perìgeion

un atto di poesia

La società che ancóra non c’è, di Alessandro Pertosa

Pertosa

 

La società che ancóra non c’è

Pensieri, suggestioni e fantasie sul futuro, a partire dal

«Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani» di Giacomo Leopardi

 

Nelle sue aspirazioni ogni uomo vive

in primo luogo nel futuro, il passato

viene solo in seguito e un vero presente

non c’è ancora proprio quasi per niente.

Il futuro contiene quel che si teme

o quel che si spera; dunque secondo

le intenzioni umane, qualora non

le si frustri, contiene solo quel che si spera.

Ernst Bloch

 

Prologo

L’Italia ha il popolo più analfabeta e la borghesia più ignorante d’Europa

Ero appena ventenne, nei primissimi anni duemila, quando vidi per la prima volta Ro.Go.Pa.G.[1] – Laviamoci il cervello, film del 1963 in quattro episodi. Uno di questi rapì subito la mia attenzione, La ricotta: diretto da Pier Paolo Pasolini di cui avevo letto alcuni libri, i saggi e soprattutto gli articoli dell’ultimo periodo; quelli, per intenderci, in cui critica i costumi della società dei consumi e la razionalità violenta e pervasiva del modo di produzione industriale.

Da un punto di vista stilistico, La ricotta è un classico esempio di metacinematografia: un film nel film. La storia è nota, ma forse vale la pena provare a compendiarla.

Nella campagna romana, all’estrema periferia della città, una troupe è impegnata nelle riprese della Passione di Cristo. Il regista della messinscena è Orson Welles, persona reale e personaggio filmico, alter ego dello stesso Pasolini. L’intera vicenda si svolge in modo ridicolo e caricaturale: gli attori non sanno recitare, sul set accade davvero di tutto e il regista, insoddisfatto del risultato conseguito, è costretto a ripetere le scene più volte. La storia ruota attorno a Giovanni Stracci, uomo del sottoproletariato urbano assunto per interpretare la parte del Buon Ladrone, crocifisso al fianco di Cristo. Si tratta di un poveraccio con una famiglia affamata al seguito, alla quale regala il cestino col vitto che la produzione gli fornisce per il suo lavoro di comparsa. Stracci, marito e padre altruista, finisce così per digiunare. Ma la sua fame cresce, diventa gigantesca e incontrollabile, tanto da spingerlo a travestirsi da donna per rimediare un secondo cestino, che però viene mangiato dal cagnolino della prima attrice del cast, mentre lui è impegnato nelle riprese del film. Un giornalista, giunto sul set a intervistare il regista, trova Stracci che accarezza proprio quel cagnolino ingordo, e credendolo suo glielo compra per mille lire. Con quei soldi, ormai logorato dalla fame, il poveraccio corre ad acquistare una ricotta per saziare finalmente il suo appetito. Ma non fa neppure in tempo a ingurgitarne un pezzo che deve nuovamente tornare sul set. Solo dopo vari andirivieni, Stracci trova un momento per mangiarsi la ricotta. Ma gli altri attori lo sorprendono e cominciano a deriderlo, spingendolo poi ad abbuffarsi coi resti del banchetto preparato per l’ultima cena. Stravolto da una fame ormai cronica, Stracci mangia tutto e di continuo senza fermarsi. Poco dopo, nel momento di girare l’ultima scena, proprio mentre comincia a pronunciare la sua battuta rivolto a Cristo, «Quando sarai nel regno dei cieli, ricordami al padre tuo», china la testa e muore d’indigestione sulla croce.

Il commento del regista è atroce e privo di compassione: «Povero Stracci. Crepare… non aveva altro modo di ricordarci che anche lui era vivo».

Ad uno sguardo generale, la storia che ho testé raccontato sembrerebbe non entrarci punto con il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani di Giacomo Leopardi. Ma a guardare in profondità si nota che l’oggetto polemico di Pasolini e di Leopardi è lo stesso: la società italiana. Quella società priva di coscienza e di senso civico, che rende l’Italia un paese composto da individui isolati e irresponsabili. E a veder bene non sembra proprio che fra il Discorso (1824) e La ricotta (1963) intercorrano centotrentanove anni.

