perìgeion

un atto di poesia

Luca Medeot, L’attesa sulla soglia

 

 

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L’attesa sulla soglia / Appunti per un poema di viaggio da Trento all’Ararat (Italic) , raccolta d’esordio di Luca Medeot, è un libro intensissimo, che ha il pregio non comune di risultare trasparente eppure fuorviante fin dalle pagine iniziali, quando il «viaggiator immobile» citato nel titolo del primo componimento richiama istintivamente alla memoria il «viaggiatore millimetrico» nella celebre definizione di Ivano Fossati. Mentre però per l’autore genovese quello era un paradosso per indicare la lentezza del viaggio, in cui ogni passo deve essere soppesato e per quanto possibile meditato e sedimentato, il viandante di Medeot è irrequieto perché ancora non si muove. Va subito specificato che questo esordio viene pubblicato solo oggi anche se l’autore originario di Mariano del Friuli ha alle spalle un percorso più che ventennale in ambito letterario e culturale, ed è il frutto di un lavoro inflessibile e doloroso di rastremazione, raccolta, analisi umana prima che poetica, che soltanto in seguito si concretizza in un «gesto umile ma civile: / scrivere, cercando di capire». Non so, davvero non so quando a questo preludio seguirà il racconto del viaggio vero e proprio – che è stato realmente compiuto tra il giugno e il luglio del 2006 – in forma di corposo poema, come è nelle aspirazioni di Luca Medeot: si tratta di un lavoro in divenire, magmatico per molti aspetti, di cui L’attesa sulla soglia rappresenta l’inizio e contemporaneamente il primo punto fermo. Un’opera che ha in sé il valore delle cose compiute, pur lasciando aperte le porte verso sviluppi futuri come una promessa, una densissima promessa.

Certamente a Luca Medeot non manca lo spessore per affrontare e condividere con gli altri la sua fatica, in quanto, oltre ad una solida preparazione tecnica, possiede una chiara fisionomia intellettuale (ricordo ad esempio le ore trascorse con lui a discutere di Pier Paolo Pasolini, una delle figure più influenti nella sua formazione) ed una sensibilità fuori dal comune che è in grado di applicare al proprio stare al mondo come individuo, come metà di una coppia, come parte di un gruppo sociale. Va anche sottolineato che L’attesa sulla soglia non è un libro sul viaggio, quanto sul bisogno del viaggio. Affonda radici profonde nel Friuli, terra a cui l’autore è legato dal punto di vista culturale e umano, e nel Trentino, anzi proprio nella città di Trento dove Medeot vive, nelle sue strade chiamate per nome, in «un giorno come altri». L’orizzonte è invece l’Armenia, lontana e tormentata, in bilico tra Oriente e Occidente – come del resto per molti versi anche il Friuli – e teatro di un genocidio soltanto tardivamente e parzialmente riconosciuto.

[…]

L’itinerario del «viaggiator immobile» che si definisce in questi appunti è, pertanto, un paradossale fermarsi a raccogliere la matassa non districabile di emozioni, contraddizioni e razionalità che costituiscono i motivi di una partenza, cercando di costruire un patrimonio abbastanza solido di idee, conoscenze e cultura da poterci coltivare il dubbio e l’incertezza. E il viaggio forse non ha nemmeno per meta necessaria l’Armenia in sé, quanto il desiderio di circoscrivere una conciliazione fra i gesti di un uomo, il suo agire individuale e la sua necessaria coscienza civile, trovando in questo modo un luogo dell’anima dove, consapevoli del rischio di fallire, si possa «arrischiare / la fondazione di un senso».

(Difficile, da un libro così denso e compatto, proporre una selezione di testi; meglio forse presentare la sezione di apertura, Andando al lavoro a piedi, in modo da fornire una chiave di accesso a quello che segue)

 

***

 

 

L’intero brano è pieno di condiscendenza e malafede.

Edward W. Said

 

I. Occhi color cacao

 

Cammino veloce andando al lavoro:

all’angolo di corso Tre Novembre,

tra la muta folla che al mattino

si affretta verso uffici e negozi,

sospingendo lenta sul marciapiede

un passeggino, ciondolando avanza –

tutta fasciata nel drappo di povera

tela azzurra e nocciola – una donna

cui il vento disegna, adombrandolo,

il ventre immenso.

 

Ciglia folte e scure, labbra olivastre,

neri occhi acquorei e tondi, assenti

sul bruno e pingue ovale del viso

assente, inespressivo, incorniciato

dalla stoffa leggera color sabbia

del chador. A fianco le trotterella

come un puledro l’altro figlioletto,

testa scura e riccia, piglio malcerto

e vispo, mentre s’affretta a seguire

la madre col passo caracollante

dei suoi tre anni.

 

                             Mi guarda: mi guarda

per un istante solo, con quegli occhi

lustri color cacao, intensi e dolci,

come di cavallino indocile,

curioso, svagato, affettuoso.

Si volta ancora un attimo a guardare

e quasi inciampa, riaffrettando il passo

per avvinghiarsi alle vesti della madre.

