perìgeion

un atto di poesia

Dimitri Milleri, quattro inediti

dimitrimilleri

a cura di Roberto R. Corsi

Di questo giovane poeta – classe 1995, toscano di Bibbiena, appena laureatosi magna cum laude in chitarra presso la Scuola di Musica di Fiesole – mi ha colpito – oltre alla già forte consapevolezza e alla concordanza su molte sue idee – una poesia in particolare: quelle Corrispondenze poste sul finale dell’antologia di giovani poeti curata da Giulia Martini per Interno Poesia (potete leggere la poesia in fondo a questa scheda di presentazione del primo volume). Almeno per le mie corde questa prova, dall’andamento totalmente autonomo rispetto all’ingombrante precedente onomastico baudelairiano, si avvicina molto a una possibile idealità sotto tutti gli aspetti: un’accuratezza sempre presente nella scelta lessicale e nell’incedere ritmico, ma soprattutto una cristallina capacità di osservazione e induzione dal fenomeno (lì prettamente musicale) alla gnome, cioè alla massima sapienziale; questa espressa con un verbo, «approssima», che – come bene osserva il prefatore, Davide Castiglione – lascia il dubbio sulla propria transitività (vita che avvicina tra loro le persone) o (più probabile?) intransitività tragica (vita che procede per approssimazione) la quale ultima non può non riportarmi allo Zanzottiano essere «miseramente | vicini vicini all’orientamento» (Retorica su: lo sbandamento…, in La beltà).
Ora Dimitri ci propone quattro inediti che, mostrando ulteriormente come la sua occasione poetica scaturisca da una dimensione reale («no ideas but in things», si potrebbe dire col W. C. Williams di Paterson), racchiudono comunque una valenza ulteriore, magari allegorica. La prima prova, “scenica” per argomento e dinamica per disposizione visuale a punta di freccia (che spero di restituire adeguatamente qui in formato web), può forse interpretarsi come una riflessione sulla poetica, attratta dagli interstizi della vita «fra le riprese» della «narrazione», con quel mero osservatore, ma influente ex se sull’osservato; osservatore che potrebbe essere lo stesso poeta. Come pure allegorico-autobiografico può prestarsi a essere il cipresso «da piccolo» mentre «protesta» attenzione per il «troppo amato, il già dimenticato» e «cerca un’infatuazione».  Non manca un registro di cupa intimità, reso in terza persona mediante una danse macabre oggettistica e anatomica, tra sogno e alterazione propriocettiva. Come non manca uno squarcio goliardico (e satirico: «fughe di gas: aria di casa | come si dice») ben inquadrato in una beckettiana concezione di grottesco come forma sublime del tragico («cose grottesche eppure abominevoli»). A cemento di tutto questo, soluzioni di pregio come «smisurano le stanze», «si arruola nella sera», «sanamento», «quanta smania di ammettere | camper bruciati».

***

La narrazione si avviluppa oltre il dovuto
fra le riprese,inciampa nei discorsi
della comparsa con la pelle bianca
che esce dal bagno sempre un po’ più stanca.

Scandaglia lungamente la melassa
degli stagisti, delle segretarie,
le acconciature, i pp dei registi.

E ancora il sudicio dei bungalow e i lunghi
silenzi a sera dei parenti degli attori
non smettono di attrarla —
soprattutto
quel tizio che osservando solamente
scombina i palinsesti, le pellicole.

(Dovranno allontanarlo,
già è difficile
distinguere le prese dalle pause!
Di questo passo ci entreranno dentro
tutte le schegge di sceneggiatura…)

*

Come s’infratta la periferia, quanta smania di ammettere
camper bruciati, superfetazioni
né agricole né abitative,serpi,siepi deformate.
E poi le scarpe:quanta goduria il nodo che decolla,
si disarticola in sghembe circonferenze,
fa spazio a fughe di gas: aria di casa
come si dice: usi, circostanze,
cose perfette eppure abominevoli.
Tarli invisibili,veleni,facce
amare almeno tanto quanto care.

*

Sente lo scheletro incurvarsi: vetri dell’inverno,
la dolce danza degl’ischi, la busta di pelle
che custodisce polvere
d’osso mischiato a ossa, in un tepore
o sanamento o coma o sogno ad occhi aperti — in cui la stufa
e il portagioie s’imparentano e le sedie
insieme ai tendini smisurano le stanze: un pixel scarso
di autocoscienza e fiori fuori campo.
E infine l’ombra che più tardi annota
per silenzi e agnizioni.

Ecco che tornano — chissà da dove
le sue articolazioni.

*

Da piccolo il cipresso è solo un taglio della vista:
si arruola nella sera, si fa grosso
dei rami che rimestano lo sguardo
nel cavo sfenoidale, come un uovo.

Protesta: vuole che si torni ancora
nell’aria densa di fumo che pettina
le ciglia delle sagome montane,
sul troppo amato, sul già dimenticato.

(Cerca un’infatuazione dei fedeli
intermittenti al sommo del sagrato.)

____

La foto di Dimitri Milleri, da lui gentilmente concessaci in uso, è di Matteo Mazzanti.
© Mazzanti / Milleri. Riproduzione riservata.

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Informazioni su Roberto R. Corsi

Nato circa mezzo secolo fa, vivo tra Firenze e la Versilia. La mia raccolta a stampa più recente è intitolata "Cinquantaseicozze" (Italic, 2015). Miei scritti letterari e critici sono comparsi in antologie, libri d'arte, riviste cartacee, portali web. Dal febbraio 2016 sono conredattore del blog collettivo Perìgeion. Oltre ai recapiti della mia pagina gravatar, mi trovi come @rrcorsi su Instagram / Telegram / Medium

Un commento su “Dimitri Milleri, quattro inediti

  1. Annasilvia Scumace
    13/05/2019

    Intensamente criptico. Melodia stonata ma significativa per i protagonisti…

    Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 10/05/2019 da in poesia, poesia italiana con tag , , .
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