perìgeion

un atto di poesia

Davide Castiglione, sette poesie da “Non di fortuna”

castiglione

a cura di Roberto R. Corsi

Parecchi mesi fa Davide Castiglione – poeta, saggista, docente universitario a Vilnius e divulgatore niente affatto disattento alla socialsfera – pubblicò in rete uno dei testi inclusi in questa sua raccolta del 2017, esortando i suoi follower a commentarlo. Nel mio intervento, favorevole in linea generale, mostrai un dubbio su quella che poi Davide mi rivelò essere una ricerca voluta del cluster. E questa parola – letteralmente “raggruppamento, ammasso di [es. stelle], pugno di [es. di scrittori]”, applicata a una moltitudine di realtà – non solo ha accresciuto la mia sempre incongrua conoscenza, ma mi ha messo in testa una similitudine tra musica e poesia.
Nell’ermeneutica inglese, “cluster” indica l’occorrenza di due o più vocali o consonanti consecutive (nel passaggio di cui sopra: «io io me me»; si potrebbe pensare anche a un’accezione monosillabica del cluster, cfr. anche, nelle poesie in calce, «E ma se»). Chi scrive questa nota, invece, già conosceva l’utilizzo musicale (internazionale) del termine, vale a dire un accordo di almeno tre semitoni adiacenti; accordo solitamente percepito come dissonante e usato proprio per tale effetto. Già impiegato sporadicamente sin dai tempi di Biber (Battalia, 1673) e Bach, nel contesto compositivo non-tonale del ventesimo secolo assunse importanza preminente: un esempio musicale in cui ricorre l’utilizzo dei cluster sono i Klavierstücke di Karl-Heinz Stockhausen.
Ecco: leggere la poesia di Castiglione (e di altri, da Andrea Labate a Cristina Annino) mi pare un’esperienza simile all’ascolto di certa “nuova” musica, di cui questa poesia condivide la difficile recezione in rapporto, rispettivamente, a una musica melodica e tonale, o a un verso caso per caso più liquido, lessicalmente pianeggiante, metricamente ortodosso.
Forse si può retroagire la similitudine (e renderla meno drastica) pensando alla Seconda Scuola Viennese e al suo anelito a superare il gigantismo sinfonico andando oltre lo straniamento del cromatismo, prima con una “sospensione della tonalità” poi mediante una serie di dodici note senza preminenti relazioni intervallari che riconducano alla tonalità.
Proprio in questo le poesie di Non di fortuna si distinguono da altri tentativi più in voga (forse perché, in fondo, più “facili”): il procedere di Castiglione passa attraverso una “messa a disagio” del lettore che però conserva una certa unità narrativa. Proprio come in una serie dodecafonica, si punta alla “lussazione” della struttura frastica che, consciamente o meno, ci aspetteremmo, non realizzandosi però un collage di frammenti e sintagmi eterogenei in piano sequenza, bensì agendo sulle giunture mediante continue complicazioni, sviamenti – salti del pensiero o dello sguardo – e cadenze d’inganno (altro termine musicale, oltre che titolo raboniano). Una Difficulty In Poetry – per citare il titolo di un saggio di Castiglione, spero presto tradotto in Italiano – o piuttosto una non colloquialità (orecchiabilità, secondo la nostra similitudine) della stessa che in qualche modo è vista come la ratio essendi poetica (così come, pur con diverso strumentario, sostiene un altro poeta e teorico contemporaneo importante, Andrea Inglese).
Non di fortuna chiama a un discreto agone il pubblico della poesia, gran parte del quale potrà, con varie motivazioni, rifiutare l’ostacolo, come un purosangue a concorso. Ma, man mano che si affrontano gabbie e riviere, la qualità della scelta lessicale, iconica e figurale appare evidente. Oltretutto, proprio come entro la Zweite Wiener Schule certa gravitazione tonale in Berg è antitetica al radicalismo di Webern, la raccolta mostra gradazioni tecniche diverse (persino, nella poesia Quello che non c’è, un pieno recupero sonettistico con tanto d’ironia).
Qui di seguito le sette poesie – forse proprio le più “Berghiane”, per proseguire con la similitudine – che più mi hanno colpito: in esse una certa “eutrofia frastica” sopravvive, evidentemente non sono un gran saltatore. E del pari emerge la coesione tematica (un’ape “Kieslowskianamente” rampicante, pur meno fortunata ma allegorica come in Decalogo II; la ricerca della fortuna al gioco come amplificazione collettiva, in sconfitta epica, dell’inquietudine individuale).

***

All’ingiù

a Franco

Sì ho tagliato i capelli, colpa del caldo,
domani nevica, mi sa! e mi sarei
guardato le scarpe, davanti agli amici,
no, meglio un punto tra i cespugli
cui non appartengo. Nevica
infatti. La neve, i familiari in visita
mi hanno informato, tu l’hai messa in una domanda
senza tenerla sulla voce la neve
hai chiesto se c’era, lasciando sgomenti
l’afa alle finestre, l’urgenza loro il
policlinico, giugno. Non vengono meno
i giochi all’ingiù, il mio stare occhi all’ingiù
come una conta a nascondino con la colpa
di una frase che quando è fatta è fatta
il tuo scompenso da non dire da dirne male da uscirne
pronunciati male, l’andirivieni,
i fiocchi indaffarati sì ma solo lievemente
contro le gravità, a carezzarle.