Alla domanda del giornalista, che in una pausa dalle riprese chiede cosa pensa della società italiana, Orson Welles risponde in modo lapidario: «il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d’Europa». E al giornalista che, sperduto nella sua mediocrità, annota le fiamme di quelle parole senza comprenderne il minimo senso, Welles legge una poesia di Pasolini, Io sono una forza del passato, per poi chiosare: «Lei non ha capito niente; perché lei è un uomo medio: un uomo medio è un mostro, un pericoloso delinquente».

Il Pasolini de La ricotta e il Leopardi del Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani concordano su un punto centrale: l’Italia ha il popolo più analfabeta e la borghesia più ignorante d’Europa.

1

Il tema del «Discorso»

Tra la primavera e l’estate del 1824[2], Giacomo Leopardi scrive il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani. La Rivoluzione francese e l’età napoleonica sono ormai alle spalle. La Francia non è più il centro d’Europa e agli occhi del poeta recanatese, le nazioni civili hanno ormai deposto gran parte degli antichi pregiudizi, che avevano scatenato nelle epoche precedenti lotte e competizioni d’ogni tipo. Con l’avvento della modernità, cambia quindi la percezione che ogni singolo popolo ha di se stesso in relazione al contesto europeo più ampio, e si introduce fra le nazioni una specie «d’uguaglianza di reputazione», facilitata dall’aumento degli scambi economici, civili e culturali.

Anche l’Italia sembra tornare al centro di una rinnovata attenzione da parte degli stranieri: Leopardi cita espressamente il fortunatissimo romanzo Corinne ou l’Italie di Madame de Staël (1807)[3], che insieme alla Descrizione de’ costumi italiani di Pietro Calepio (1727), al Journal de voyage en Italie di Montaigne (pubblicato nel 1774) e alle Considérations d’un italien sur l’Italie di Carlo Denina (1796) va a costituire un vero e proprio genere letterario, di sapore quasi apologetico.

Questi intellettuali elogiano i costumi nazionali del bel paese, ma, secondo Leopardi, lo fanno sopravvalutandoci e ingannandosi molto sul nostro conto. Perché, diversamente da ciò che credono, la cronica confusione culturale che pervade il paese e la minore diffusione di conoscenza fra le classi popolari rendono l’Italia una nazione incapace di stare al passo con la modernità degli altri popoli europei.

Le cause di questa arretratezza vanno ricercate nella struttura profonda della società italiana, manchevole di quella componente interna, che Giacomo definisce società stretta, di cui sono invece dotate le altre nazioni europee veramente civili.

Questa società stretta è composta da persone di alta condizione sociale che, non dovendo lavorare per sostentarsi, cercano una qualsiasi altra occupazione pur di «riempire il vuoto della vita cagionato dalla mancanza de’ bisogni primi», quelli della sopravvivenza; e non dovendosi quindi preoccupare di procacciarsi da vivere, devono soddisfare i «bisogni secondi», quelli spirituali. Gli appartenenti a questa classe si trovano nella necessità di trovare una qualche forma di altra occupazione quotidiana che, per un verso, riempia la loro vita e, per l’altro, alleggerisca il peso dell’esistenza, altrimenti vuota e in balia della noia.

Lo sforzo quotidiano di soddisfare questi «bisogni secondi» consente alla società stretta di influenzare direttamente la cultura e i suoi valori, fra i quali il più importante è l’ambizione, basata sul senso dell’onore. «La società stretta – scrive Leopardi – fa che ciascuno fa conto degli uomini e desidera di farsene stimare (…) e li considera per necessarii alla propria felicità» (p. ?). E la felicità si risolve nella spinta a stimare gli altri nella speranza di essere ricambiati.

In tal senso, l’ambizione è un vincolo e un sostegno per la società intera: provoca in ognuno il bisogno di comportarsi bene e di rispettare le regole di convivenza per non infrangere la relazione civile, basata sul rispetto reciproco e sulla comune appartenenza al medesimo orizzonte valoriale.