 

 

II. Accoglienza (primo)

 

Tra gli ippocastani di via Santa Croce –

mentre sbircio quel che resta del chiostro

dei cappuccini, e poi, appena oltre,

do un altro sguardo rapido, furtivo

ai conci squadrati, spogli, romanici

della chiesetta di Santa Chiara,

riemersi dalla sopraelevazione

seicentesca dopo un lungo restauro

che ne ha enfatizzato la doppia fase

costruttiva, creando uno sgradevole

monstrum pienamente novecentesco –

 

ragiono sull’accoglienza ai forestieri

e sull’ospitalità garantita

nel tardo medioevo ai pellegrini

dagli attigui e prospicienti ricoveri

dei crocigeri e delle clarisse,

siti nell’immediata adiacenza

della porta urbica meridionale,

aperta nelle mura duecentesche

e nuova soglia della «strada d’Italia».

 

 

III. Divagazioni paraturistiche

 

La strada del sud schiudeva in antico

la via del Mediterraneo al cuore

nordico della Tridentum romana:

a ridosso dell’area sepolcrale,

appena fuori dalla Porta Veronensis,

sorgeva alla fine del quarto secolo –

in quel quarto secolo in cui la storia

ha sterzato verso il millennio successivo –

un umile sacello, consacrato

a una religione mediorientale,

in cui vennero seppelliti i resti

carbonizzati dei giovani martiri

giunti dalla remota Cappadocia

e chiamati dal vescovo Vigilio

a evangelizzare la Val di Non.

 

Non si trattò certo del primo incontro

delle genti di queste dure terre

con uomini venuti dall’Oriente:

certo fu il più ricco di conseguenze.

 

L’integrazione tra cultura retica,

rurale e montanara, e romana,

mercantile urbana mediterranea,

con il nuovo culto mediorientale,

mediato da Milano e Aquileia,

offrì al cristianesimo tridentino

un’impronta peculiare, fondata

sulla mistica del sangue versato

per testimoniare la verità

(a imitazione della passio Christi),

sul conseguente pellegrinaggio

alle sepolture dei cappadoci,

cui fu presto assimilato Vigilio,

e sul rapporto col mondo germanico

in turbolenta trasformazione.

 

Dopo il Mille il governo di Tridentum

e del territorio ad essa legato

venne affidato dall’imperatore

ad un principe vescovo, vassallo,

da allora, del Sacro Romano Impero:

l’intreccio tra potere temporale

e potere spirituale designa,

a partire da quello storico snodo,

la fisionomia delle relazioni

politiche sociali psicologiche

degli abitanti di Trento per secoli

e in maniera sostanziale ancor oggi.

 

Con l’ampliamento della cinta urbica

a contenere, nel Duecento, i rioni

sorti in prossimità del minuscolo,

ormai irriconoscibile centro

romano, ebbe avvio la fabbrica

per il nuovo, monumentale Duomo:

sullo stesso sito della Basilica

martiriale vigiliana, saldato

al Castelletto del principe vescovo,

 

alla mole del Palazzo pretorio

ed alla imponente Torre civica,

a creare un unico organismo

architettonicamente univoco,

in quanto coerente, paradigmatico.

A quegli anni risale anche il primo

nucleo del Castello del Buonconsiglio,

accresciutosi poi nei successivi

secoli con armoniche addizioni

gotiche, veneziane, rinascimentali.

 

La forma urbis – salvo gli interventi

cinquecenteschi di Bernardo Clesio

per conferirle un aspetto adeguato

(meno germanico e più italiano),

idoneo ad accogliere il Concilio

indetto per riformare la Chiesa

dopo la grande bufera luterana –

rimase pressoché inalterata

fino alla metà dell’Ottocento.

 

 

IV. Figli e cani

 

Poco distante dalla nuova porta

meridionale sorgevano dunque,

già a metà del tredicesimo secolo,

due umili ospizi per l’accoglienza

di viandanti, pellegrini, forestieri.

Oggi qui fervono la facoltà

di lettere, un importante auditorium,

il centro studi italo-germanico,

l’istituto di scienze religiose.

 

Eppure sulle panchine del parco

retrostante ancora si raccoglie

l’umanità più diseredata

e marginale della città: poveri

figli del benessere, inadatti

alla vita degli altri, che disperano

di poter trovare altra soluzione

che non sia il chiamarsi fuori dal mondo.

 

Hanno la mia età, poco più. Vivono

in una piccola comunità:

chiedono spiccioli con un bicchiere

di plastica, seduti all’uscita

del supermercato sull’altro lato

della strada, o biascicando qualcosa

ai passanti dalle fredde panchine.

 

Hanno barbe ispide. Abiti laceri.

Cani spelati che gli dormono a fianco.

 

 

V. Accoglienza (secondo)

 

Mi lascio alle spalle quel che rimane

dell’antico complesso conventuale –

il chiostro, la fontana, le due chiese,

nonché l’insignificante scultura

in memoria di Martino Martini,

storico ed esploratore trentino

del Seicento – ed eccomi di fronte

alle vetrine della libreria.

 

Mi scopro a pensare che anche io,

in fondo, ho ricevuto accoglienza

e un lavoro in questo stesso quartiere

nel periodo forse più drammatico

della mia vita, tre anni e mezzo fa:

 

in questo quartiere dove la carità

cristiana si è realizzata nei secoli

attraverso umili e quotidiani

gesti di persone umane, semplici –

 

anche se da me lontane per scelte

confessionali e per vita di fede.

 

***

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Un commento su “Luca Medeot, L’attesa sulla soglia

  1. iole
    11/05/2019

    si scorge il profilo semplice dell’uomo.
    una poesia lineare che mostra l’umano ascolto.

    Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 05/05/2019 da in ospiti, poesia, poesia italiana, recensioni, scritture con tag , , .
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