*

Ape

Sul battiscopa la sua mite industria
le rimane aliena. Parlo di cose più grandi
di noi, di un’ape che si arrampica,
malamente – ti suono lontano, al telefono, e quella pena
in salita, che non potrà salvarsi
dai ricami sull’esistenza e i merletti accaniti
si stacca; è un corpo
per terra; tòrto; terminale.
Capiterà di pestarlo; passare
l’aspirapolvere la spugna e via.
Avrò strisciato un ciao in minore
e chiuso, avrò passato l’aspirapolvere, e via,
l’acino scheletrito ascende e va alle stelle
la fiducia alla tele, l’annuncio
che la stagione si apre in grande
e macché cadere lei dolcemente scendeva
dal pendio domestico, che l’inverno è anche questo.

*

Mourning

Fa i conti col proprio corpo di mattina, si concentra sino al culmine
è disperso, poi,
lo sperma sul fazzoletto. Il monitor sulla scrivania
non rinnova gli scenari e non brilla
nemmeno lui in quanto a malattia,
gli occhi troppo stanchi per le nove,
per essere le nove. Tuttavia ci sono volte
che la mattina non ha lo sporco ma l’oro in bocca
e corpi a cucchiaio
persi lontano. Le nove poi il resto del giorno
il resto del corpo lo lascia sommerso sotto la testa:
come esemplare di degrado è modesto
dovevo scegliermi meglio
il soggetto, me stesso, il degrado
è un settore di nicchia, a pubblicizzarlo sono rimasti
le inchieste in seconda serata, la Poesia
e l’invenzione del nemico.

*

Quello che non c’è

Ho deciso per me un segnale, un camion
svoltare dove c’è l’insegna gialla.
Di scatto, quindi, la mente – fermarla.
Ma non su noi che ci sopravviviamo
intuendo il fiorire da lontano,
solo e caparbio, dell’uno e dell’altra.
Scusate, ma in autunno ci si ammala
d’intimismo, si indugia nel malanno
del verso che si appoggia con dolcezza
al verso precedente. Uno il bene
che viene dalla lama, dall’accetta,
la forza che ne brilla, lo risente.
Uno il bene, due diviso, poi brezza
che non c’è. Svolta il camion, banalmente.

*

Le bolle azzurre, VI

Venivano estratti i numeri del lotto
un bolo dietro l’altro dall’esofago trasparente. La manina
si voleva innocente. Doveva essere il ventotto
invece no. A cadenza bimestrale falliamo
di uno, due numeri, la speranza. Falso,
è che siamo a digiuno
delle teorie dei giochi e delle probabilità. E ma se
considero le polveri sopra il tappeto
e anzi sottili nei bronchi e l’assenza di un sotterfugio,
l’inverosimile ingegnoso della grande finanza,
sento quasi commozione e una certa innocenza
in quella grezza fregatura.

*

Gita turistica

Un santuario dimenticabile queste sale da gioco
dove cadono in disgrazia come dentro un annuncio tralasciato.
È per una via del distrarsi se delle macchinette
visito i pulsanti luminosi un po’ volgari
dove si affollano le impronte strato su strato
come la Troia di Schliemann, altrettanto sconfitte.
Non saluto nessuno entrando non so quale italiano usare.
È per educazione se chiedo del bagno e non del loro passato.

*

Mentre altrove è ferragosto

La lezione con Krishnan finisce alle quattro
esco e l’analisi di testo si dissolve
grazie al sole sul sobborgo e che altro,
luce sui residenti. Luce di cui ho dovuto dirti
per come perfezionava le pozzanghere
nelle buche trascurate e la madre in attesa
del tram davanti al Deli, ciuffo arancio e sigaretta
gettata contro il malva dominante dei mattoni
benevolo dopo la luce, due secondi fa.
Il mio è un ritorno brioso, da formicolio.
C’è un ventenne ha le birre sottobraccio è ricettivo
pure lui ai corpuscoli grondanti sulle paraboliche.

____
Davide CASTIGLIONE, Non di fortuna, Ancona: Italic, 2017, pp. 70, ISBN 978-88-6974-092-3

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Informazioni su Roberto R. Corsi

Nato circa mezzo secolo fa, vivo tra Firenze e la Versilia. La mia raccolta a stampa più recente è intitolata "Cinquantaseicozze" (Italic, 2015). Miei scritti letterari e critici sono comparsi in antologie, libri d'arte, riviste cartacee, portali web. Dal febbraio 2016 sono conredattore del blog collettivo Perìgeion. Oltre ai recapiti della mia pagina gravatar, mi trovi come @rrcorsi su Instagram / Telegram / Medium

2 commenti su “Davide Castiglione, sette poesie da “Non di fortuna”

  1. francesco sassetto
    15/06/2019

    Ho letto con grande attenzione questi testi e li trovo splendidi, davvero fortissimi, lame che lasciano segni di sangue. La dotta presentazione di Roberto Corsi fatìco un po’ a capirla a pieno (ma è mia ignoranza degli autori citati) tuttavia non trovo ostici né davvero “respingenti” questi testi. Uno stile e un linguaggio personalissimi, certo,ironici e amari,ma di un’efficacia rara nel percorrere gesti quotiani, oggetti, luoghi, paesaggi e stagioni dove la nostra vita si perde un poco ogni giorno. Poesie bellissime (per me un capolavoro “Mourning” e “Gita turistica”, ma tutto il “corpus” qui riportato è una mazzata sullo stomaco) di cui c’è tanto bisogno, credo. Perché la poesia sia davvero tale. Atto catartico , messa a fuoco nitidissima del delirio collettivo in cui galleggiamo. Grazie Davide e grazie Roberto, un caro saluto!

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  2. Pingback: Gioielli Rubati 49: Idoia Arbillaga – Davide Castiglione – Matteo Rusconi – Alexandra Bastari – Emilia Barbato – Klaus Miser – Mariella Tafuto – Jonathan Varani. | almerighi

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Questa voce è stata pubblicata il 10/06/2019 da in poesia, poesia italiana con tag , , .
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