Certo, questi «buoni gesti» servono per sentirsi apprezzati all’interno della propria comunità, anche se le motivazioni che li causano sono abiette. Perché chi persegue l’ambizione non lo fa per convinzione, ma solo per convenienza. Leopardi riconosce tuttavia che al punto in cui si è giunti, non è più possibile pensare di vivere bene senza esporsi al cospetto degli altri, perché la modernità ha spazzato via tutti i principi morali che reggevano le civiltà antiche. E mancando i valori saldi sui quali edificare un ethos condiviso, per proteggere la società dal caos e dall’immoralità è necessario assumere un «buon tuono» avendo cura dell’onore e della stima civile derivante dalla pubblica opinione.

Nel processo descritto da Giacomo, si viene a concretizzare un percorso circolare: la società stretta induce le buone maniere, che a loro volta proteggono la società stessa dai rischi del disfacimento.

Per Leopardi l’Italia, diversamente dalle nazioni europee settentrionali, è ben lontana da questa condizione civile per due motivi principali.

Il primo: gli italiani, ormai privi di illusioni, hanno anche smarrito gli ideali in cui credere, perché «hanno compreso appieno la nuda e deludente realtà che sta sotto all’artificiosa altezza degli assiomi morali»[4]. La vita non ha senso, o sembra non averlo. Gli abitanti del bel paese credono che non ci sia più alcun valore per cui valga davvero la pena spendersi.

Il secondo: l’Italia, come aveva già annunciato brevemente all’inizio del Discorso, è priva di quella società stretta capace di indicare le regole di comportamento che qualificano le buone maniere.

Queste due condizioni sfavorevoli sono dovute al bel clima che spinge tutti a vivere la gran parte della giornata all’aperto, e a preferire il piacere degli spettacoli e gli altri diletti dei sensi a quelli più particolarmente propri dello spirito. Al passeggio e agli spettacoli si aggiunge la Chiesa, che se per un verso aggrega, per l’altro non ha niente a che fare con quella società stretta di cui dispongono le altre nazioni europee. Perciò, mancando una vera e propria guida, ognuno opera per suo conto; ognuno, chiuso come una monade nel suo solipsismo individualista, fa regola a sé e si disinteressa degli altri, dei loro pensieri, della loro stima. E proprio questo atteggiamento causa l’assenza di una maniera, di un tuono determinato riconoscibile. «Non avendovi buon tuono, non possono avervi convenienze di società. Mancando queste, e mancando la società stessa, non può avervi gran cura del proprio onore, o l’idea dell’onore e delle particolarità che l’offendono o lo mantengono e vi si conformano, è vaga e niente stringente» (p. ?).

Gli italiani di mondo, privi come sono di società, sentono più degli stranieri la vanità reale della vita, scatenando così la disposizione «di un pieno e continuo cinismo d’animo, di pensiero, di carattere, di costumi, d’opinione, di parole e d’azioni» (p. ?). Gli italiani ridono della vita «perché la vita per loro val meno assai che per gli altri, e perché egli è certo che i caratteri più vivaci e caldi di natura, come è quello degli italiani, diventano i più freddi e apatici quando sono combattuti da circostanze superiori alle loro forze» (p. ?). Per questo – e qui Leopardi non si discosta molto dalle considerazioni che centrotrentanove anni dopo farà Pier Paolo Pasolini – «le classi superiori d’Italia sono le più ciniche di tutte le loro pari nelle altre nazioni. Il popolaccio italiano è il più cinico de’ popolacci» (p. ?).

Gli italiani non bisognosi passano il loro tempo a deridersi scambievolmente, a pungersi, a indispettirsi, tanto che «la principale e la più necessaria dote di chi vuol conversare, è il mostrar colle parole e coi modi ogni sorta di disprezzo verso l’altrui, l’offendere quanto più si possa il loro amor proprio, il lasciarli più che sia possibile mal soddisfatti di se stessi e per conseguenza di voi» (p. ?).

Sono questi i motivi principali che spingono Leopardi a ritenere l’Italia la nazione più sprovvista di fondamenti morali rispetto a qualsiasi altra in Europa. Ha perduto definitivamente i fondamenti antichi delle società meridionali, ma al contempo non ha acquisito i fondamenti morali della civiltà moderna settentrionale. Per questo motivo, gli italiani sono del tutto privi di costumi e possiedono solo usanze, abitudini, ovvero scopiazzamenti dei comportamenti altrui.

