la fatica dell’arrivo in vetta

ti regali il brivido della discesa.

 

***

Un libro è una creatura strana, e vederlo nascere è un’esperienza unica. A differenza di un embrione, un libro non ha da subito tutte le sue parti al posto giusto, abbozzate ma riconoscibili: può capitare che nel corso dello sviluppo una gamba e un braccio si scambino di posto, che la coda diventi una testa, addirittura che quello che era in origine un corpo unico si spezzi in più parti. Esperienza unica? Diciamo pure inquietante.

Vista in quest’ottica, la responsabilità dell’autore è tremenda. Le leggi della poesia sono molto più duttili di quelle della biologia e richiedono un intervento consapevole e continuo da parte del poeta. Non troppo consapevole, però: l’opera dev’essere un corpo vivo, non un automa… Trovare il giusto mezzo non è facile. Ci vuole tempo e coraggio. Bisogna dar modo alle varie parti di adattarsi l’una all’altra. Bisogna esser pronti a ricominciare in qualsiasi momento e perfino a scartare pezzi che all’inizio sembravano indispensabili. Per un “padre” che desidera soltanto conoscere al più presto il proprio “figlio”, la tensione può diventare snervante.

Ho avuto la fortuna di seguire la nascita di Il verde che viene ad aprile fin dai primi momenti e posso confermare che anche in questo caso è andata così. Non lasciatevi ingannare dall’apparenza pulita e spontanea di queste pagine: sono state limate con cura instancabile fino all’ultima virgola. Piero Simon Ostan è anche troppo consapevole del peso delle parole (quel “come costa caro far poesia”, citato da una lettera di Aleramo a Campana) e non si è dato pace finché non è riuscito a porle in delicato equilibrio: testo su testo, sezione dopo sezione. Equilibrio inevitabilmente instabile, ma fortemente “necessario”: Provate a leggere i testi in un altro ordine e ve ne accorgerete.

Quello che forse Piero non ha notato è che mentre lui andava creando il libro, di riflesso il libro andava creando lui. Dalla mia posizione privilegiata ho potuto gustarmi in silenzio questo scambio di ruoli. In questo caso è stato il libro ad aspettare: finché l’autore non è diventato la persona destinata a scriverlo, il libro non gli si è mostrato. Questo, più di qualsiasi altra cosa, è il segno che Il verde che viene ad aprile è un’opera matura, assoluta, per certi versi insuperabile.

(dalla postfazione di Guido Cupani)

***

Piero Simon Ostan, Il verde che viene ad aprile, Qudu, 2019. Immagine di copertina di Silvia Lepore.

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2 commenti su “Piero Simon Ostan, Il verde che viene ad aprile

  1. Fernando Lena
    05/04/2019

    trovo questi versi accarezzati da una verità poetica ineccepibile,dentro la loro lucidità descrittiva mostrano sguardi universali e una sensibilità creativa appagata da una vicenda personale e familiare mai intrisa di quella banalità sentimentale che da qualche tempo attanaglia per ricerca di suggestione la poesia contemporanea, avevo letto già qualcosa di Ostan in precedenza e mi aveva colpito per questo suo modo di mettere a nudo le ragioni del cuore.

    Piace a 3 people

  2. ninoiacovella
    08/04/2019

    Poesie di una bellezza esemplare, sempre in linea con la “non linea” friulana (grazie a dio la stiamo smettendo di tracciare linee Maginot poetiche). Poesie profonde che arrivano ” dappertutto” e per questo universali.
    Grazie.
    Nino

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