Il ragionamento s’interrompe all’improvviso con l’esaltazione delle popolazioni moderne e civili che si trovano tutte al nord. Perché il vento ormai soffia da quella parte.

Lo scritto resta in forma di bozza incompiuta; eppure una cosa è certa: Leopardi ebbe due occasioni di pubblicare il suo Discorso, ma in entrambi i casi si astenne dal farlo. Perché?

2.

Il testo non-finito e mai pubblicato

Partiamo dall’inizio.

Per comprendere i motivi che spinsero Giacomo a comporre il Discorso può essere utile capire come e quando nasce in lui l’esigenza di discutere dei costumi del popolo italiano. A tal proposito, la tesi che propone Marco Dondero mi pare convincente e ragionevole: se tra le carte leopardiane si conserva uno scritto composto in vista della pubblicazione sull’Antologia di Giovan Pietro Vieusseux, questo è proprio il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani[5]. Il tema gli viene quindi sollecitato da un ambiente liberal-moderato, progressista e riformatore. E a conferma di ciò, possiamo leggere la lettera che Leopardi spedisce a Vieusseux il 2 febbraio 1824, pochi mesi prima di comporre il Discorso. Nella missiva, il poeta recanatese conferma la volontà di voler proporre un testo che potesse «contribuire ai (…) progressi dello spirito umano e della nazione».

Giacomo però si ravvede quasi subito. E già verso la fine del 1824 volge il suo pensiero a una forma di «pessimismo», che contraddice il progetto di un miglioramento civile e politico progressivo. È questo il periodo in cui si avvicina anche allo stoicismo epitteteo, finendo per impegnarsi nella traduzione del Manuale di Epitteto[6].

Dall’incontro con questa filosofia, il poeta recanatese ne uscirà completamente trasformato. Il mito del progresso sociale e collettivo sparisce dal suo vocabolario filosofico, perché al centro della scena tragica della vita resta ormai unicamente l’uomo con la sua solitudine e le sue miserie.

Non dobbiamo stupirci, allora, se da quel momento in poi Giacomo comincia ad esprimere una posizione radicalmente diversa rispetto a quella sostenuta nel Discorso, arrivando a marcare in modo netto la sua profonda distanza dal progressismo ottimistico e da qualsiasi tensione riformista o liberal-moderata. Il tema centrale del suo saggio sul costume degli italiani non gli corrisponde più. La salvezza non passa per il progresso, né per la rincorsa alla cultura moderna settentrionale e al suo orizzonte valoriale. Perché a suo avviso non c’è alcuna possibilità di salvezza. Semmai persiste una speranza, che è sempre l’ultima a morire: una speranza disperata, spes contra spem.

Quando nel 1826, in due diverse circostanze, Giovan Pietro Vieusseux e l’editore Luigi Stella propongono a Leopardi di pubblicare il Discorso, non possono che ricevere un diniego. Egli non crede più a progetti di miglioramento sociale e politico, né è disposto a perorare la causa di una società civile stretta, che consentirebbe alla nazione di compiere un reale progresso culturale e morale.

Queste considerazioni si rivelano fondamentali per collocare il Discorso all’interno del percorso evolutivo del pensiero leopardiano, onde evitare – come purtroppo è spesso avvenuto anche in tempi recenti – di considerarlo in linea con le elaborazioni culturali della modernità, avvicinandolo alla corrente liberal-moderata, e dimenticandosi tuttavia della critica senza mezzi termini che ha mosso alle magnifiche sorti e progressive[7].

Leopardi decide quindi di non pubblicare il Discorso perché in quel testo sono «presenti tutte le caratteristiche che informano la prima fase pubblica dell’opera del recanatese: a partire dal richiamo all’italianità, esibito fin dal titolo»[8]. Prima della svolta esistenziale, egli pensava davvero di poter intervenire direttamente nel cuore della realtà sociale italiana, ponendosi agli occhi del mondo come autore civile.

3.

La società settentrionale e il trionfo del lavorismo

Che la posizione di Leopardi sia ben più complessa e articolata di quanto non emerga dalla lettura del Discorso può essere mostrato a partire dalle considerazioni altalenanti, e non sempre concordi, sul rapporto tra le società meridionali e settentrionali.

Prima di chiudere in modo brusco e repentino il Discorso, torna ad elogiare le popolazioni del nord, a suo avviso più civili e dotate di «buon tuono» perché dotate di società stretta e di un clima che facilita il dilagare della razionalità moderna. A suo avviso, i popoli meridionali e le culture del sud non hanno ormai più spazi di manovra: certo, chiarisce, un tempo superarono tutti gli altri nell’immaginazione, e ciò è accaduto fin quando l’immaginazione ha avuto un ruolo centrale nello sviluppo delle civiltà. Ma ora l’espansione della tecnica ha ribaltato i rapporti di forza e i popoli settentrionali giganteggiano sui meridionali proprio perché lo stato attuale sfavorisce l’immaginazione.

La posizione che sostiene nel Discorso è quindi molto chiara: «Sembra che il tempo del settentrione sia venuto. Finora ha sempre brillato e potuto nel mondo il mezzogiorno. Ed esso era veramente fatto per brillare e prepotere in tempi quali furono gli antichi. E il settentrione viceversa è propriamente fatto per tenere il disopra ne’ tempi della natura de’ moderni» (p. ?). E poi chiosa: la superiorità del settentrione non è da stimarsi accidentale né ci si può aspettare che passi in tempi brevi.

Che però la questione non sia così pacifica, e che la filosofia politica di Leopardi non possa ritenersi affine né ispirata al pensiero liberal-moderato e nazionale, lo si può dimostrare mettendo in rapporto le considerazioni conclusive del Discorso con alcuni passi dello Zibaldone (alcuni precedenti o successivi, altri coevi) in cui Giacomo affronta la medesima questione. E dalla comparazione dei passi emerge una posizione poliedrica e molto articolata.

Abbiamo visto che l’immaginazione è il tratto costitutivo delle società meridionali. Nell’ottobre del ’23, pochi mesi prima di impegnarsi nella redazione del Discorso, Leopardi affida allo Zibaldone alcune considerazioni proprio su questo tema:

l’immaginazione de’ settentrionali rispetto alla meridionale quanto è, generalmente e tutta insieme, più forte, viva, vigorosa, attiva, feconda e maggiore, tanto ancora è più sombre, lugubre, trista, malinconica, funesta e, si può dir, brutta. Perocché, lasciando l’altre circostanze, essa è nutrita dalla solitudine, dal silenzio, dalla monotonia della vita; e la meridionale dalle bellezze e dalla vitalità ed attività della natura; e le opere di quella nascono tra le pareti di una camera scaldata da stufe; le opere di questa nascono, per così dire, sotto un cielo azzurro e dorato, in campagne verdi e ridenti, in un’aria riscaldata e vivificata dal sole (13 ottobre 1823)[9].

In queste brevi righe, Leopardi spiega in cosa consista la differenza di immaginazione tra il settentrione e il meridione. La civiltà meridionale si organizza a partire dalla natura ed è in armonia con essa, mentre quella settentrionale è tanto operativa quanto trista, malinconica e funesta. Le popolazioni del sud si lasciano cullare dall’immaginazione e finiscono per ridurre la loro attività esterna, cioè lavorano meno, sono più indolenti e preferiscono guardare il sole scendere all’orizzonte invece di sfiancarsi. I popoli del nord, al contrario, convivono col freddo, abitano un luogo ostile, inospitale, ma ciononostante sono stati capaci di trasformare questo limite iniziale in una qualità molto apprezzata dalla cultura tecnica, basata sul modo di produzione industriale. È questo il motivo che spinge Leopardi a considerare la società settentrionale come il vertice della modernità.

La civiltà del sud è diventata un lontano ricordo. E non solo perché il nord ha ormai preso il sopravvento, ma perché è addirittura svantaggioso vivere col sole in fronte e con gli occhi fissi all’orizzonte, senza voler quindi competere, trovandosi tuttavia all’interno di un contesto che fa della corsa, della sopraffazione e del lavoro continuo i valori indiscutibili in cui credere.

In un certo senso, per Giacomo il passaggio dal primato del sud a quello del nord sancisce l’avvento della modernità. Si è moderni quanto più si è capaci di trasformare quella scintilla di freddo del settentrione in opportunità. «Insomma – nota giustamente Franco Cassano – il nord ha saputo rovesciare i rapporti di eminenza, è passato dal gradino più basso a quello più altro, è diventato il centro del mondo, l’asse su cui tutti devono misurarsi»[10].

Leopardi è quindi consapevole che la civiltà moderna in cui si trova a vivere è la civiltà del cosiddetto progresso e della ragione: è la civiltà del nord e dei suoi valori. Questa idea la confermerà anche nel 1827:

La civiltà è andata sempre, e va tuttavia progredendo dal sud al nord, ritirandosi da quello; i popoli civili moderni sono tutti settentrionali, o più settentrionali che gli antichi; o certo risiedendo, come è manifesto, la maggior civiltà moderna nel settentrione (ciò si vede anche in America), il resto dei popoli più o manco civili pigliano dai settentrionali il carattere della lor civiltà. E insomma la civiltà antica fu una civiltà meridionale, la nostra è una civiltà settentrionale. Proposizione che siccome a prima vista si riconosce per verissima moralmente, così né più né meno è vera letteralmente presa, e geograficamente. Differenza del resto grandissima e sostanzialissima, se non principale, e includente in se tutte le altre. L’antichità medesima e la maggior naturalezza degli antichi, è una specie di meridionalità nel tempo (14 Marzo. 1827. Recanati)[11].

Ciò che contraddistingue la civiltà moderna dall’antica è l’affermazione della ragione sull’immaginazione. È la laboriosità ossessiva del nord contro l’indolenza felice e giocosa del sud. In un certo senso, la modernità afferma la supremazia della formica sulla cicala, la vittoria del lavoro sull’ozio contemplativo.

Il nord impone le sue regole. Chi vuole progredire, chi vuole farcela, chi vuole dominare il mondo deve assumere la razionalità lavorista come parametro universale. Chi vuole vincere deve diventare nord. I popoli meridionali continuano a vivere nel loro clima, ma se un tempo il sole era motivo di vanto, diventa ora un ostacolo. Perché la società moderna non può tollerare pause e rallentamenti. Per questo punta a presentarsi valida simpliciter e in forme del tutto indipendenti dall’ambiente. Ad avvantaggiarsi sono solo quei popoli costretti alla disciplina del lavoro e agevolati dal clima, da quel brivido di freddo che non consente scampo né diversivi. Col ribaltamento dei valori, l’immaginazione e la riflessione diventano una disgrazia, mentre la progressione tecnica e razionale del modo di produzione industriale una benedizione. I popoli del sud scoprono così, a loro spese, che quella condizione gioiosa e benigna della natura è un ostacolo e non più un segno di elezione[12]; sono cicale innamorate della vita, si struggono di desiderio davanti all’alba e al tramonto, ma si rivelano incapaci di competere, di aggredire il mondo e perciò arrancano, restano indietro e faticano a trovare una loro strada. Alla fine vince solo chi è capace di elevare il lavoro a virtù, sfiancandosi da mattina a sera, senza sosta, per il bisogno di sentirsi in alto, all’apice della scala sociale.

Queste analisi di Leopardi sembrano fotografie perfette della nostra realtà quotidiana. Dopo quasi duecento anni, anche noi constatiamo che le culture meridionali, se vogliono resistere alla pressione dispotica esercitata dalla modernità, devono accettare il nuovo immaginario del mondo settentrionale. Le cicale devono diventare formiche.

Il Discorso sembrerebbe quindi non lasciare scampo. Ormai l’umanità è destinata a diventare settentrionale. Ma una speranza sembra profilarsi all’orizzonte, se solo ci si spinge fino a sfiorare i pensieri che affida allo Zibaldone.

Se i principi risuscitassero le illusioni, dessero vita e spirito ai popoli, e sentimento di se stessi; rianimassero con qualche sostanza, con qualche realtà gli errori e le immaginazioni costitutrici e fondamentali delle nazioni e delle società; se ci restituissero una patria (…) tutte le nazioni certamente acquisterebbero, o piuttosto risorgerebbero a vita, e diverrebbero grandi e forti e formidabili. Ma le nazioni meridionali massimamente, e fra queste singolarmente l’Italia e la Grecia (purché tornassero ad esser nazioni) diverrebbero un’altra volta invincibili. Ed allora si tornerebbe a conoscere la vera ed innata eminenza della natura meridionale sopra la settentrionale, eminenza che le nostre nazioni ebbero sempre (10 Maggio 1821)[13].

Qui Leopardi non sta sostenendo una posizione risorgimentale e nazionalista, ma prova ad immaginare una condizione successiva alla modernità. E infatti «il problema di un ritorno dell’eminenza meridionale è lo stesso problema di un tempo successivo alla modernità, perché coincide con il problema generale del ritorno del primato dell’immaginazione sulla ragione»[14]. Le illusioni non ci sono più, la tecnica ha preso il sopravvento sulla vita e si è elevata a scopo ultimo dell’agire umano, l’esistenza si palesa nella forma agonale di una lotta per la sopravvivenza. Tutto sembra crollare senza requie, non si intravvedono soluzioni consolatorie in lontananza, eppure… eppure una luce sulla linea estrema dell’orizzonte sembra farsi avanti. È la luce tiepida e scintillante dell’utopia, che consente di guardare oltre la modernità gelida e competitiva.

4

La società che ancora non c’è

Da Leopardi a Pasolini la società italiana si conferma fra le peggiori d’Europa, e dopo quasi due secoli dalla redazione del Discorso, lo strapotere culturale (e quindi tecnico, nonché economico) del settentrione risulta ancora più marcato. All’orizzonte non si vedono vie d’uscita e la notte incombe, travolgente, a spazzare via gli ultimi residui d’umanità.

Negli spazi mortificati dalla competizione, il corpo sociale si mostra sempre più frammentato: imperversano ovunque gli individui, i singoli appartati e abbandonati alla loro solitudine, schiacciati dalla violenza, dal dispotismo e da un’ostinata indifferenza per l’altro. La quotidianità appare gretta, meschina, soffocante. E proprio grazie ai tempi tristi in cui viviamo, siamo forse più in grado di capire perché Leopardi senta già in quei giorni il bisogno di pensare a un ritorno dell’immaginazione.

Il mondo distopico informato dalla modernità, il mondo della razionalità competitiva, è teatro di fratture, divisioni, ferite. Solo il recupero dell’immaginazione e il ripristino del comune rispetto fra gli esseri umani potranno farci sentire parti di un sogno e di un disegno comune, che sottrae ognuno alle grinfie della solitudine, consentendogli di rielaborare un orizzonte valoriale che dia un senso alla vita e fornisca un ordine prioritario alle conquiste della modernità. Non si tratta quindi di tornare indietro o di riproporre il passato, ma di guardare al futuro prendendo dal passato ciò che non passa perché non può passare.

L’immaginazione è un sogno? Può darsi. È un utopia brillante che sembra sfuggirci ogni volta che pensiamo di averla afferrata. Allora non resta che arrendersi? Forse! Ma si profila, sfumata, una speranza. Debole, certo. Ma è pur sempre qualcosa. E magari il meridione che abbiamo nel cuore potrà tornare davvero a risplendere, come una luce brillante, impetuosa in un tempo che è ancora là da venire. Occorre immaginarla sul serio questa luce per farsene portavoce, per correrle incontro vivendo sul filo, passo dopo passo, in condizione precaria.

L’immaginazione ci spinge a rischiare ogni momento: con un balzo possiamo salvarci o cadere e perderci per sempre. Perché non abbiamo nulla a cui aggrapparci. Nulla che possa fornirci garanzie di riuscita.

Anzi, dal fondo s’intravvedono solo le ombre cupe di progetti disperanti. Ma proprio per questo sperabili ancora, all’infinito.

Scrive Cioran: «le sole utopie leggibili sono quelle false, quelle che, scritte per gioco, divertimento o misantropia, prefigurano o evocano i Viaggi di Gulliver, bibbia dell’uomo disingannato, quintessenza di visioni non chimeriche, utopia senza speranza».

L’insegnamento che possiamo trarre dalla lettura del Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani non è altro che questo: se la società in cui speriamo di vivere ancora non esiste, e forse non esisterà mai, occorre immaginarla comunque, persi al vento dietro audaci affabulazioni. E con la forza creatrice di quest’immaginazione onirica potremo finalmente cominciare davvero a scorgere, dietro la nebbia, quell’orizzonte utopico che ancora non c’è.

Alessandro Pertosa (Civitanova Marche, 1980) è un destino incompiuto. An-accademico per vocazione, eterodosso rispetto a qualsiasi ortodossia, vive controvento risalendo la corrente insieme a quelli che non ce la fanno, perché non vogliono farcela. Insofferente alle etichette e alle poliedriche forme che assume il potere dispotico, dicono sia anarchico, cristiano a modo suo e fastidiosamente ozioso. I suoi ultimi libri sono: Dall’economia all’eutéleia. Scintille di decrescita e d’anarchia (Edizioni per la decrescita felice, 2014); Maledetta la repubblica fondata sul lavoro (Gwynplaine, 2015), Solo una decrescita felice (selettiva e governata) può salvarci (Lindau, 2017).

 


 

[1] Ro.Go.Pa.G. è una sigla che identifica i registi dei quattro mediometraggi che compongono il film: Rossellini (Illibatezza), Godard (Il nuovo mondo), Pasolini (La ricotta) e Gregoretti (Il pollo ruspante).

[2] Quanto alla datazione del manoscritto, si dà qui credito ai risultati proposti da Marco Dondero (cfr. M. Dondero, Leopardi e gli italiani. Ricerche sul «Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani», Liguori, Napoli 2000, p. 18), secondo cui il Discorso è stato composto tra la primavera e l’estate del 1824. Il saggio, a lungo inedito, venne dato alle stampe soltanto nel 1906 e apparve all’interno del volume Scritti vari inediti di Giacomo Leopardi dalle carte napoletane (Succ. Le Monnier, Firenze 1906), a cura di Giovanni Mestica.

[3] Sui debiti contratti da Leopardi relativamente al romanzo staëliano, si vedano i seguenti lavori: S. Ravasi, Leopardi et Mme de Staël, Tipografia Sociale, Milano 1910; R. Damiani, All’ombra di Madame de Staël, in Id., L’impero della ragione. Studi leopardiani, Longo, Ravenna 1994, pp. 149-171; Dondero, Leopardi e gli italiani, cit., pp. 37-38.

[4] A. Placanica, Leopardi o della modernità, in G. Leopardi, Dei costumi degl’Italiani, Marsilio, Venezia 1989, p. 58.

[5] Cfr. Dondero, Leopardi e gli italiani, cit., p. 52.

[6] Su questo tema si legga: S. Timpanaro, Alcune osservazioni sul pensiero di Leopardi, in Id., Classicismo e Illuminismo nell’Ottocento italiano, Nistri-Lischi, Pisa 1969, pp. 133-182.

[7] Su una linea concordista fra Leopardi e la modernità si è attestato Augusto Placanica. Si veda a tal proposito il suo saggio introduttivo Leopardi, o della modernità, in Leopardi, Dei costumi degl’Italiani, cit.

[8] Dondero, cit. p. 73

[9] G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, (3681-3682).

[10] F. Cassano, Oltre il nulla. Studio su Giacomo Leopardi, Laterza, Roma-Bari 2003, p. 8.

[11] Leopardi, Zibaldone di pensieri, (4256).

[12] Cfr. Cassano, Oltre il nulla, cit., p. 13.

[13] Leopardi, Zibaldone di pensieri, (1026-1027).

[14] Cassano, Oltre il nulla, cit., p. 16.

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2 commenti su “La società che ancóra non c’è, di Alessandro Pertosa

  1. poetella
    01/06/2019

    post veramente straordinario. Difficile trovarne di similari nel velocissimo web.
    grazie!

    Mi piace

  2. poetella
    01/06/2019

    e quest’invito…
    “L’insegnamento che possiamo trarre dalla lettura del Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani non è altro che questo: se la società in cui speriamo di vivere ancora non esiste, e forse non esisterà mai, occorre immaginarla comunque, persi al vento dietro audaci affabulazioni. E con la forza creatrice di quest’immaginazione onirica potremo finalmente cominciare davvero a scorgere, dietro la nebbia, quell’orizzonte utopico che ancora non c’è.”…
    come non accettarlo!

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Questa voce è stata pubblicata il 01/06/2019 da in Senza categoria.
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